Italia e Mediterraneo, identità e metissage

Vi voglio proporre una riflessione su un tema costantemente caldo, oggi, e altrettanto “tirato per la giacca” da più parti anche in modi fin troppo rozzi: quello dell’identità.

Riflessione che comincio con una (se così posso definirla) “provocazione” (che tuttavia per me tale non è): e se per varie ragioni, ma in primis storico-geografiche, l’Italia fosse una terra naturalmente destinata al metissage etnico e ancor più culturale, e solo da tale condizione storicizzata di acculturamento e trasformazione derivasse (potesse derivare) una autentica e peculiare forma di identità? Non solo, un’identità più forte e intensa proprio in forza della propria poliedricità culturale (ciò che in fondo evidenzia la sociologia sul tema dell’identità contemporanea in costante trasformazione, Zygmunt Bauman docet) rispetto ad altre unicamente basate su caratteri nazionali e limitate a questi, dunque inevitabilmente destinate ad avvilupparsi su se stesse e involvere?
Ciò, intendo dire, rispetto ad altre condizioni storico-geografiche territoriali, giuridicamente definite, più “naturalmente” portate a forme di sovranità nazionale non opposte alla prima ma, semplicemente, basate su altri fattori contingenti e non necessariamente di matrice isolazionista (anche se sovente si manifestano in questo modo).

Insomma, in parole povere: è molto più “normale” e logico che sia l’Italia, per la sua posizione geografica da un lato protesa nel bacino del Mar Mediterraneo e dall’altro a contatto con la realtà mitteleuropea, a essere interessata dai movimenti di genti e culture di varia origine – traendone notevoli vantaggi, peraltro – piuttosto della Finlandia! Ma se questo paese – lo uso ancora come esempio – può ricavare una propria identità culturale peculiare proprio dalla sua posizione geografica, dalla condizione storica e da una specifica omogeneità etnica e culturale della parte di mondo nella quale si trova inserita, lo stesso processo culturale di definizione identitaria può avvenire in Italia per ragione opposte e ugualmente contestuali alla parte di mondo in cui è inserita.

I Romani l’avevano capita perfettamente, questa realtà geostorica, al punto da inglobare l’intero bacino mediterraneo nel proprio impero creando il concetto di Mare nostrum e facendo di questo territorio l’anima sociale, culturale, economica nonché identitaria della propria potenza – non a caso l’unico vero “periodo identitario” ascrivibile al territorio italico (posti gli ovvi distinguo storici). Un concetto che poi sarà funzionalmente travisato e totalmente distorto dal colonialismo fascista, anche in funzione pseudo-identitaria, altrettanto non casualmente generando danni sociali, culturali ed economici tremendi all’Italia in quanto paese mediterraneo.

Più tardi lo avrebbe capito anche Élisée Reclus, geografo geniale e premonitore, tra i padri fondatori della geografia umana (quello che oggi si chiama antropogeografia) che un secolo e mezzo fa scriveva: «Il mondo è caratterizzato dal movimento e dalle relazioni: rapporti dinamici fra gli uomini e gli ambienti fisici, ma anche mobilità degli uomini sulla superficie della Terra, che tende a portarli dall’interno verso i litorali e a circolare all’interno dei bacini, marini o fluviali, con per risultato un métissage umano che rende vani i dibattiti sull’esistenza di differenti razze umane, e stimola al contrario una riflessione alla scala dell’umanità, intesa nel suo insieme.» Anch’egli, Reclus, pressoché inascoltato se non osteggiato dagli ambienti scientifici fino a poco tempo fa, e pressoché sconosciuto al di fuori. Non a caso, di nuovo.

Per concludere: da tempo credo e sostengo che le dinamiche demografiche, nello specifico quelle relative ai fenomeni migratori, debbano essere comprese e gestite dalla sociologia e dall’antropologia ben prima che dalla geopolitica dacché, ben prima che rappresentare fenomeni strumentalizzabili ideologicamente e politicamente, essi sono dinamiche contestuali allo spazio e al tempo, ovvero ai territori geografici e alla storia contemporanea, che per poter essere adeguatamente gestite (qualsiasi cosa ciò significhi, non è questo il punto) devono essere comprese nella loro relazione con quello spazio e quel tempo. Altrimenti, se tutto ciò non sarà compreso ovvero sarà funzionalmente ignorato, ci si troverà inesorabilmente a fare i conti con la storia – e non saranno conti “facili”, per nulla, né per la politica né per le società civili. Perché come ben scrisse Albert Camus, «Ogni volta che una dottrina ha incontrato il bacino Mediterraneo, nello scontro di concezioni che ne è risultato il Mediterraneo è sempre rimasto intatto, la regione ha vinto qualsiasi dottrina.»

Quella “destra” alla deriva a bordo della C-Star

Ne avrete certamente letto da qualche parte, tra luglio e agosto: prima gli innumerevoli problemi di permessi, poi l’accusa di avere a bordo clandestini, quindi il fermo del capitano della nave e dell’equipaggio, poi ancora le avarie e la beffa di dover essere soccorsa dalla nave di una ONG impegnata nel salvataggio dei migranti… Mi pare di poter dire che la ridicola epopea della “C-Star”, la nave noleggiata dall’organizzazione di estrema destra Generazione Identitaria con lo scopo di fermare la congetturale “invasione” di clandestini nel Mediterraneo, sia lo specchio perfetto di ciò che è la “destra”, oggi, fuori e dentro gli agoni politici: una massa informe di infantili palloni gonfiati capaci soltanto di esprimersi (sgrammaticamente, peraltro) attraverso futili slogan retorici e anacronistici, di contro incapaci di compiere qualsivoglia azione concreta di qualche “buona” sostanza. E l’atto finale della suddetta spedizione anti-immigrazione, dello scorso 22 agosto, con cui viene dichiarata “un successo, indubitabile e totale” una missione durata 5 giorni (!) durante i quali la nave nemmeno s’è vista in prossimità d’alcun gommone di migranti clandestini, inanellando di contro una figuraccia dietro l’altra, è la (inutile peraltro) prova finale di quanto sopra.

Tutto il contrario, in buona sostanza, di ciò che potrebbe e dovrebbe essere un’autentica destra contemporanea, emancipata totalmente dal proprio passato e dai relativi conformismi nostalgici, consapevole di sé stessa, dei propri principi originali, identitaria in senso strettamente culturale e politicamente virtuosa ovvero pure populista, nel caso, ma con appropriato senno e serietà adeguata.
Ci sarebbe ben bisogno di una destra del genere, esattamente come ci sarebbe bisogno di una sinistra lontanissima dall’attuale suo simulacro fariseo, ipocrita, ormai del tutto dimentico della propria storia e degli ideali originari e totalmente asservito al sistema di potere vigente come meglio la più laida borghesia reazionaria non saprebbe fare.

Sia chiaro: non c’è affatto da sottovalutare questa generale deriva delle ideologie classiche verso biechi lidi di non pensiero concettualmente svuotati d’ogni cultura originaria, tanto tragicomici quanto imbarbarenti; di contro, non resta che sperare che i due suddetti elementi, ormai del tutto complementari e integrati in un’unica “mandria” ferina priva al suo interno di qualsiasi effettiva differenza, finiscano per disintegrarsi vicendevolmente, e attendere che ciò inesorabilmente avvenga. Il più presto possibile, ovviamente.

P.S.: cliccando sull’immagine in testa al post, potrete leggere un approfondito reportage di Valigia Blu sulla questione “C-Star / Generazione Identitaria”.