“Il giorno in cui sono morto”, un racconto inedito (1a parte)

Scrivere con continuità significa spesso lavorare a un progetto letterario (ovvero anche a più di uno, in contemporanea) che diviene per più motivi preponderante, sia a livello di pagine scritte che di impegno intellettuale, il che tuttavia non esclude di mettere nel frattempo per iscritto altre cose di diverso genere e differente sostanza, nonostante nel momento in cui vengono messe nero su bianco non si sappia ancora che destino avranno. Forse saranno buon materiale per progetti futuri, forse invece solo sfoghi narrativi “single shot”, dai quali non nascerà niente altro e che rappresentano dunque un’estemporanea testimonianza di un momento creativo “singolare” e quindi, a suo modo unico. Che poi chissà, tra dieci anni ricapitano davanti agli occhi del loro autore il quale, allora sì, ricomincia il cammino letterario in origine solo abbozzato per portarlo a compimento. Gabriele D’Annunzio chiamava questi testi solitari “favile del maglio”: espressione parecchio azzeccata per significare “l’aspetto residuale di queste prose, come le scintille che sprizzano durante il lavoro del poeta fabbro, poeta-artiere (alla Carducci, rivisitato), quasi scampoli preziosamente infuocati di un’arte più grandiosa, spesso momenti di riflessione su quell’arte stessa, cioè materiali metaletterari, o resoconto di abbozzi, frantumi di organismi potenziali” (fonte della citazione: qui).
Ecco: io che non son certo Vate (l’ho citato solo per passione e conoscenza personale) e spero nemmeno la stessa cosa con una “r” in più (ma per questo non posso che rimettermi al giudizio altrui!) mi ritrovo a mia volta e come tutti ‘sti frammenti più o meno focosi che poi il tempo e altre mire editoriali raffreddano, senza tuttavia intaccarne l’eventuale valore narrativo. Insomma, per farla breve: questo di seguito è uno di quei testi, che non ha legami con altri, non è riservato a qualche futuro progetto di raccolta di racconti o altro del genere, del quale non ho intenzione (al momento) di sviluppare in modo più esteso… L’ho scritto qualche mese fa semplicemente perché mi si balenò in mente la trama, così come a volte ci vengono in mente cose che, una volta elaborate, ci si chiede: “Beh?! E perché mai mi è venuta in mente ‘sta cosa?”
Lo pubblico in due parti e chissà, poi, se resterà un qualcosa di occasionale o se, viceversa, sarà occasione buona per futuri sviluppi…
Beh, sia quel che sarà: buona lettura!

Electrocution
Il giorno in cui sono morto

Sì, è proprio così, hai letto bene.
Ti sto per raccontare del giorno in cui morii.
Eh, lo so, tu ora ti dirai «Ma come è possibile? Se me lo stai per raccontare è perché sei ancora vivo!» e poi forse appena dopo ti ribatterai «Ah, già, ma questo è un racconto di fantasia, dunque qui può succedere un po’ di tutto!» No, aspetta un attimo, frena: ma quale “racconto di fantasia”! Tutto vero, te lo assicuro. Non ho mica grilli per la testa, io, come quei tizi che passano la vita a inventarsi storie assurde, gli scrittori – bah, fannulloni alla massima potenza, quelli! In verità non potrei nemmeno averne, di grilli per la testa, e poi sai come si dice, che spesso la realtà supera la fantasia, che se si ritiene che una cosa è impossibile che accada quella accadrà molto presto, e altro del genere. In ogni caso, fammi raccontare e capirai meglio, che quel giorno è stato veramente un gran casino, maledizione!
Dunque, era una sera di qualche tempo fa ed io, effettivamente, avevo deciso di farla finita. Era un periodo nel quale pareva che la sfiga non solo mi vedesse benissimo, ma si fosse pure comprata uno dei più sofisticati mirini laser e me l’avesse puntato addosso dopo essere andata a lezione dal campione olimpico di tiro al piattello. Poco prima la mia fidanzata mi aveva mollato per mettersi con un terrorista internazionale conosciuto al supermercato – e ti dico che non mi sconcertò tanto la cosa in sé, ma quando mi disse che si incontrarono nel mentre che lui stava acquistando un vaso di Nutella da 5 chili: una bomba calorica tremenda! E me lo scrisse, la mia ex, nella lettera con la quale mi comunicava che tra noi era finita e che peraltro non potei leggere interamente, visto che quando aprii la busta esplose. Insomma, con un tipo talmente coerente io non avrei mai potuto competere.
Avevo l’animo così in fondo ai piedi che la gente, quando mi incontrava per strada, mi chiedeva perché portassi calzature con la zeppa. La decisione di farla finita con quella che credevo proprio, allora, una vita di merda – ah, non te l’ho detto: lavoravo per un’impresa di spurghi: quando si dice il destino… e fosse solo questo! Beh, lasciami raccontare, poi capirai – la decisione, dicevo, era ormai presa, ma siccome ammetto di non essere mai stato un tipo molto coerente, appunto (ma provateci voi a esserlo, quando i vostri genitori decidono di chiamarvi Carlo Maria!), decisi di fare così, di buttarmi da un ponte appena fuori città ma di porre sul terreno sul quale avrei impattato un grande cuscino ad aria, che mi feci prestare da mio cugino – o meglio, dagli assistenti di mio cugino, il quale lavorava per un circo come uomo proiettile facendosi sparare da un grosso cannone per atterrare sul suddetto cuscino, se non che durante uno spettacolo di un paio di settimane prima, per uno spiacevole fraintendimento, quegli assistenti caricarono il cannone con una dose quintupla di polvere da sparo, col risultato che Little David (il nome d’arte di mio cugino) ora è in orbita terrestre ad un‘altezza di circa 800 km., il che forse – pare ci stia studiando sopra l’Agenzia Spaziale – lo potrebbe rendere utile come satellite per telecomunicazioni.
Comunque, tornando alla mia vicenda: avevo deciso di mettere sul terreno quel cuscinone nel caso che, durante la caduta, e appunto per via della mia scarsa coerenza, cambiassi idea, ma tant’è che la tremenda e risolutiva decisione l’avevo presa. Era buio, mancava poco a mezzanotte, il cielo nuvoloso acuiva la tenebra della tarda sera che nemmeno i lampioni stradali riuscivano più di tanto a vincere, la strada era deserta. Scavalcai il parapetto in ferro del ponte e mi posi sul bordo, pronto a lasciarmi andare. Mi venne il dubbio di non aver chiuso il gas, a casa, ma svuotai la mente anche da questo pensiero, chiusi gli occhi e… vidi una forte luce alle mie spalle, e appena dopo il rumore d’un’auto che si fermava poco distante. «Eccheccazzo!» esclamai di botto, «Uno non può stare in santa pace nemmeno quando si suicida!» Mi voltai a guardare, prima che fosse qualche pattuglia della Polizia che avviasse la solita manfrina in uso in tali circostanze e cercasse di farmi desistere dal mio gesto finale. Invece no: nel pur fioco cono di luce del lampione lì vicino, vidi scendere dall’auto una figura femminile, alta, snella, che indossava un corto vestito da sera, sandali dal tacco alto, i capelli lunghi, mori e morbidamente fluenti lungo la schiena… Insomma, una rappresentazione pressoché ideale del termine “fascino”, all’apparenza. Non potei non farmene attrarre, anche perché, nella condizione in cui ero la quale, inutile dire, non era di quelle più allegre, ottimiste e bendisposte con il mondo d’intorno, l’apparizione di quella bellissima donna – perché era facile intuire che tale fosse, anche se ancora non le vedevo il volto – mi fece balenare in mente l’illogica tanto quanto magnifica impressione che, forse, vi potesse essere ancora speranza per me, ecco.
«Ehi! Tutto bene? Hai bisogno di aiuto?»  le feci, senza muovermi da dove ero. Probabilmente mi aveva visto, ma sembrava che vi fosse altro che la preoccupasse, più di me.
«Me sa che ho bucado!» mi rispose, senza ancora guardare verso dov’ero, con voce più vellutata e calda di un prato d’erba novella esposto al Sole a inizio primavera.
«Beh, posso darti una mano io… Mi chiamo Carlo Maria, e tu?»
«Esperanza! Soy brasilera!» mi fece, e sollevò il suo volto verso di me, sorridendomi. Beh, avevo di fronte una creatura celestiale, una divinità, la donna più bella che avessi mai visto: il colpo di fulmine fu immediato e ineluttabile.
Ecco, sono morto così, porca puttana! Un colpo di fulmine, già: nella concitazione di quei momenti, non m’ero reso conto che le scure nuvole in cielo erano foriere di un temporale in rapido avvicinamento, e i lampi avevano cominciato a cadere sempre più vicino; io mi reggevo ancora con le mani sul parapetto in ferro del ponte, dunque… Sarà scortese dirlo, ok, ma ‘sto fulmine fottutissimo non poteva beccare lei? Invece no, la speranza è l’ultima a morire, appunto! ‘Fanculo i luoghi comuni: pure la mia morte è stata un colpo di sfiga assoluta!
Che poi, lì per lì, non è che fossi così certo di essere morto, che ne avessi l’esatta cognizione. Sì, insomma, voglio dire: mica ero al corrente di come uno, ad un certo punto, venga a sapere che è morto! Per quanto ne so io nessuno mai lo ha raccontato. Forse che ti arrivi un sms sul cellulare con su scritto “Benvenuto nell’aldilà!”? Non credo, tanto meno che ti venga recapitata una raccomandata dalle Poste con dentro un certificato ufficiale di dipartita – saremmo tutti immortali, se così fosse! Non penso nemmeno che d’un tratto ti compaia accanto una signora parecchio emaciata avvolta in un scuro pastrano mantellato non propriamente indicato per un pigiama party che con fare ammiccante ti inviti a scendere da lei per mostrarti la sua collezione di falci…
Fatto sta che quando cominciai a riavermi dallo shock – te lo assicuro, quella fulminata che mi sono beccato avrebbe fatto sobbalzare tremendamente pure la Statua della Libertà, al punto che sarebbe diventata un’attrazione della baia di Boston! –  cercai di capire dove fossi, cosa avessi intorno. Avevo lo sguardo un po’ annebbiato, ma ebbi la netta sensazione che ciò che avevo vicino girandolasse attorno a me, lentamente ma costantemente; poi supposi di sentire un gran brusio, come un sommesso e confuso vociare, quindi da quel rumore di fondo presi a percepire una voce, prima sfuggente poi più netta, sempre più definita e chiara tuttavia diversa da ciò che mi immaginassi di poter udire in una situazione del genere (forse anche condizionato da certe cose viste in TV, lo ammetto), infine assolutamente nitida e perentoria:
«Ehi, pezzo d’idiota! Vuoi muovere il culo e uscire di lì?!?»
«Uh!» – Sobbalzai, e mi riebbi ora del tutto. Così capii che stavo in una grande porta girevole, di quelle che si possono trovare nei grandi centri commerciali o nei grossi hotel, e da una parte una piccola folla mi guardava con fare piuttosto contrariato. Uscii dalla parte opposta e mi ritrovai in una sorta di gigantesca hall della quale non vedevo la fine, occupata da innumerevoli file di persone che puntavano ad altrettanti sportelli – o qualcosa del genere – numerati e sovrastati da tabelloni luminosi sui quali scorrevano cifre su cifre. Hai presente la zona casse di un ipermercato? Ecco, moltiplicala per qualche milione di volte e avrai un’immagine indicativa dello strano posto in cui ero finito. Poi mi venne di guardarmi – con tutta quella gente e la fulminata che avevo preso, temevo di essere sottosopra e pure bruciacchiato: invece indossavo una specie di tuta bianca, candida e priva d’alcun logo o scritta, piuttosto confortevole ma troppo grande per me, tanto che riuscii a torcere il collo e leggere l’etichetta sul bordo: XXL. «Ma che cacchio!» – pensai – «A me sta larga pure la M! Chi cavolo me l’ha data ‘sta palandrana?»
Quando rialzai gli occhi, vidi di fronte a me un tizio, alto e ben piazzato, con indosso una specie di divisa militare azzurra, che con braccia conserte e fare un po’ truce mi osservava. Sorrisi cordialmente e feci per chiedere qualcosa su dove fossi e perché ci fossi ma mi precedette, con molta meno cordialità:
«Beh? Siamo venuti qui per fare una passeggiatina? Per passare un po’ il tempo bighellonando e guardando un po’ in giro? Vuoi pure qualcosa da bere, e magari una poltrona bella comoda su cui stare? Qualche stuzzichino? Un giornale da leggere? Eh?»
«E-ehm…»
«E-sticazzi! Datti una mossa, pigliati il tuo numero e mettiti in fila con gli altri, cretino!»
«Ehi! Ma che modi!» cercai di reagire, ma l’occhiataccia del tipo fu ancor più eloquente della mia reazione. Mi voltai, e poco distante vidi un gigantesco dispenser di biglietti numerati, come quelli che si trovano alle poste o in altri uffici pubblici dove vi sia da fare code, con intorno una gran massa di gente. Ci andai pure io e presi il mio biglietto: ci lessi “Sportello 569874 C – Numero 5486844611574455”. Non ci stavo capendo molto, di tutto quanto, ma ovviamente compresi che dovevo cercare quello sportello e mettermi in fila. Fortunatamente lo vidi poco distante, e mi ci recai. C’era una bella fila – come agli altri “sportelli”, d’altronde – e subito pensai che avrei avuto parecchio da aspettare; feci per guardare l’ora ma… «Porca puttana! Ho perso l’orologio!» sbottai platealmente tirandomi su quella manica enorme, e attirando gli sguardi di quelli che avevo intorno, che mi squadrarono con malcelato disgusto.
«Ragazzo, che ci pigli per il culo?» mi disse torvo uno di quelli. D’istinto avrei risposto di no con decisione, ma qualcosa mi fece capire che non era il caso di ribattere. Continuavo a non capirci granché, e più di tutto faceva cigolare gli ingranaggi del mio cervello il permanente dubbio sullo stato in cui ero: insomma, ero morto, oppure no? E se sì, pure tutti questi individui lo erano? E che cavolo di posto era, quello? Di sicuro, mai potevo immaginare che l’aldilà si presentasse in questa maniera, e io in essa con una tuta di dieci taglie più grande della mia!
La fila nel frattempo avanzava sempre molto lentamente. Feci passare un tot di tempo – non avendo più l’orologio non ti so dire quanto – poi, sempre al fine di capirci qualcosa, cercai di approcciare il tizio che avevo a fianco.
«Salve!»
«Ehi.»
«Ehm… Morto anche lei?»
«Si dice.»
«Oh. Ehm… E come?»
«Rapina in banca.»
«Ah. Accidenti, al giorno d’oggi la violenza della malavita non ha più limiti!» dissi con tono partecipe.
«Sbirri di merda!» mi ribatté lui con ben altro tono. Mi irrigidii di brutto, lo ammetto, e non per un sopraggiungente e intenso rigor mortis. Feci un passetto indietro, abbassai lo sguardo e per qualche istante fui contento di quella tutona oversize che indossavo, nella quale mi sarei potuto un poco nascondere.
Dopo un altro tot di tempo (vedi sopra) una strana cantilena mi distrasse dal mio pensieroso silenzio: un tizio con una divisa azzurra simile a quella dell’energumeno che mi aveva intimato di mettermi in coda stava passando tra le file con una specie di vassoio a spalla – hai presente i venditori che si trovano negli stadi? Ecco! – offrendo quelle che sembravano confezioni di snack. Trovai la cosa simpatica (finalmente, in quel posto altrimenti tanto strano e un po’ inquietante): non che avessi fame – forse perché non ne potevo avere, ma lì per lì non lo pensai – tuttavia mi feci incuriosire.
«Ehi! Ehi… cosa vendi?»
«Biscotti!»
«Oh, buoni! E che biscotti?»
«Ossa di morto
Raggelai, anche più di prima. Poi, in rapida sequenza, prima io e gli altri intorno a me fummo attratti dal gridolino di una donna, qualche fila accanto, che spintonò l’uomo che aveva dietro urlando: «Cretino! Smettila di farmi la mano morta!»; quindi, intercettai il chiacchiericcio di alcuni tizi lì vicino – «Uff, ‘sta coda è tremenda!», «Una noia mortale!», «Già, sono stanco morto!»; poi ancora, poco più avanti nella mia fila, udii quello di due individui che evidentemente si conoscevano: «Ma l’hai poi più visto Alberto?», «Macché, più visto!», «Eh, sai, chi muore non si rivede
Ok, ero morto. A questo punto potevo infilare un bastone tra i miei ingranaggi cerebrali e bloccarli del tutto, che di produrre ancora dubbi non era più il caso. Morto. Io e tutti quelli che avevo intorno.
Porca puttana, morto! Sul serio!

(Fine 1a parte)

L’uomo invisibile (una storia vera)

Immagine tratta da http://www.lecconotizie.com/, rielaborata dallo scrivente.
Immagine tratta da http://www.lecconotizie.com/, rielaborata dallo scrivente.

C’è l’uomo invisibile personaggio fantastico che ha popolato romanci, film e serie TV – col quale fa il paio la donna invisibile, la supereroina dei fumetti, già. E ci sono uomini invisibili così costretti ad essere dalle storture della nostra società, che mette al bando chiunque non si “normalizza” o, per sorte infausta, si ritrova ai suoi margini. E poi c’è – c’è stato, purtroppo – un uomo invisibile per scelta, forzata senza dubbio ma pure consapevole e schietta, leale. Un “eroe” a suo modo, e si intenda tale aggettivo senza alcuna accezione consueta e tipicamente conferita allo stesso, dacché gli eroi propriamente e popolarmente detti sono creati (artificiosamente, spesso) per divenire modelli ed esempi per la gente comune, nonché di tal gente effige aumentata ed dilatata a dismisura, per così dire. Un anti-eroe, dunque, ma anche in questo caso la banalizzazione da abuso di tali terminologie è dietro l’angolo, ed è bene che lì resti.
Ho scritto “purtroppo”, poco sopra, perché di questo “uomo invisibile” è stato celebrato il rito funebre qualche giorno fa, a Lecco, davanti a poche persone tra le quali alcune autorità cittadine – presenza certamente ammirevole. Si chiamava Darno Nardi, nato a Fiume nel 1937, residente a Sesto San Giovanni fino al 1967 e poi resosi “irreperibile”: sparito, scomparso nel nulla, proprio così, tanto da essere ormai considerato deceduto da lustri (come da sentenza del Tribunale di Monza). E invece vivo e vegeto, residente in una piccola grotta alla base delle pareti montane che sovrastano Lecco, a poche centinaia di metri dal centro della città ma invisibile, sostanzialmente invisibile – fino, appunto, a un mese fa, quando il suo cadavere è stato ritrovato e recuperato a seguito del decesso per probabili cause naturali, un infarto verosimilmente.
Beh, non è poi così difficile sparire nel nulla, potrebbe osservare qualcuno: basta andarsene in un isola sperduta nell’oceano, mollando tutto, cambiando identità e quant’altro. Certo, ma non alla portata di tutti, a ben vedere; eppoi così non si sparisce, semmai ci si nasconde. E’ diverso.
Nardi viveva invece a pochi minuti da una città occidentale, popoloso e frenetico agglomerato urbano contemporaneo in tutto e per tutto ovvero parte integrante di quella società in cui tutti viviamo nella quale conta sempre di più essere, apparire, rendersi visibili – per scelta o per imposizione, tra presenze tv e sul web, selfie, status symbol, appariscenze pubbliche d’ogni sorta ma pure tra videosorveglianze, tracciature elettroniche, condizionamenti di massa, tecnologie da Grande Fratello sempre più sottovalutate (dalla gente comune) e invasive. Per più di quarant’anni – un periodo incredibilmente lungo, nella superveloce società contemporanea – Nardi è invece riuscito a rimanere invisibile, sfuggendo a qualsiasi controllo, a qualsiasi tracciabilità identificativa, ad ogni sistema solitamente inesorabile con cui il nostro mondo ingloba e normalizza chiunque, appiccicando addosso il proprio bel numero con cui guadagnarsi il posto nell’elenco infinito che in testa riporta il titolo “Consumatori”.
Ha scelto di rinunciare a tutto guadagnando così il tutto, ovvero ciò che più di tutto dovrebbe contare, per degli esseri senzienti come noi uomini, la libertà. Una libertà ricca di privazioni e certamente offuscata da chissà quanta infelicità, esteriore e interiore, tuttavia frutto di una scelta consapevole e di una ferma volontà di togliersi di mezzo dallo spazio-tempo corrente per crearsi un proprio micro-universo, dotato di un ecosistema difficile eppure “funzionante” al punto da resistere per decenni.
Nessuno sa se su tale sua scelta di invisibilità abbiano influito chissà quali sfortunate circostanze del passato, o se in qualche modo la sua natura di profugo istriano – nato in una terra che invece la libertà se l’è vista togliere in modo drammatico e con conseguenze sovente terribili – abbia fatto da motivo ulteriore. E’ un peccato che non glielo si possa più chiedere – ecco, è forse questo l’aspetto più negativo della sua dipartita: il non poter più chiacchierare con lui. Sono pronto a scommettere che avrebbe avuto molto da raccontare e ancor più da insegnare: insegnare come un solo piccolo uomo possa sconfiggere – nel principio ma pure nella sostanza – il nostro ipertecnologico e soggiogante mondo contemporaneo con tutte le sue categoriche convenzioni, e insegnare come si possano affrontare difficoltà impensabili per chiunque di noi, uomini di oggi viziati e rincitrulliti, senza dover chiedere a nessuno, e a nessuno chiedere conto. O forse egli avrebbe voluto chiedere, ma non ne ha avuto il coraggio, la forza, o forse non l’ha fatto per orgoglio, per sfida…

Sto congetturando fin troppo, lo so, e non ho affatto il diritto di farlo. Ma, ribadisco, io che in fondo ho saputo della storia di Nardi solo dai media, da quel giorno in cui venne rinvenuto il suo corpo esanime, ora mi rammarico tantissimo di non aver conosciuto la sua vicenda prima e così di non averlo conosciuto direttamente, e non averci parlato insieme. Anche poche parole, a volte bastano quelle per dire tantissimo e altrettanto capire – altra cosa che noi tutti qui, visibilissimi individui trasformati sempre più in merce a cui attribuire un qualche valore ovvero qualche utilità, stiamo sempre più dimenticando, soffocati dal rumore assordante che ci circonda e dalle sue frequenze penetranti, probabilmente studiate apposta per annullare sempre più il nostro intelletto e, per diretta e inevitabile conseguenza, la nostra libertà. Frequenze puntate ad altezza d’uomo, dunque – forse – non aventi effetto alcuno lassù, nella grotta appena sopra la città.
Sfortunato il popolo che ha bisogno di eroi, recita il noto motteggio. Fortunato invece chi, dico io, pure nella sua eventuale sfortuna sa diventare eroe per sé stesso.

Che la buona sorte sia dalla Sua parte in eterno, ora, Darno Nardi. Se la merita tutta.

L’Italia uccide pure le materie artistiche a scuola. Il genocidio intellettuale è ormai quasi compiuto – e meritato, d’altronde.

E così, da ieri in modo definitivo, a quanto pare, le materie artistiche sono state cancellate dalla scuola italiana. Dalla scuola d’Italia, nazione che possiede uno dei più grandi e preziosi patrimoni artistici del pianeta.
Non c’è molto da dire, se non che ormai l’imbarbarimento a cui è stato spinto e sottoposto il paese ha raggiunto le fasi finali. Siamo ormai sulla soglia dell’inciviltà, della società sorretta da meri istinti animaleschi, con gran gioia dei potenti che sanno perfettamente come una massa di ignoranti sia infinitamente più dominabile che un popolo di persone istruite e intellettualmente sveglie. E la cosa forse più triste, è che una gran parte degli italiani si sta lasciando imbarbarire… D’altro canto – lo sostengo da sempre – ogni popolo ha i governanti che si merita.

Ciò che però c’è da dire lo ha detto bene Tina Lepri, in questo articolo tratto da Il Giornale dell’Arte numero 338 di Gennaio 2014, che vi voglio proporre di seguito per come riassuma bene la questione e ne contenga i temi fondamentali…:

L’ITALIA IGNORANTE DICE NO ALL’INSEGNAMENTO DELLA STORIA DELL’ARTE
Una Carrozza sul binario morto

Fallito anche l’ultimo tentativo di reintrodurre le discipline storico-artistiche nella scuola italiana. Una vergogna nazionale.
Roma. Speranze deluse e nessuna resurrezione per la Storia dell’arte nelle scuole, uccisa dall’ex ministro Maria Stella Gelmini con la sua legge di riforma del sistema scolastico (nn. 133 e 169/2008) che ne ha cancellato o drasticamente ridotto l’insegnamento. Dagli anni 2009 e 2010, oltre all’abolizione degli Istituti d’arte, la riforma Gelmini ha imposto la riduzione delle discipline artistiche nei «nuovi» Licei artistici, la cancellazione di «Storia dell’arte» dai bienni dei Licei classici e linguistici, dagli indirizzi Turismo e Grafica degli Istituti tecnici e dei professionali; zero ore per i geometri; cancellazione di «Disegno e Storia dell’arte» dai bienni dei Licei scienze umane e linguistici; cancellazione di «Disegno e Storia dell’arte» dal «nuovo» Liceo sportivo; eliminazione del «Disegno» nei trienni di questi ultimi «ambiti formativi» (cfr. n. 321, giu. ’12, p. 10). Non è scomparsa soltanto la conoscenza di Giotto, Leonardo, Michelangelo, si stanno perdendo i saperi del grande artigianato, proprio quelle arti applicate come il design, la moda, la grafica, da sempre gloria della nostra eccellenza creativa e base del nostro export. Un documento di ISAlife, l’associazione degli ex Istituti d’arte aboliti, ricorda che «proprio in quelle scuole professionali si sono formati gli artigiani che hanno creato e tengono in vita la tradizione del made in Italy nel mondo».
Negli ultimi due anni si sono moltiplicati i tentativi di far rinascere la disciplina e tutto il sapere perduto. Appelli incessanti tra 2012 e 2013 non sono serviti.
La recente raccolta di 15mila firme sostenuta dallo stesso ministro dei Beni culturali Massimo Bray (tra i primi firmatari Adriano La Regina, Antonio Natali, Salvatore Settis, Claudio Strinati, Fai, Italia Nostra, Cesare De Seta, Associazione insegnanti di Storia dell’arte) sembrava poter avere successo: il 31 ottobre 2013 era finalmente arrivato in Commissione Cultura Scienze e Istruzione della Camera l’emendamento «C 1574-A» presentato da Celeste Costantino, deputata di Sel, per il «Ripristino della Storia dell’arte nella Scuola secondaria». Il sì sembrava scontato ma alla fine l’emendamento «non ha trovato ascolto», bocciato perché, dice la motivazione della maggioranza della Commissione, reintrodurre la materia «significherebbe aumentare una spesa che è stata tagliata perché il Paese non è in grado di sostenerla». Uno schiaffo proprio mentre il Governo sembra impegnato nella difesa della cultura e del suo valore, etico ed economico. In Commissione alla Camera, Celeste Costantino lo aveva presentato così: «Cancellare la formazione artistica è l’ennesimo paradosso di una politica che negli ultimi venti anni ha colpito a morte beni culturali, paesaggi e patrimoni culturali unici al mondo. Aver cancellato la Storia dell’arte per i giovani studenti significa ridurre il loro senso critico, la conoscenza, il sapere, fino a costringerli a dimenticare la grandezza del nostro patrimonio storico artistico». La scuola italiana di Storia dell’arte era da sempre un modello in Europa, introdotta dalla riforma Gentile del 1923. Oggi i dati Ocse descrivono la nostra scuola «ignorante», precipitata agli ultimi posti, vicina al Montenegro e alla Tunisia. Questo mentre altri Paesi, come Francia, Austria e Portogallo, si ispirano alle discipline della Storia dell’arte e del Disegno secondo le linee pre riforma Gelmini, e la introducono anche nelle classi elementari. Perché, scriveva lo storico Andrè Chastel, alla fine degli anni ’80, nei suoi inascoltati appelli al Governo francese (recepiti poi da Sarkozy nel 2008, che ha reso obbligatorio l’insegnamento dell’arte anche alle elementari): «Il fronte più importante nella battaglia per la salvezza del patrimonio storico e artistico europeo è quello che passa nella scuola, come fanno benissimo in Italia».
Per mantenere viva la richiesta di una rinascita, da poco è nata una nuova associazione, Artem Docere (Associazione nazionale Docenti Disegno e Storia dell’arte) che si batte assieme alle altre associazioni «storiche» come l’Anisa. «Non vengono più preparati gli insegnanti di domani, li stiamo cancellando insieme con la Storia dell’arte, dice Marinella Galletti, presidente di Artem Docere, che annuncia nuovi appelli e azioni. La battaglia culturale per la restituzione di Disegno e Storia dell’arte, ricomincia da adesso».
La riforma Gelmini è riuscita anche a dividere gli insegnanti: da una parte 2mila precari, storici dell’arte vincitori di concorsi espulsi insieme alle loro discipline, dall’altra quelli di ruolo: «Una operazione barbarica, la definisce Marinella Galletti, che produce ignoranza e che fa tacere i professori rimasti nella scuola, protetti dal posto sicuro. Fuori i dannati, dentro i “fortunati” che preparano classi di allievi e futuri insegnanti del nulla».
L’ultimo tentativo fallito, che per ora mette fine alle speranze di una rinascita della «Storia negata», è stato il 7 novembre 2013. Il Parlamento approva il decreto «L’Istruzione riparte» presentato, «con soddisfazione e orgoglio» dal ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza. Contiene tra l’altro, dice il comunicato del Miur, «borse per il trasporto studentesco, fondi per il wireless in aula e il comodato d’uso di libri e strumenti digitali per la didattica». Reintroduce anche una materia soppressa, la Geografia. Silenzio tombale sulla Storia dell’arte: petizioni, comunicati, elenchi interminabili di firme per la sua rivitalizzazione restano nei cassetti. Inapplicato l’art. 9 della Costituzione, tradito il pensiero di Roberto Longhi che si batteva per «quella Storia dell’arte che ogni italiano dovrebbe imparar da bambino come una lingua viva, se vuole avere coscienza intera della propria nazione». Si domanda Salvatore Settis: «A che cosa serve la Storia dell’arte? È semplice: come tutte le scienze (e in particolare quelle storiche) serve per capire. Serve per capire un mondo come il nostro inondato da immagini senza subirle passivamente, sapendone smontare e ricostruire i meccanismi di persuasione. Perché se rinunciamo a capire, faremo come i ciechi della parabola illustrata da Brueghel nel quadro conservato a Capodimonte: quando un cieco guida l’altro, tutti cadono nella fossa».

Un altro bell’articolo è uscito ieri, 5 Febbraio, su ilmediano.it, con la firma di Paolo Gallinaro: vi invito a leggere anche tale pezzo, a sua volta molto significativo nelle osservazioni che contiene, tra cui cito questa:
Un controsenso o, piuttosto, un suicidio. Stiamo infatti custodendo e valorizzando, con un enorme dispendio di risorse, il capitale storico-artistico più prezioso del mondo e al contempo formando i cittadini che lo dilapideranno. Cos’altro aspettarci dall’inevitabile diseducazione delle future generazioni? Stiamo per consegnare nelle mani di un popolo devastato dalla riforma Gelmini, incapace di distinguere una chiesa gotica da una barocca, un inestimabile patrimonio culturale. Un patrimonio che noi oggi, paradossalmente, con ingenti investimenti, cerchiamo di preservare proprio per quelle stesse generazioni che potrebbero, un domani, arrivare verosimilmente a distruggerlo.
QUI lo potete leggere in versione integrale.

Ma, lo ribadisco, non c’è veramente molto più da dire. Come ho già rimarcato tempo fa, qui sul blog – nel quale peraltro le personali osservazioni e gli appelli relativi a questioni e tematiche simili alla presente sono innumerevoli – l’Italia è una barca che sta colando a picco, ma che per come sia cronicamente incapace di turare le falle, anzi, per come non sappia far altro che provocarne altre, merita di colare a picco. E amen, basta. Che la cosa finisca una volta per tutte.
Chiamatemi “disfattista”, se vi va, ma c’è un limite a tutto, pure al patrio disgusto.

La certezza ottusamente resa tabù. La morte, già, in (nuove) letteratura e arte.

LA MORTE.
Ci fa rabbrividire solo a pensarla, la parola, figuriamoci a pensarne il senso, il significato…
Eppure c’è, ed è parte del nostro esistere esattamente come il parlare, il respirare, il pensare, ma nonostante ciò è divenuta un tabù, per motivi ben noti e sotto certi aspetti pure giustificabili, ovviamente, ma per molti altri no. Anzi, per altri aspetti è un tabù che nasce dalla più profonda stupidità umana.
Tuttavia, senza addentrarci in discorsi troppo profondi, io credo molto banalmente che la morte è divenuta un tabù forse proprio perché è l’unica vera certezza della vita. E nella nostra vita sempre più forzatamente farcita di incertezze, effettive e pure (sempre più) indotte, una certezza del genere, così ineluttabile, diventa qualcosa di spaventosamente alieno, e difficilmente sopportabile.

In questi giorni la morte viene trattata in due “eventi”, l’uscita di un libro e una mostra d’arte contemporanea.
coplamortenudaIl libro: AA.VV., La Morte nuda, Galaad Edizioni. Antologia curata da Simona Castiglione e Caterina Falconi.
Come ripete il verso del corvo di Edgar Allan Poe, il suo gracchiante nevermore, ogni uomo convive con il sentimento del mai più, leit motiv che lo chiama a interrogarsi sul finis vitae, a immaginare l’appuntamento finale con “la signora vestita di nulla”. Ma misurarsi con la dipartita non è facile, a meno che non si provi a scandagliare gli abissi scrivendo storie, o ascoltandole. Non è forse narrando mille e una volta che si allontana la fine, in una notte lunga intessuta di parole? Ecco, allora, che la morte qui si fa bella, si denuda, si mostra, si svela in una danza, un velo dopo l’altro, un racconto dopo l’altro: in ventitré storie di autori italiani che hanno le tinte del poliziesco o del fantascientifico, che trascolorano nell’horror o virano verso il grottesco, in cui il sesso sfrenato si muta in magia nera e il terrore si ribalta in umorismo. Un’antologia irresistibile, un viaggio per accarezzare la morte nella sua nudità, per corteggiarne il profilo che si staglia netto all’orizzonte, come tratto del paesaggio in cui si muove il viandante quando costeggia la linea che lo separa dall’ultimo confine.
Cliccate sulla copertina del libro per saperne di più.

Airoldi-ManentiLa mostra d’arte: Quod Sumus Hoc Eritis, Guido Airoldi e Lorenzo Manenti, Galleria TriangoloArte, Bergamo.
Due artisti a confronto sul tema dell’ultimo momento che accomuna tutti gli uomini e li mette di fronte al giudizio delle proprie azioni terrene.
La Danza Macabra, tema iconografico legato al memento mori ed alla rappresentazione della morte come livella che accomuna ogni uomo di ogni ceto sociale, e il termine della vita dell’uomo inteso come momento di giudizio, di assunzione di responsabilità delle nostre azioni terrene, sono i cardini del lavoro di Guido Airoldi e di Lorenzo Manenti espresso in questa mostra.
Le realizzazioni dei due artisti sono legate dall’uso e dalla rappresentazione di simboli e simbologie antiche. Gli scheletri danzanti di Guido, leggeri come la carta di vecchi manifesti abbandonati con cui sono realizzati ma pesanti come pietre per l’ineluttabilità di ciò che rappresentano si affiancano alla bellezza dei motivi decorativi e delle geometrie islamiche fatte di nastri adesivi colorati di Lorenzo, esempi di armonia e di ricerca di perfezione geometrica ma anche rappresentazione e ricordo di chi ci dovrà giudicare per la cultura islamica.
Cliccate sull’immagine per saperne di più.

Routine (Un racconto inedito)

(P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà presto parte di una raccolta mooooolto particolare (a cominciare dalla loro brevità, come noterete), di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e a breve potrete saperne di più…)

Per motivi che qui, ora, verrebbe troppo lungo spiegare, il cinquantaduenne Gregor B., sposato con due figli, entro ventiquattrore sarebbe morto. E la cosa era certa, niente di probabile o ipotetico: no, inevitabile e ineluttabile, al punto che, a parte l’ovvio sconcerto, a Gregor non venne nemmeno di disperarsi. In fondo non sarebbe servito a nulla, stante l’inesorabile realtà dei fatti.
Avrebbe dovuto avvisare la moglie e i due figli – erano entrambi già grandi, il trauma non sarebbe stato così tremendo, forse. Però aveva pure quell’importantissima riunione in ufficio – per questo si era alzato molto prima del solito e ancora dormivano tutti, a casa – e i suoi capi erano settimane che raccomandavano, a lui e ai colleghi, la buona riuscita di essa. In tutta sincerità, sentirsi responsa-bile di un eventuale fallimento solo perché avrebbe dovuto arrivare lì e dire a tutti, “ehi, ragazzi, sospendete tutto, tanto entro domani sarò morto!” gli chiudeva lo stomaco. Beh, poco male per un imminente defunto! – penserete voi; d’altro canto la diligenza sul lavoro era da sempre un suo vanto e sempre lo sarebbe stato, se lo ripeteva di continuo. Semmai avrebbe parlato a casa al ritorno, di tutto quanto. Prese l’auto e s’infilò nel caotico traffico mattutino.
Lungo la strada si ricordò della partita a tennis di giovedì sera con Fred. Beh, avrebbe dovuto disdire la prenotazione del campo… Però telefonare a Fred in quel momento significava dovergli spiegare tutta la situazione, e chissà quante domande gli avrebbe fatto, l’amico. Sarebbe di sicuro arrivato tardi in ufficio. Quindi…
Oh, la spia della riserva! Doveva far benzina, altrimenti… Gli venne da sorridere, seppur amaramente: a cosa serviva fare rifornimento, ormai? Vide in fondo al viale l’insegna di una stazione di servizio. Beh, forse alla moglie l’auto sarebbe servita, si disse. E per causa sua, probabilmente. Svoltò a destra e si fermò alla pompa.
La riunione in ufficio andò benissimo, vennero firmati i contratti per due nuove grosse commesse. I suoi capi furono così contenti del risultato che prospettarono a Gregor qualche giorno-premio di ferie, magari già la prossima settimana. Avrebbe dovuto dir loro del suo destino incipiente? Forse sì… Ma accidenti, era la prima volta che sul lavoro si meritava un tale premio! Sarebbe stato come schiaffeggiare la fortuna, rovinando quel piccolo momento di gloria.
Ringraziò, concluse la giornata lavorativa e tornò a casa, non prima però di essere passato dal lavasecco per ritirare le sue camicie, come richiesto dalla moglie. “Anche se non le potrò indossare in nessuna vacanza, mai più!” pensò parcheggiando l’auto in garage con la consueta attenzione.