Sacrosante blasfemie

[Immagine tratta da open.online, cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è tratta.]
Qualcuno ne è rimasto urtato e indignato, comprensibilmente dal suo punto di vista (ma, mi sia consentito osservarlo, fanno il paio con quanti restano sovente urtati e indignati da certe “clericate” pubbliche offensive del buon senso), fatto sta che la campagna napoletana contro la censura religiosa è tanto pungente quanto sublime. Perché la causa dalla quale prende spunto è assai razionale e “naturale” (siamo nel 2021, giova ricordarlo: oggi quella censura serve, paradossalmente ma non troppo, proprio a preservare certe abitudini che qualcuno ritiene oltraggiose, non a eliminarle inducendo una diversa buona educazione) e perché, suvvia, dato che la blasfemia prevede sanzioni pecuniarie, lo Stato farebbe i miliardi soprattutto nelle zone ove la “morale” cattolica è più influente. Proprio così. E perché non lo fa? Perché la cosa farebbe ridere, in primis, e più seriamente perché sul fondo di tale questione e di altre simili c’è una abbondantissima dose di ipocrisia e di perbenismo deviato.

Mi torna in mente quel villaggio montano dalle mie parti, ad esempio, nel quale tempo fa assistetti incidentalmente a una scena meravigliosa: la partenza di una processione religiosa con la statua di un tal santo o forse della Madonna, ora non ricordo, con il catafalco caricato sulle spalle di alcuni rubizzi indigeni a forza di braccia e a colpi di bestemmie a causa dello sforzo ingente e delle difficoltà di assestamento iniziali (a tale scena spassosa feci già cenno qui). In effetti, se il paesaggio di un luogo è fatto anche di elementi immateriali come il lessico locale, sovente assai identitario e identificante (al di là della questione ora discussa parlerò presto di questo aspetto, qui sul blog), be’, in un contesto come quello montano nel quale la devozione religiosa popolare è radicata ben più che altrove, la blasfemia è da considerare un elemento presente e evidente, dunque identificante, almeno quanto le vette dei monti o lo scampanio delle mandrie al pascolo! Anzi, sarebbe da proteggere in qualità di patrimonio culturale popolare, visto il suo secolare radicamento (sì, sono ironico… anzi, nemmeno tanto: al riguardo, e come ulteriore prova a sostegno d’una proposta del genere, leggetevi l’editoriale di Beno del numero 57 de “Le Montagne Divertenti”, qui)!

D’altro canto, come ha detto il sempre acutissimo e illuminante Mark Twain: «Se siete arrabbiati, contate fino a quattro. Se siete molto arrabbiati, bestemmiate.» E pensateci, poi: non è la bestemmia, a ben vedere, una “manifestazione devozionale” ben più coerente di molte altre all’apparenza tanto pie ma nel concreto parecchio ipocrite (vedi sopra)?

Ecco. Semmai, cercate di non essere mai molto arrabbiati, eh!

Il Mottarone e la pornografia del dolore

Io sono assolutamente tra quelli che il video dell’impianto di sorveglianza della Funivia del Mottarone non lo avrei mai diffuso, come invece ha deciso di fare la redazione del TG3 Rai.

Ragioniamoci sopra un attimo: a cosa serve diffonderlo pubblicamente, ora, peraltro con l’indagine sulle cause della tragedia ancora in corso?

A promuovere le indagini? Certamente no, visto che gli inquirenti lo hanno già visionato – è materiale facente parte del dossier aperto presso la Procura di Verbania – e chiunque altro lavori nel settore funiviario attende le risultanze dell’indagine e delle perizie tecniche, non i servizi di un telegiornale e i commenti dei suoi “giornalisti”.

A “commemorare” i quattordici morti? Personalmente non vedo come lo potrebbe fare dacché mi pare che faccia il contrario, promuovendo un presunto “scoop” attraverso le immagini di una tragedia con così tanti morti.

A fare un scoop, appunto? Vedi sopra: nel caso, è un’esclusiva che sfrutta la morte di quattordici persone.

A fare informazione? No, perché non aggiunge nulla a quanto si conosce al momento sull’accaduto. E poi è informazione quella che mostra – ribadisco – la morte di quattordici persone?

A fare cronaca? Niente affatto, visto che mostra un evento ma non spiega nulla delle sue cause, dunque sarebbe (è) comunque una cronaca parziale e per ciò quanto meno azzardata, deontologicamente, se non proprio pericolosa.

Quindi, a cosa serve quel filmato del TG3? Be’, dal mio punto di vista, serve soltanto a produrre pornografia del dolore. O dei sentimenti, delle emozioni, ovvero voyeurismo della morte, quello che piace alla parte più volgare e ignorante dell’utenza web. Serve pure a oltraggiare in modo inaccettabile la memoria delle persone decedute e dei loro cari, e serve a renderci evidente, una volta ancora, quanto possa essere bieco e spregevole certo giornalismo televisivo contemporaneo – italiano, di frequente. Infine, serve a sottolineare la necessità (ineluttabile, secondo me) di spegnere il televisore, quando sia sintonizzato sui canali tradizionali e su certe produzioni televisive, (pseudo)giornalistiche e non. E basta.

Pie blasfemie

Trovo sempre alquanto spassoso, se così posso dire, constatare come in molte zone nelle quali la devozione popolare cattolica sia ancora oggi assai radicata, quanto meno a livello di partecipazione pubblica – e non mi riferisco alle sole messe domenicali ma a tutta la pletora di riti, celebrazioni, processioni, pellegrinaggi e via discorrendo – sia tutto un gran mitragliare di bestemmie, di varia forma e coloritura ma di indubitabile empietà. Ricordo un episodio in particolare, parecchi anni fa durante una processione in un villaggio di montagna nella quale ero capitato per caso, con gli incaricati al trasporto sulle spalle d’una pesante statua della Madonna che se l’erano caricata addosso a colpi di sonore bestemmie dacché qualcosa nella struttura del sacro trabiccolo non era dritto come doveva essere. Ci fosse stato lì Federico Fellini, ne avrebbe ricavato una prodigiosa scena per qualche suo film, con buona pace del prete ivi presente nonché della legge vigente in materia…
Una cosa molto spassosa, già, tanto quanto assolutamente emblematica del senso di quella “devozione” religiosa, a ben vedere.

Detto ciò, lasciatemi sancire che i tizi qui accanto, obiettivamente, sono dei geni. E il bello è che non sono nemmeno veneti o toscani! (Cassano Spinola è in provincia di Alessandria, per la cronaca.)