Torino: Salone del Libro, o Solone? Alla ricerca del senso odierno della kermesse torinese – sempre che vi sia…

d5feac9f0dc3656e28f2ef965ab044afPreciso da subito: a differenza di molti altri, non sono mai stato un denigratore del da poco concluso Salone del Libro di Torino, nonostante abbia sempre considerato le motivazioni dei contrari sovente comprensibili e sostenibili. Tuttavia, voglio dire, un evento come quello torinese ho sempre pensato (e lo penso tuttora, pur con i distinguo che puntualizzerò di seguito) che tutto sommato ci stesse, una volta l’anno, in un panorama editoriale comunque importante come quello italiano, anche se di esso inglobava – e ingloba – i suoi elementi più popolani e provinciali, per così dire, dando la costante impressione di una gigantesca sagra paesana nella quale ti aspettavi di veder spuntare oltre uno dei suoi angoli il banco di vendita delle salamelle – che poi è a suo modo effettivamente spuntato, da un paio d’anni a questa parte, con l’ingresso delle zone dedicate alla moda della cucina.
Posto ciò, e accettando tale sua natura da ipertrofico mercato rionale, appunto, non si può non tornare a considerare la realtà alla quale il Salone fa riferimento coi suoi dati concreti i quali – lo sapete bene – fotografano ormai da tempo una situazione della lettura in Italia sempre più asfittica e depressa. Dunque, ugualmente non si può tornare a non porsi un dubbio già altrove sollevato in passato senza che mai qualcuno abbia saputo diradarlo in modo efficace – cosa peraltro assai ostica, visti i suddetti dati: ma il Salone del Libro di Torino, oggi, ce l’ha ancora un senso? Serve ancora a qualcosa? O è ormai una sorta di circo Barnum del libro, che una volta smontato l’annuale tendone lascia solo un prato calpestato e disseccato? Un evento così grande, e grandemente promozionato, sostenuto, glorificato da più parti, come si può relazionare con la costante caduta verso l’abisso del numero di libri venduti, dei lettori e della generale (nonché al momento apparentemente inarrestabile) crisi del settore editoriale nazionale?
Tali domande quest’anno risultano ancora più consone, stando alle voci sulla fine della gestione organizzativa del Salone da parte del duo Rolando Picchioni-Ernesto Ferrero e sull’eventuale loro successione. Un duo che ha consolidato negli anni una sorta di format espositivo sostanzialmente immutato/immutabile: Torino da tempo è quello che si può constatare ogni volta che si entra nei padiglioni del Lingotto, sempre lo stesso, con varianti minime e comunque prettamente di forma, non di sostanza. Ed è un format senza dubbio profondamente nazional-popolare (volevo scrivere populista ma sono rinsavito all’ultimo), che puntualmente misura il proprio successo sul numero di visitatori conseguito – sempre in prodigioso aumento, anche quest’anno e chissà per qual strabiliante miracolo, mah… – o su altri dati simili, molto di facciata, da titolone mediatico, anziché basarsi su risultati meno appariscenti ma probabilmente più utili alla buona salute del comparto editoriale. Ma, forse, il salone degli ultimi anni – se non da sempre – nemmeno punta ad ottenere frutti strategici di tale natura, e in ogni caso, torno al nocciolo della questione, il dato sulle affluenze record al massimo evento editoriale nazionale contrapposto a quello sul sempre minor numero di lettori, cioè di quelli che gli editori li tengono in piedi, è questione da storcimenti di naso parecchio intensi e dolorosi.
Certo, qualcuno potrebbe di contro obiettare che, senza il Salone di Torino, la situazione potrebbe pure essere peggiore. Senza dubbio, non si può controbattere efficacemente a un’obiezione del genere, semmai si potrebbe rilanciare: e se la formula del Salone alla fine dei conti risulta controproducente, per la vendita di libri e la diffusione della lettura? Sì, proprio così: non più un Salone ma un Solone dei libri, un evento saccente, troppo retorico, troppo ridondante, senza un’effettiva strategia culturale alla base ma con mere, semplicistiche visioni commerciali, una sorta di ipermercato del libro che non faccia nulla per abituare i propri clienti alla qualità dei propri prodotti ma punti tutto sulla quantità. Un evento, insomma, che si proclama paladino dei libri ma che alla fine ne diventa un (pur involontario) persecutore.
Una buona risposta a tutto ciò – batto di nuovo lo stesso chiodo, e continuerò a farlo anche in futuro – può venire dall’editoria indipendente. L’ultima ricerca Nielsen sul mercato editoriale italiano, presentata proprio a Torino durante il Salone, rivela che, a fronte di un’ennesima, drammatica perdita del 4% nel volume di vendita di libri nel primo quadrimestre 2015, la grande distribuzione organizzata ha perso nel il 14,8% di copie vendute, mentre le librerie indipendenti segnano un +2,4%, dato positivo che da anni non si riscontrava. C’è da riflettere su cosa possa significare tutto ciò per un Salone che immancabilmente e palesemente ogni anno offre la massima considerazione ai grandi editori – ovvero ai padroni della distribuzione organizzata e ai diffusori dei tipici libri di essa, che con la letteratura autentica hanno sempre meno di che spartire, anche questo lo sapete bene – relegando nella “periferia” dei suoi padiglioni gli editori indipendenti, nonostante basti una rapida occhiata alle loro proposte per capire quanta ottima qualità vi sia tra di esse ovvero, appunto, quanta buona letteratura, se confrontata ai libroidi messi in bella evidenza dai grandi editori come fossero cellulari alla moda. Una buona cosa che il Salone del futuro dovrebbe cercare di conseguire, insomma, potrebbe proprio essere il riequilibrio tra la componente editoriale industriale e quella indipendente, ponendosi come ponte, come elemento di contatto e di “traduzione” delle rispettive esigenze commerciali e culturali al fine di trovare accordi virtuosi per entrambi. Dovrebbe tornare ad essere un’occasione strategica per tutto il settore editoriale, di analisi e di proposizione, di progettualità e di visioni future – ciò che, nel loro piccolo già dimostrano di fare i piccoli editori anche nell’ambito del Salone stesso.
Ora come ora, risulta evidente che un evento pur in grande stile come quello torinese non stia apportando significativi vantaggi al mondo di cui è rappresentanza. Personalmente credo che non ci sia molto da rallegrarsi nel sapere che anche quest’anno il Salone ha battuto il record di affluenza precedente registrando uno 0,7% in più di visitatori, se poi leggo che si è perso un ulteriore 4% di vendite librarie; preferirei senza alcun dubbio leggere dati opposti. Il circo nazionale del libro può certamente divertire e intrigare per quella singola giornata di visita nei suoi tendoni, ma se poi non lascia dietro di sé nulla di buono rischia realmente di trasformarsi da dilettevole spettacolo circense a futile teatrino di burattini – burattini capaci solo di vantarsi di quanti libri si è venduto senza curarsi di quali libri siano, di quanta cultura della lettura sappiano essi portare con sé e diffondere, e incapaci di capire se anche domani, e non solo oggi, vi saranno ancora motivi validi per quei loro vanti.
Dunque, per concludere: ma sì, ben venga il Salone, anno dopo anno, con tutto il suo carrozzone luccicante e un po’ kitsch; ma poi il libro e i lettori esistono anche nei restanti 360 giorni dell’anno. Non lo si dimentichi.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Salone del Libro di Torino 2014? No, questa volta passo.

Dopo quasi quindici anni di onorata e continuata partecipazione, vuoi per la presentazione di libri e/o presenze agli stand dei relativi editori, vuoi (soprattutto) per personale interesse cultural-sociologico verso l’evento, quest’anno ho deciso: salto Torino. Passo, pigio sul tasto “fastforward” e arrivederci al 2015. Forse. Sì, insomma, vedremo.
A differenza di molti (moooolti) altri “colleghi”, non ho mai formulato un atteggiamento avverso al Salone del Libro di Torino. Certo, hanno probabilmente ragione quelli che lo definiscono più che altro una sorta di carrozzone circense ingolfato da un pubblico che forse è “lettore” (o appare tale) solo in quell’occasione, quando acquista libri banali per il mero gusto di poter poi dire “L’ho comprato a Torino, e con lo sconto-fiera!” soffocando così ancora di più (e condannando a morte certa) il povero libraio sotto casa che quello stesso libro ce l’ha in vetrina e non lo vende nonostante, per andare da lui, il potenziale compratore non debba spendere gli svariati Euro di benzina o di biglietto ferroviario per recarsi a Torino che vanificano il guadagno di qualsivoglia sconto-fiera.
In ogni caso, a parte questo, dicevo: è vero, il Salone è ormai diventato una sorta di grande “sagra paesana” del libro, un evento di matrice soprattutto mediatica (negli effetti ma ormai pure nelle cause, visto che anche quest’anno gli organizzatori vedranno di rimpinguare la quota visitatori e il relativo guadagno sfruttando nuovamente la moda dei cuochi-TV nel cosiddetto spazio Casa-cookbook: cosa tristissima, permettetemi di denotarlo!) nel quale esserci, per autori, editori e pure per molti lettori/visitatori, è in primis una questione di immagine, di starci perché se non ci stai sei tagliato fuori, un po’ come l’essere parte di una cena tra VIP, in modo più o meno consono e meritevole: se non ci sei, se non riesci nemmeno a imbucarti, non sei parte di quel mondo, sei un “inferiore”, per così dire. Tu editore esponi a Torino? Beh, ma allora sei importante! Tu, altro editore, non esponi? Allora non fai parte della crème dell’editoria italiana. Bah!

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Tuttavia, con i suoi pro e pure con i suoi numerosi (e in crescendo?) contro, ho sempre pensato al Salone del Libro come a una comunque interessante macro-cartina al tornasole per lo stato dell’editoria nazionale – intendo lo stato nazional-popolare, appunto, in fondo quello sostanzialmente preponderante. Non andavo a Torino a studiare la letteratura di ricerca, l’avanguardia poetica o la sperimentazione linguistica, ovviamente, ma andavo a cercare di capire dove la massa dei lettori medi veniva fatta fluttuare, e come veniva fatta fluttuare, dal sistema editoriale nazionale, quali erano le nuove mode e/o tendenze editoriali che le case editrici stavano lanciando e imponendo, cosa allo stato dell’arte veniva ritenuto importante dagli editori e dai lettori e cosa no… E nonostante tutto, ho sempre pensato, e lo penso tutt’ora, che se il Salone non si facesse più – come qualcuno a volte auspica, ritenendolo sostanzialmente inutile – sarebbe un grandissimo peccato, oltre che un danno notevole. Perché sarà pure trash, in senso letterario ma alla fine, in un panorama editoriale già comatoso come quello nostrano, va pure bene lo show dei buffoni, se in un modo o nell’altro – diretto o indiretto – può alla fine generare un sorriso, qualche beneficio o qualche utilità potenzialmente importante a vantaggio della lettura di libri in Italia.
“Ma perché non ci vai, allora?” – a ‘sto punto vi chiederete. Beh, perché il Salone torinese, per quanto sopra esposto, ha ormai raggiunto una forma e una sostanza così “istituzionali” da apparire parecchio conformista, se posso usare una tale terminologia in questo contesto. E’ il “museo del presepio” del panorama letterario italiano: sempre bello da vedere e ogni anno c’è qualche novità, qualche nuova realizzazione, ma alla fine la solfa è quella, e farne a meno per un anno non pregiudica assolutamente nulla, ne le personali mire cultural-sociologiche che pretendo di ricavare dalle mie visite, ne la constatazione dello stato di salute dell’italico mondo editoriale (la qual salute, inutile rimarcarlo di nuovo, è ogni anno sempre più cagionevole, ahinoi, Salone o non Salone…) e ne il mero divertimento del passarci una domenica primaverile magari un poco uggiosa, che così non si ha nemmeno il rimorso di aver sprecato una giornata in montagna o al lago per stare in mezzo alla confusione e al rumoroso vociare che intasa i padiglioni del Lingotto.
Quindi: lunga, lunghissima vita al Salone del Libro di Torino, assolutamente! Così che magari già l’anno prossimo, o quando lo riterrò opportuno, potrò tornarci in visita e immergermi nel suo allettante, divertente, popolano, futile, artificiale caos editorial-letterario.

Salone del Libro 2013 di Torino: il fascino quasi incrollabile di una cattedrale nel deserto.

“Mi sembra l’edizione più bella”, “Un Salone Pop”, “La crisi gli ha graffiato l’epidermide, ma non lo ha scalfito.” eccetera. L’edizione 2013 del Salone del Libro di Torino forse più che in passato si è connotata per delle aspettative piuttosto forti, dovute non solo a un’edizione 2012 che ha lasciato perplessi parecchi operatori del settore ma pure per i continui appelli alla salvaguardia della cultura – per la quale, inutile dirlo, il libro rappresenta l’oggetto fondamentale e non solo in senso simbolico – provenienti dalla società civile in questi tempi di sbando civico e politico sempre più grave. Ergo, il principale evento nazionale legato ai libri e al mondo dell’editoria è risultato l’inevitabile obiettivo, almeno per il settore di competenza, delle suddette istanze, e gli slogan che ho citato in principio di articolo, provenienti dallo stesso establishment del Salone – ovvero rispettivamente dal direttore del salone Ferrero, dall’assessore regionale Coppola e dal presidente della Fondazione per il Libro Picchioni – hanno senza dubbio contribuito ad autoalimentare le aspettative sull’edizione appena conclusa. Dunque, cosa è stato il Salone del Libro di Torino 2013? Ha mantenuto le attese? Ha accettato di mettersi sulle spalle il pesante fardello della salvaguardia della cultura letteraria ed editoriale presso il grande pubblico, oppure no?
Innanzi tutto, è necessario dare un’occhiata al panorama generale della lettura in Italia, che come ogni anno in concomitanza con il Salone viene offerta dall’indagine Nielsen sulla lettura di libri nel nostro paese. Panorama ancora una volta nebuloso, con il mercato editoriale che nei primi quattro mesi del 2013 segna un -4,4% nel valore e un -0,75% nel volume, ovvero nel numero di copie vendute rispetto al 2012: in pratica, si sono vendute meno copie dello scorso anno nonostante un calo del prezzo di copertina dei libri, con una conseguente diminuzione dei fatturati. Perdono un po’ tutti i settori: -10,7% a valore la non fiction salone-libro-2013_logopratica (guide cucina, viaggi, lifestyle, eccetera), -8,7% la non fiction specialistica (testi di management, computer, professionale, eccetera). Più contenuto il calo per fiction (narrativa, -3,7%) e non fiction generale (saggistica, -1,9%), mentre in controtendenza è soltanto il settore dei libri per ragazzi che, da gennaio ad aprile di quest’anno, ottiene un +4% a valore e un +6% a volume. Infine, continua la sofferenza delle librerie indipendenti che riducono ancora la loro quota di mercato: dal 37,1% del primo quadrimestre 2012 al 35,6% dello stesso periodo quest’anno, mentre la quota coperta dalle librerie di catena è leggermente aumentata, dal 41,5% del 2012 al 42,2% del 2013. La vendita on line è al 6,3%, in aumento ma ancora piuttosto marginale.
Insomma: dati parecchio foschi, appunto, in qualche modo richiamati anche dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel videomessaggio inviato per l’inaugurazione del Salone, con il quale ha stigmatizzato la desuetudine degli italiani alla lettura. Eppure, bastava essere presente nei padiglioni del Lingotto per denotare anche solo visivamente un cospicuo aumento del pubblico presente rispetto, ad esempio, alla scorsa edizione, cosa che farebbe pensare a quei dati negativi sulla vendita di libri come a delle poco attendibili voci di Cassandra… Ma è il solito effetto “cattedrale nel deserto” che offre il Salone di Torino, in ciò effettivamente ben rappresentato da quell’essere “pop” che l’assessore regionale Coppola ha rimarcato all’inaugurazione. “Pop” ovvero popolare, attinente alla cultura di massa: è vero, la lettura è una cosa talmente importante per una buona società civile da non poter che sperare sia diffusa il più possibile, dunque veramente “di massa”, tuttavia il termine “pop” indica anche una peculiarità mediatica della cultura contemporanea, per questo di livello sovente inferiore rispetto a quello che l’arte letteraria, in qualsiasi forma, dovrebbe rappresentare. Per essere chiari: la lettura deve essere “pop”, di sicuro, ma il libro – e di rimando l’intero panorama letterario ed editoriale – non troppo, altrimenti si degrada allo stato di mero oggetto di consumo. Vogliamo ad esempio parlare dei libri di ricette che spuntavano ovunque (molti validi, senza dubbio, ma quanti invece del tutto inutili?), con tanto di cucina allestita nel padiglione 3 nella quale chef vari e assortiti cucinavano insieme a note presentatrici di relativi programmi TV? Più pop-mediatico (e futile qui, mi si consenta) di così! Mah…
In effetti anche quest’anno il Salone del Libro non è sfuggito da quell’immagine a metà tra una grande sagra paesana e un supermercato dei libri che da qualche tempo offre: nulla di male, sia chiaro – anzi, molto divertente, ma da più parti mi hanno denotato come, a differenza di similari eventi esteri (Londra, Francoforte), sembra sia data maggiore importanza alla mera vendita dei libri, al Salone di Torino, piuttosto che alla primaria e basilare “missione” di diffusione e salvaguardia della cultura letteraria, anche in ambito più specificatamente professionale. Viene inevitabilmente da pensare che ogni libro acquistato al Salone è un libro in meno venduto in libreria – e magari, insisto, in una libreria indipendente – e tale fatto non mi sembra, in tutta sincerità, così positivo per un evento che invece i librai li dovrebbe difendere e con grande forza – senza contare ciò che già altri hanno denotato, ovvero che sovente il visitatore del Salone è attratto in esso dal fascino dell’evento in sé più che da un autentico interesse verso la letteratura e la lettura, e magari viene a Torino, vede da vicino qualche personaggio famoso, compra pure qualche libro ma poi, per il resto dell’anno, non entra più in libreria…
I librai, appunto: a ben vedere mancano, al Salone, pur rappresentando l’elemento forse principale dell’intera filiera editoriale nonché – l’ho pure io qui più volte rimarcato – un vero e proprio presidio culturale sparso sul territorio nazionale al servizio e a disposizione di tutti. Non sarebbe male se pure loro in un evento così omnicomprensivo fossero in qualche modo presenti, quanto meno a livello di categorie professionali nazionali o locali, dato che la loro assenza pressoché totale rende piuttosto palese l’impressione di come siano un po’ abbandonati al loro destino, schiacciati dalle librerie di catena – di proprietà dei grossi gruppi editoriali – e dall’espansione dell’editoria digitale, vera e propria razza in via di estinzione che mai nessuna pur meravigliosa libreria griffata potrà sostituire. E’ una questione in parte assimilabile a quella degli editori indipendenti – i piccoli e medi, per intenderci – la cui netta diminuzione lo scorso anno fu motivo di numerose perplessità, ma che non mi pare quest’anno tornati ad occupare i (spesso troppo costosi) stand del Salone, nonostante l’organizzazione ne avesse fatto, a parole, un preciso obiettivo dell’edizione 2013. Torino resta comunque sbilanciato a favore della grande editoria – anche per ovvie ragione di convenienza politica ed economica – e anche l’incubatore dei piccoli editori, iniziativa nata quest’anno per supportare appunto le più piccole realtà editoriali, mi pare ancora poca cosa rispetto a tutto il resto: apprezzabile, certamente, ma occorre fare di più se non si vuole che pure il Salone, più o meno indirettamente, finisca per favorire una situazione di mercato di natura oligarchica, in Italia.
Molto bello invece lo spazio dedicato al Cile, paese ospite di questa edizione del Salone – d’altro canto dal panorama letterario veramente ricco di notevolissimi autori, le cui immagini campeggiavano su grandi poster appesi al soffitto dello spazio: Neruda, Sepulveda, Bolaño, Coloane, Serrano – e cito solo i primi che mi vengono in mente, ma già sufficienti a rimarcare il rilevante valore della letteratura cilena, che avrebbe meritato un interesse del pubblico ancora maggiore di quello riscontrato.
Ecco, questo è stato, a (inevitabilmente) grandi linee, il Salone del Libro 2013. Un evento che ha saputo ancora una volta attrarre e affascinare un pubblico parecchio numeroso, offrendogli ciò che quello si aspettava di trovare con, io credo, forse un po’ troppa prevedibilità, ovvero troppa accondiscendenza verso la situazione di mercato attuale, in qualche modo subendola piuttosto che influenzandola – cosa che da un evento come quello di Torino ci si potrebbe anche aspettare. Pur con il suo incrollabile fascino, resistente anche in questi tempi magri come quello d’una cattedrale barocca in mezzo ad un deserto via via sempre più arido e che personalmente continuo comunque ad apprezzare (a differenza di molti che invece lo ritengono la lusinga di un ormai inutile carrozzone), probabilmente il Salone manca ancora di essere un buon volano per l’intero settore editoriale nazionale, una sorta di motore che ogni anno possa accendersi dando un prezioso impulso al comparto nella sua interezza. Comprendo benissimo che esserlo, in quest’era di crisi cronica e di smarrimento culturale, sia sempre più arduo, ma venire a conoscenza che proprio durante i giorni festosi del Salone l’Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche italiane e per le Informazioni bibliografiche (www.iccu.sbn.it) denuncia il rischio di chiusura perché non dispone più dei finanziamenti necessari alla gestione del Servizio Bibliotecario Nazionale (Sbn), ovvero della rete grazie alla quale vivono tutte le biblioteche italiane, rende la festa di Torino bella, sì, ma inevitabilmente anche un poco sguaiata.

Salone del Libro di Torino 2012: per tutti, ma non per molti

Qualche giorno fa, il post scritto in occasione dell’apertura dell’edizione 2012 del Salone del Libro di Torino lo intitolavo – parafrasando il titolo di un noto film di John Carpenter – “Anno 2012: fuga da Torino”. Ora che al Salone ci sono stato, visitandolo tutto quanto per bene, mi viene da intitolare questo post di resoconto – prendendo stavolta spunto dallo spot di un noto vino spumante, peraltro proprio torinese, e “ribaltandolo” – nel modo che avete appena letto lì sopra. Una conseguenza naturale, a tutti gli effetti, del succitato titolo pre-Salone: allora, denotando la “fuga” di molti editori piccoli e indipendenti dal Salone, ovvero l’annunciata rinuncia ad esserci, auspicavo che l’evento torinese potesse restare “il più importante punto di riferimento per il mondo dei libri dalle nostre parti, cercando di mantenersi totalmente e democraticamente aperto a qualsiasi espressione di esso, piccola o grande, aulica o nazional-popolare, mainstream o rivoluzionaria”.
Beh, innanzi tutto, la fuga sopra detta c’è stata, eccome: sono parecchi gli editori (personalmente conosciuti) che non ho più trovato, quest’anno, e il padiglione 1, quello tradizionalmente riservato alla piccola editoria, è ormai riempito (forzatamente, molti dicono) di stand di produttori di strumenti musicali: una sorta di piccola fiera (di settore) nella fiera, il cui senso francamente a me sfugge parecchio.
D’altro canto, l’impressione che ho tratto circa l’affluenza di pubblico è di segno opposto, dacché mi pare che quest’anno ci fosse più gente della scorsa edizione, e lungo l’intero arco della giornata.
Dunque forse già ora comprenderete il perché del titolo che ho voluto dare al presente post: il Salone si conferma essere sempre più una sorta di grande festa “di piazza” dell’editoria, nella quale il folto pubblico si accalca felice come (appunto) tra le bancarelle piene di dolci di una bella e ben organizzata sagra nella quale tuttavia si vedono in fin dei conti sempre le stesse cose, mentre probabilmente ci sono dolciumi anche più golosi (leggasi “buona letteratura”) dentro piccole e appartate pasticcerie prive di un banco colorato e scintillante nonché di un ben adescante strillone nella sagra.
Mi è parsa, insomma, un’edizione sotto molti aspetti ambigua. Ad esempio, l’evidenza del gran pubblico di cui ho detto stride con i dati dell’indagine annuale NielsenBookScan sulla vendita dei libri, presentata proprio venerdì 11 al Salone, che segnala quanto sia in crisi (di vendite, appunto, ma non solo) l’editoria italiana. E in effetti, sempre in contrasto con la suddetta notevole affluenza di pubblico, non mi è parso di vedere grandi acquisti di libri come un tempo: i trolleysti che gli scorsi anni si vedevano a bizzeffe tra gli stand (ovvero quelli che vengono al Salone portandosi un bagaglio da viaggio per infilarci la gran mole di libri acquistati e facilitarne il trasporto) sono ormai razza da salvaguardia del WWF (il che, dal mio punto di vista, è anche un bene, come dirò meglio tra poco)…
I vampiri che l’anno scorso affollavano tanti stand, credo siano quasi tutti morti dissanguati – da sé stessi, suppongo, e meno male, dico io: tutta quella massa di libri (quasi sempre di livello infimo) buttati sul mercato per sfruttare la moda adolescenziale twilightiana et similia inevitabilmente non poteva che ingolfarlo e soffocarlo. Di contro, non ho visto, almeno non chiaramente, un nuovo genere imporsi come futura moda letteraria di massa (personalmente, resto convinto che sarà il romance…), come se i grandi editori non sappiano ancora bene cosa imporre e verso cosa influenzare il grosso pubblico, e stiano in attesa di ulteriori input – che suppongo verranno da oltreoceano e/o dalla TV, come sempre (ahinoi!) negli ultimi anni.
E pure la “Primavera digitale” che quest’anno era il tema del Salone mi è sembrata in verità un inverno solo un filo meno freddo dei precedenti, vista la percentuale ancora ridicola di vendita di ebook da noi, e il generale impegno relativo/conseguente degli editori in tema di letteratura e web. Forse non è ancora arrivata la generazione che per prima diverrà ebook-dipendente: il futuro è certo quello, non ci si scappa, ma il libro è un oggetto dalle accezioni “classiche” ancora molto antropologicamente radicate, e al momento, anche per i giovani di oggi, tenere tra le mani un libro è ancora più automatico e gradevole che tenere un ereader.
Ecco. Come recita il titolo: un Salone per tutti ma non per molti. Per tutti, dacché festa di popolo, appunto, ma non per molti perché se un evento di tale portata non riesce ad essere (per proprie colpe o per contingenze esterne) espressione dell’intero spettro editoriale e letterario nazionale, perde a mio parere un bel po’ del proprio senso. Oltre a una maggiore (e accessibile) “democrazia espositiva”, come invocavo nel post di giovedì (perché – prima cosa che mi balza in mente – l’organizzazione non lascia un paio di sale conferenze a disposizione esclusiva dei piccoli editori e dei loro autori, al posto di farle monopolizzare soltanto dalle grosse case editrici?*), mi piacerebbe che il Salone perdesse un po’ quella citata atmosfera sostanziale da grande mercato di libri nazional-popolano per recuperare la sua reale natura, ovvero l’essere la principale vetrina di presentazione di tutto il panorama editoriale italiano (editori, autori, distributori, supporti e servizi vari per l’editoria…), così che i visitatori lo possano conoscere nel modo più ampio possibile e, di conseguenza, andare dai propri librai di fiducia ad acquistare e/o ordinare i libri ritenuti più meritevoli d’attenzione e di lettura (ecco: da loro, comprare libri! Non al salone!). Altrimenti diventerà sempre più una bella sagra, appunto: per tutti, come ogni evento pubblico del genere, ma nel quale di letteratura, quella vera e autentica, non ce ne sarà molta.

*: ma, a tal proposito, leggo il comunicato stampa ufficiale di chiusura del Salone, nel quale pare che l’organizzazione si sia già resa conto della “scarsa” democrazia di cui ho scritto poco fa, ovvero dell’esagerata egemonia dei grandi editori a scapito dei piccoli e delle loro istanze… Che abbiano letto i post qui nel blog – questo secondo anche prima che fosse pubblicato?
Vedremo che accadrà, nel 2013. Per il momento, gustatevi la personale fotocronaca del Salone 2012…:

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