Jørn Riel viene considerato da molti l’Arto Paasilinna danese, per aver scritto molte storie di tipo assimilabile a quelle del più celebre autore finnico, e in effetti i due hanno condiviso anche un’esistenza particolare, con esperienze che, leggendone i libri, risultano certamente importanti per la creazione degli stessi: Paasilinna è stato guardiaboschi, mentre Riel ha fatto il cacciatore in Groenlandia, e infatti è questo lo scenario delle storie di La Vergine Fredda (Iperborea, con traduzione di S.L.Convertini), che comprende otto racconti narranti episodi di “vita quotidiana” di un gruppo di cacciatori artici dispersi in diverse stazioni sulla costa nord-orientale della Groenlandia, i quali diventano di questo e di molti altri volumi di Riel i personaggi fissi di una specie (mooolto particolare) di “telenovela artica”, divisa in tanti episodi, appunto, di forma letteraria che in Scandinavia viene chiamata skrøne…
Leggete la recensione completa di La vergine freddacliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!
Proprio così! Mi permetto di rammentarvi la due giorni che mi vedrà presente alla 10° Rassegna della Microeditoria di Chiari, allo stand di Senso Inverso Edizioni, con i miei ultimi due romanzi La mia ragazza quasi perfetta e Cercasi la mia ragazza disperatamente. E ancor più vi ricordo di sabato 10, alle ore 18.00: nella Sala del Conte, al primo piano di Villa Mazzotti – la bellissima sede liberty della Rassegna – con la presenza di Francesco Dell’Olio, direttore editoriale di Senso Inverso, e dello scrittore Simone Fanni, presenterò Cercasi la mia ragazza disperatamente, e non solo… Perché non sarà una semplice “presentazione” di un libro, ma molto di più! Da non perdere!
Eppoi, questo potrebbe essere solo un altro dei tanti buoni motivi per visitare la Rassegna di Chiari, uno dei migliori eventi letterari italiani in senso assoluto, anche al di là della propria precipua vocazione mirata alla piccola e media editoria… Insomma, se siete in zona o non abitate troppo lontano – diciamo non oltre Sydney, ecco! – fateci un salto, che lo merita parecchio! Cliccate sull’immagine per visitare il sito web della Rassegna ed avere ogni informazione utile in merito. Ci si vede là, ok?!
Mi sono avvicinato con non poche aspettative a questo libretto di David Sedaris, come mi accade ogni volta che, da buon cultore della letteratura umoristica moderna e contemporanea, posso “scoprire” un nuovo autore, e anche per la fama della quale m’era giunta voce dello scrittore americano, ritenuto tra i migliori, più feroci e dissacranti umoristi delle sue parti. Holidays on ice (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, traduzione di Matteo Colombo), contrariamente a quanto raccontano molte cronache – e a quanto viene pure da pensare leggendo il risvolto di copertina – non racconta dell’esperienza vissuta da Sedaris come elfo di Babbo Natale in un grande magazzino, il cui esilarante resoconto radiofonico è stato il suo trampolino di lancio quale umorista. E’ invece un libricino (un’ottantina di pagine in tutto) composto da quattro racconti incentrati sul tema del Natale – o meglio, sulla decadenza e la corruzione della festa religiosa (o ritenuta tale) in caciara consumistica, nella quale l’americano medio (ma non solo lui e non solo laggiù, sia chiaro) sovente riesce a dare il peggio di sé. Il degrado del senso festivo natalizio diventa dunque per Sedaris l’arma tagliente per colpire e sferzare la società americana, tutte le irrazionalità e le idiozie messe in campo in quei momenti, le quali poi sono spesso il sintomo chiaro e inequivocabile d’un degrado non solo limitato al periodo natalizio, ma ben steso lungo l’intero anno e per tutta la vita quotidiana…
Leggete la recensione completa di Holidays on icecliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!
Chiari, amena cittadina in provincia di Brescia, non sarà più la stessa, dopo… Già, perché la ricerca riprende, e non solo sarà più minuziosa, questa volta, ma pure più… Insolita, curiosa, fantasiosa, e divertente! Il 10 e l’11 Novembre prossimisarò ospite della 10a Rassegna della Microeditoria di Chiari, in assoluto una delle migliori fiere italiane per l’editoria indipendente, presso lo stand di Senso Inverso Edizioni! Con me, e ben più protagonisti di me, ci saranno Cercasi la mia ragazza disperatamente, il mio ultimo romanzo, e La mia ragazza quasi perfetta, il suo predecessore.
Protagonisti in senso concreto, peraltro! Infatti, sabato 10, oltre a essere presente presso lo stand di Senso Inverso, alle ore 18.00 nella Sala del Conte – al primo piano di Villa Mazzotti, la sede della Rassegna – terrò la “presentazione” di Cercasi la mia ragazza disperatamente insieme a Francesco Dell’Olio, direttore editoriale di Senso Inverso, e al collega Simone Fanni (cliccate qui per avere il programma completo della Rassegna). E, notate bene, ho messo il termine presentazione tra le virgolette, perché non sarà la solita presentazione, ma certamente qualcosa di più particolare… Vedrete (se verrete!), ci sarà da divertirsi! Il giorno successivo poi, domenica 11, sarò nuovamente presente per l’intera giornata presso lo stand di Senso Inverso Edizioni: se passerete sarà un piacere incontrarvi e fare due chiacchiere! Troverete inoltre i libri (e l’intero catalogo di Senso Inverso) a prezzi superscontati e, probabilmente, pure da mangiare e da bere (ah, cosa non si fa per ingraziarsi i potenziali lettori!!!).
Senza contare che avrete la possibilità di visitare, lo ribadisco, veramente una delle migliori manifestazioni italiane dedicate alla piccola e media editoria indipendente: una tre giorni di cultura a tutto tondo immersi nel fascino liberty di Villa Mazzotti Biancinelli, prezioso tesoro architettonico di Chiari. Anche l’edizione di quest’anno prenderà le mosse dalla produzione dei piccoli e medi editori italiani per creare dibattiti con grandi nomi della cultura nazionale e presentazioni di libri intervallati da appuntamenti artistici e musicali. Le migliaia di visitatori delle passate edizioni testimoniano il successo crescente di un evento che, di anno in anno, incuriosisce sempre di più il pubblico grazie alle proposte particolari, raffinate e di nicchia, che vengono offerte durante la tre giorni. Il mix perfetto per un weekend d’autunno all’insegna della cultura e dell’arte, ma anche dello svago e dell’intrattenimento.
Insomma, sarà un’edizione da ricordare! Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web della Rassegna della Microeditoria e conoscere ogni informazione utile sull’evento, e quindi segnatevi gli appuntamenti: sabato 10 alle ore 18 per la presentazione, e domenica 11, da mattina a sera, presso lo stand di Senso Inverso! Mi raccomando: non mancate!
P.S. (Pre Scriptum! – come sempre, in questi casi): il seguente è un brano di anteprima d’un nuovo “scritto di viaggio” che ho voluto dedicare alla città svizzera di Lucerna. Le virgolette sono necessarie, dacché non è un semplice diario di viaggio, nemmeno un resoconto, e certo per nulla una guida turistica. E’ qualcosa invece di… Particolare, ecco, come mi auguro questo brano possa adeguatamente dimostrare.
Buona lettura!
“L’empire des étoiles”, elaborazione fotografica digitale (dal blog lucarotaimages.wordpress.com)Quando ho l’occasione di visitare una città – anzi, dico meglio: ogni volta che il tempo mi permette di osservare una città, con l’acutezza visiva che spesso il mordi-e-fuggi più tipicamente turistico non consente di fare, è mia abitudine scorrere lo sguardo con una certa attenzione sui selciati e sui cornicioni cittadini. Sì: non solo su facciate, archi, finestrature, torri e quant’altro di classicamente architettonico – come già prima rimarcavo – ma pure ai margini, inferiore e superiore, dell’osservazione ordinaria della città. Perché, se il limite “orizzontale” della città è dato dai margini dell’estensione urbana, dal centro verso la parte di periferia oltre la quale i manufatti antropici non sono più prevalenti rispetto al terreno libero, il limite verticale è proprio quello, selciati e cornicioni. E’ tra di essi che la città è racchiusa, e sono essi che tracciano le linee fondamentali che identificano il corpo cittadino rispetto al territorio tridimensionale in cui è inserito. In alto, il susseguirsi più o meno continuo di falde, gronde, cornicioni, doccioni, ritaglia continue porzioni di cielo, determina la luminosità diffusa nelle vie, pone in dialogo l’opera architettonica, la sua forza oggettiva, la solidità – e il limite del fare umano – con l’aereo vuoto infinito, oltre a donare allo sguardo di chi voglia eventualmente sfuggire dall’abbraccio a volte opprimente delle mura cittadine una fuga, un sollievo, una nota di colore sovente più vivo di quello dei palazzi d’intorno. In basso, la superficie sulla quale si muove la vita – e scorre la vitalità, della città: selciati, marciapiedi, acciottolati, lastrici, fino a che non sia stato reso dominatore assoluto il manto d’asfalto per il traffico motorizzato – perché sia chiaro, che in una città sia preponderante lo scorrere degli autoveicoli rispetto a quello pedonale, è il frutto di una bella e buona stortura della nostra insensata era moderna, e una gran sconfitta dell’urbanistica residenziale, ovvero del buon vivere.
Per fortuna Lucerna non vive una così grave situazione di traffico, e il centro della città è semmai reso trafficato dal viavai dei mezzi pubblici e dei bus turistici più che dai veicoli privati, comunque senza mai divenire realmente caotico. Posso tranquillamente vagare per le vie esclusivamente pedonali, o con accesso agli autoveicoli regimentato, facendo scorrere lo sguardo sui selciati oppure sulle linee di gronda, facendomi guidare da esse come da un filo rosso urbano, un percorso ignorato dai più e tuttavia così tracciante, appunto, così rappresentativo e identificante. E’ l’epidermide cittadina che scorre sotto i miei passi, con le sue rugosità, le ruvidità o le parti più lisce, caratterizzata qui è là da tanti segni, piccoli nei più o meno evidenti – avete mai notato come anche degli ordinari tombini, dei banali e del tutto ignorati chiusini stradali, a volte presentino delle forme e delle armonie quasi artistiche? E come pure possano tracciare una storia minima ma significativa della città nella quale sono sparsi?
Poi prendo la scusa dell’incoccio visivo con un pluviale, che sull’angolo di un edificio si immerge in quel selciato, per alzare gli occhi lungo quel canale verso l’alto, e ricominciare a seguire le linee irregolari delle grondaie, dei cornicioni, con lo sguardo illuminato dal frattale celeste da quelle formato. In fondo, è come osservare una sorta di proiezione su un piano ortogonale della skyline cittadina, vista da dentro e per tutta la sua estensione, ovvero da terra fino al punto oltre il quale vi è il vuoto – solo aria, solo cielo.
Il centro di Lucerna non ha palazzoni troppo svettanti verso l’alto – che peraltro sono rari anche in periferia – con facciate sfuggenti, lisce, fredde come le pareti d’un inquietante labirinto, troppo regolari e precise tanto da sembrare inumane – lo sappiamo bene tutti: l’essere umano è imperfetto per sua natura, fortunatamente… – e camminando entro le quali può crescere rapidamente una sensazione di indifferenza verso il luogo se non di disunione, o pure (e peggio!) di anomia. Certo, sono percezioni, queste, del tutto soggettive, legate nel bene o nel male alla quotidianità e all’orizzonte ordinario di ognuno. Ma sono convinto che questi selciati e questi cornicioni lucernesi, con le loro linee irregolari, sghembe, a volte tortuose e apparentemente entropiche, possano tracciare in cielo e sul terreno un disegno nel complesso più armonioso, più equilibrato e urbano di quelle a volte studiate per filo e per segno da celebrati urbanisti che, se all’apparenza paiono perfette, cadono inevitabilmente nella volontà, o necessità, o imposizione, di regolare la dimensione cittadina, di sottometterla in qualche modo a diagrammi statistici che, tra infiniti numeri e calcoli, tendono a dimenticare troppo spesso la variabile “piacere”, ovvero il valore dello sguardo di chi li vive, che poi diverrà la messe di dati con il quale la mente costruirà la propria percezione dei luoghi, dunque la piacevolezza di starci o meno, appunto.
Per questo – anche per questo – mi perdo a osservare la città pure dove a nessun altro verrebbe di ammirarla, se non per motivi funzionali in nessun modo estetici. Personale pungolo visivo bizzarro, forse, eppure a suo modo interessante, illuminante e, come detto, identificativo.
E certo, se a ciò si aggiunge la proverbiale (ed effettiva, non leggendaria) pulizia elvetica del suolo pubblico, tanto meglio. Sui selciati la vita cittadina deve scorrere senza lasciare traccia alcuna; un’epidermide urbana ricca di imperfezioni è indubitabile sintomo di malattia (sociale)…