Thomas Meyer, “Non tutte le sciagure vengono dal cielo”

cop-nontuttelesciagureAh, le donne, capaci di portare gli uomini alla perdizione! Beh, ovvio che non è proprio così, in verità, perché il “merito” di quella perdizione va semmai ricercato nell’ingenuità e nell’ottusità di molti uomini (che ormai “sesso forte” non lo sono più da decenni – e meno male, per certi aspetti). Anzi: e se quella “perdizione” da qualcuno paventata e messa a colpa delle donne non sia invece una visione perbenista se non oscurantista di un buon concetto di libertà, che altrimenti tanti uomini non saprebbero ottenere? Tanto più se si è di sesso maschile e di religione ebrea ortodossa
Mordechai Wolkenbruch è proprio uno di essi, un ebreo ortodosso svizzero residente a Zurigo, ed è il protagonista del romanzo di Thomas Meyer Non tutte le sciagure vengono dal cielo (Keller Editore, 2015, traduzione di Franco Filice; orig. Wolkenbruchs wunderliche Reise in die Arme einer Schickse, 2012): Motti – è il suo nomignolo – studia all’università, per mantenersi lavora nell’agenzia assicurativa del padre ma, soprattutto, è ormai in età da matrimonio – anzi, è già pure in ritardo rispetto ai suoi confratelli coetanei. Dunque la madre, donna di rigidità confessionale e invadenza vitale terrificanti, non fa che organizzargli degli shidekh (termine della lingua yiddish), ovvero degli incontri con ragazze di famiglia rigorosamente ebrea e possibilmente ben vista nella relativa comunità, finalizzati a trovare moglie. Peccato però che nessuna delle ragazze scelte dalla madre piacciano a Motti…

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Nicolas Dickner, “Apocalisse per principianti”

cop_Apocalisse-per-principiantiLa fine del mondo. Quante ne abbiamo scampate, fino ad oggi? C’era quella dei Maya, il 21 dicembre del 2012, poi quella “tecnologica” del cambio di millennio, oppure quella del millennio precedente senza contare tutte le apocalissi portate con sé dalle stelle comete in transito nei pressi della Terra, oppure degli asteroidi – pare ce ne sia uno che stia prendendo la mira, per tentare di fare strike col nostro pianetucolo intorno al 2030, o giù di lì… Fatto sta che, al momento, siamo ancora qui. Tutte quelle previste e presunte catastrofi finali c’hanno dato buca. Per fortuna, o purtroppo.
Ma, ora: supponete di possedere per genetica familiare la prerogativa, durante i vostri sogni (o incubi) notturni, di predire la fine del mondo. Ma non tanto e non solo l’evento in sé, ma pure la data e l’ora precise in cui avverrà. Dote inopinata e parecchio tremenda, converrete, soprattutto se poi, come detto, nelle date previste le apocalissi temute non si avverano, perché in tal caso c’è motivo di andar fuori di testa.
Effettivamente a buona parte dei membri della famiglia Randall è successo questo. A tutti o quasi, meno che a Hope Randall, protagonista di Apocalisse per principianti, romanzo dello scrittore canadese (francofono) Nicolas Dickner (Keller Editore, 2012, traduzione di Silvia Turato; orig. Tarmac, 2009). Forse perché ancora giovane – è in età da college – e non ancora consapevole della particolare virtù familiare, Hope è certamente la più assennata della sua famiglia – anzi, è palesemente dotata di intelligenza superiore (Q.I. pari a 195) e spiccatamente razionale – mentre ad esempio la madre, che la sua brava predizione catastrofista l’ha già avuta, da tempo manifesta segnali di squilibrio mentale preoccupanti, vivendo (e costringendo la figlia a vivere) come se ogni giorno fosse l’ultimo…

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Quando una civiltà finisce per archiviare sé stessa (Nicolas Dickner dixit)

Mettendo piede alla biblioteca municipale, Hope lanciò un’occhiata diffidente al banco dei prestiti, dove due vecchie bibliotecarie classificavano delle schede. Secondo lei una civiltà che si preoccupava così tanto di archiviare era, e non c’era dubbio, una civiltà in declino.

(Nicolas Dickner, Apocalisse per principianti, Keller Editore, 2012, traduzione di Silvia Turato, p.67)

nicolas-dicknerBeh, in tema di biblioteche non so se quanto afferma Hope Randall, la protagonista del romanzo di Nicolas Dickner, possa essere realmente condivisibile. D’altro canto è vero: una civiltà che manifesta una evidente compulsione archivistica non ha timore di poter dimenticare il passato, come potrebbe sembrare di primo acchito, ma ha soprattutto paura di affrontare il futuro. Paura di non saper fronteggiare ciò che il futuro le offrirà, così da rifugiarsi per istinto nell’adorazione conservatorista di ciò che è conosciuto e che è parte del passato, appunto.
Un segno evidente di debolezza, insomma. Accresciuto dal fatto poi che sovente, a furia di archiviare, si finisce per accantonare. Che è ancora peggio.

Arno Camenisch, “Dietro la stazione”

cop_dietro-la-stazioneA volte, delle montagne e della loro gente, nella popolazione di città resiste un’opinione quasi Settecentesca, da buoni selvaggi che abitano territori inesorabilmente mai del tutto antropizzabili. E circa questo secondo aspetto la verità non è del tutto lontana, fortunatamente, nonostante il progresso abbia tentato in tutti i modi di addomesticare le vette soprattutto per fini turistico-commerciali, con risultati spesso disastrosi in termini di danni ambientali ma pure di sconvolgimenti sociali. Tutt’oggi, appunto, il cittadino che frequenta i monti per turismo e diletto tende ad osservare la gente di lassù con uno sguardo di sufficienza e superiorità, come se le difficoltà evidenti dell’abitare in quota e/o dello svolgere mestieri pressoché scomparsi altrove, per i quali serve ancora più la forza delle braccia che le prestazioni della tecnologia tenga sempre quella gente un passo indietro rispetto al resto del mondo.
Opinioni resistenti, appunto, dacché viene fatta resistere – fatta resistere, sottolineo – una visione della società ancora legata a parametri che la crisi degli ultimi anni ha palesato come ottusi, se non proprio ridicoli, ma sui quali siamo ancora costretti a confrontarci nella nostra vita quotidiana. Lassù sui monti, invece e per fortuna, sovente sono altri gli elementi che regolano la vita sociale: di sicuro Arno Camenisch li conosce bene, questi elementi, lui che è nato in una delle principali vallate delle Alpi Svizzere tra i cui monti, come fatto per altre sue opere ha ambientato il romanzo Dietro la stazione (Keller Editore, 2013, traduzione di Roberta Gado; orig. Hinter dem Banhhof, 2010), sorta di piccolo diario stagionale con il quale un ragazzino d’un minuscolo villaggio del Canton Grigioni ne racconta la quotidianità, fatta di tanti piccoli fatti nella cui apparente ordinari età spesso si celano (come sovente accade) barlumi di straordinario…

Arno Camenisch
Arno Camenisch

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Scrivere poesie è una cosa maledetta (Arno Camenisch dixit)

A casa del Gion Bi ci sono fogli sparsi dappertutto. Sul tavolo al centro c’è una macchina da scrivere e una lampada da scrivania. Il Gion Bi è seduto al tavolo in pelliccia su una sedia, con le pantofole marrone di pelle scamosciata e gli occhiali di corno sul naso. Ha la testa china in avanti e dorme. Salü Gion Bi, dice la Silvana, cosa stai facendo. Oh, forse ho la sciato la porta aperta, chiede il Gion Bi, guardate che potete anche bussare prima di spaventare la gente. Cosa stai facendo, chiede la Silvana. Scrivo poesie, mia cara. E perché ci sono così tanti fogli per terra. Sai, cara, scrivere è una cosa maledetta, ti svuota la testa a forza di studiarci su, non ti resta più dentro niente e non ti accorgi che passa la giornata. La sera, poi, quando mi alzo dalla sedia, vedo le tante carte sparpagliate per terra, come se fossero entrati due lupi. Leggici una poesia, chiede la Silvana. Solo quando è finita, ci vuole ancora tempo, forza, devo andare avanti, è già tardi, andate adesso.

Arno Camenisch, Dietro la stazione, pagg.70-71 (Keller Editore, 2013, traduzione di Roberta Gado.)

Arno Camenisch
Arno Camenisch

Ha ragione il Gion Bi, uno dei protagonisti del romanzo di Camenisch. La scrittura poetica, quando è vera, genuina, non di maniera ma autenticamente emozionale, ti svuota la testa e il corpo come fosse un’esperienza del tutto fisica.
Invece, sarà, ma io vedo spesso gente che si proclama “poeta” più fresca di un funzionario statale… Mah!
In ogni caso, potete leggere QUI la personale recensione di Dietro la stazione.