Un “corto” racconto per voce e immagini, ovvero un grande film: “Pensieri nel vento”, di Ermanno Salvaterra

Ammetto di aver sempre preferito la lettura dei libri alla visione cinematografica, pur essendo del buon (e ribadisco: buon) cinema un ammiratore assoluto. Ma quando mi viene chiesto di citare un titolo di opera filmica particolarmente gradito, tra quelli che mi balzano in mente c’è sempre Pensieri nel vento, dell’alpinista trentino Ermanno Salvaterra. Il che lascia regolarmente un po’ sgomento chi mi ha posto quella domanda, anche quando preciso di cosa si tratta così tentando di dipanare il dubbio dei più verso un titolo certamente non celebrato come un grande “classico” ovvero sostanzialmente sconosciuto. E ciò a torto, mi permetto di dire, “imponendomi” di dedicarvi questo breve articolo che possa anche sostenere e motivare la mia preferenza.
Pensieri nel vento è un film d’alpinismo, un cortometraggio da meno di venti minuti di durata, certamente sotto molti aspetti “artigianale”, semplice, essenziale, nulla a che vedere, insomma, con megaproduzioni simil-hollywoodiane o altro del genere – comunque vinse il Premio Genziana d’oro del Club Alpino Italiano al Trento Filmfestival del 2002, una delle più importanti rassegne internazionali dedicate al cinema di montagna e d’avventura.
Sia quel che sia, Pensieri nel vento è a mio parere tremendamente sublime, capace di concentrare in quella sua semplicità tecnica e tematica una potenza espressiva e un effettivo senso artistico incredibili. E’ un piccolo gioiello cinematografico dalla fortissima valenza letteraria, pure, per l’armonia che si genera tra voce narrante (come per un breve audiolibro, in pratica) e immagini nonché per la grande carica poetica che in ciò vi si può riscontrare. Un’opera che trascende i propri confini “naturali” meramente alpinistici tanto da poter affascinare pure chi le montagne non le ha mai nemmeno viste in lontananza, e che io citerò sempre, ogni volta che mi chiederanno la domanda sopra riportata, insieme ai titoli classici (sarò forse blasfemo, ma tant’è) di mostri sacri quali Herzog, Lynch, von Trier, Kitano e così via. Già.
Buona visione.

Mark Lombardi, quando l’arte sa illuminare la parte più oscura e torbida della realtà

Da scrittore dotato di grande passione per la scrittura letteraria e per assimilabile grande passione verso l’arte contemporanea, sono da sempre molto interessato e affascinato da quelle forme d’arte che integrano in modo più o meno cospicuo il segno grafico con le parole scritte, ovvero con un testo che sia leggibile e che dunque palesi un determinato senso tematico/letterario.
Posto ciò, devo ammettere la colpa di non aver mai adeguatamente approfondito la conoscenza dell’opera di Mark Lombardi, artista concettuale americano che tuttavia definire in tal modo risulta parecchio limitante, se non per certi aspetti lombardi_photofuorviante. I suoi disegni, diagrammi ovvero infogrammi di precisione maniacale con i quali metteva in correlazione i poteri forti, le varie lobby politiche, economiche, industriali e finanziarie e vari settori delle classi dirigenti con la criminalità e il terrorismo internazionale di varia natura, formano delle figure perfette e armoniose, in tal modo dimostranti un’armonia grafica riconducibile alla matrice estetica dell’arte, ma nel contempo illustrando e illuminando la realtà – torbidissima e sovente spaventosa, inutile dirlo – di quei poteri dominanti, e di buona parte della realtà che da essi derivava e tutt’oggi deriva – in primis gli attentati dell’11 Settembre 2001, pochi giorni prima dei quali Lombardi morì d’una morte che in alcuni desta ancora Lombardi-bushbinladen_photopiù d’un sospetto – e della quale stiamo subendo le conseguenze planetarie, chissà ancora per quanto tempo (a proposito, tanto per dire: ingrandite la foto qui accanto, e meditate…)
Dicevo poco sopra che qualsiasi definizione si porvi ad usare per l’opera di Lombardi risulta facilmente fuorviante… Lombardi era una artista, ok, le cui opere tuttavia ben poche persone riconoscerebbero come “d’arte”, intendendo l’accezione classica ed estetica di questa definizione; però, come detto, i disegni prodotti sono talmente belli, nel segno grafico, che assurgono realmente al rango di arte contemporanea concettuale e minimalista. Ma, con la sua arte e con quanto rivela, Lombardi era pure un cronista sui generis, uno che veramente illuminava le realtà dei fatti in modo libero e indipendente: in effetti il testo utilizzato nelle sue opere è composto soltanto da nomi, date e pochi altri appunti funzionali al disegno raffigurato.
Tuttavia, al di là di qualsiasi definizione, etichetta o catalogazione pensabile, Mark Lombardi con la sua arte ha attuato come pochi altri il senso precipuo e fondamentale che da sempre le discipline artistiche devono e dovrebbero conseguire, ovvero la raffigurazione della realtà attraverso una matrice estetica e al contempo tematica ed espressiva che permetta a chi ne fruisce di riflettere su quanto raffigurato, di valutare, di considerare e magari di comprendere. L’arte non deve imporre una qualche idea o, peggio verità – sarebbe altrimenti mera propaganda, come quella utilizzata dai regimi – ma, appunto, deve offrire un punto di vista perspicace, penetrante, illuminante e se possibile alternativo su quella realtà. Deve agevolare la libertà di pensiero, insomma, esattamente come l’arte è manifestazione di libertà espressiva, in senso grafico e non solo. E Mark Lombardi, nei suoi lavori, lo ha saputo fare benissimo, peraltro mettendoci davanti agli occhi la potenziale verità sugli ultimi 30 anni almeno di geopolitica internazionale, su come ciò che ci è stato presentato e imposto come “bene” ma che sovente è l’esatto contrario, nonché – allo stesso modo – su certi “nemici dell’Occidente” che invece erano (e sono) amici, e pure fraterni…

Su Mark Lombardi in Italia c’è pochissimo materiale. Di recente RAI 5 – l’unico canale della televisione pubblica italiana degno di essere visto! – ha mandato in onda il documentario Mark Lombardi – Kunst und Konspiration realizzato dalla regista tedesca Mareike Wegener, il cui promo è questo:


Poi, per citare un paio di altre fonti utili su Lombardi, questo è l’articolo di Wikipedia (in inglese), mentre questo è il sito della Pierogi Gallery di Brooklyn, che ne detiene le opere (visibili in una interessante selezione). Ma, appunto, se avete una buona dimestichezza con la lingua inglese, potete trovare molti altri documenti interessanti, sul web: Mark Lombardi è un personaggio che merita assolutamente di essere conosciuto e apprezzato in tutto il suo grandissimo valore, e per quanto sappia aprirci occhi e mente sul nostro mondo contemporaneo.

Paul Torday, “Pesca al salmone nello Yemen”

cop_pescaalsalmonenelloYemenVerrebbe mai in mente a voi, chesso’, di andare a sciare su un isola dei Caraibi? Oppure di giocare a golf nel bel mezzo del deserto del Sahara, o ancora di cercare funghi porcini nell’entroterra groenlandese? Credo proprio di no, e lo crederei anche se doveste immaginare di pescare salmoni – un pesce tipico di corsi d’acqua freddi e impetuosi, generalmente molto nordici – in un polveroso uadi tra gli infuocati canyon delle montagne dello Yemen, o sbaglio? Sarebbe una cosa fuori da ogni logica, senza alcun senso, priva di qualsivoglia razionalità, scientifica, biologica e pure ludica – appunto come pensare di creare una stazione sciistica ai Caraibi. Un’assurdità, insomma.
In effetti è la stessa opinione che matura il professor Alfred Jones, idrobiologo dell’ENPI – l’ente per la tutela e lo sviluppo del patrimonio ittico nei fiumi britannici – e protagonista di Pesca al salmone nello Yemen di Paul Torday (Elliot Edizioni, 2012, traduzione di Annamaria Raffo; orig. Salmon fishing in the Yemen, 2007.) Lo pensa fin da subito, ne andrebbe peraltro del proprio onore scientifico imbarcarsi in una assurdità del genere e non lo ritiene proprio il caso…

Leggete la recensione completa di Pesca al salmone nello Yemen cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

L’arte, se non ci sa sconvolgere l’animo, non è tale (Andrej Tarkovskij dixit)

Tarkovsky_small-imageL’arte si rivolge a tutti nella speranza di essere, prima di tutto, sentita, di suscitare uno sconvolgimento emotivo.
(Andrej Arsen’evič Tarkovskij, citato in Francesca Pirani, Tarkovskij. La nostalgia dell’armonia, Le Mani-Microart’S, 2009)

Ha ragione, Tarkovskij: l’arte deve sconvolgerci l’animo, e sovvertire le nostre certezze, e aprirci gli occhi troppo spesso chiusi, e illuminarci la mente e il pensiero. Se ciò non accade, probabilmente non siamo di fronte a “vera” arte. Ma quando accade, allora l’arte è in senso assoluto lo strumento di visione e di comprensione della realtà più potente che l’uomo possegga. Indispensabile usarlo, e abusarne.

Sul film e sulle vignette anti-Islam: quando ciò che in teoria eleva, in pratica degrada.

Gli abitanti della Terra sono di due tipi: quelli con cervello, ma senza religione, e quelli con religione, ma senza cervello. (Al-Ma’arri)

Ora che il grosso della tempesta pare passato, vorrei osservare come, a mio parere, nelle vicende relative alle pubblicazioni – film, giornali, vignette o che altro – su Maometto ritenute blasfeme, e alle conseguenti proteste di una certa parte del mondo islamico, non c’è in gioco e/o in discussione alcun diritto di espressione, alcuna libertà e alcun valore di fede. Il principio fondamentale a cui personalmente viene da riferirmi è molto semplice: la libertà è e deve essere assoluta finché non lede in modo evidente e indiscutibile quella altrui. Dunque, la libertà è per sua natura rispetto reciproco, altrimenti diventa prevaricazione, cioè il seme della tirannide.
In verità, trovo che le suddette vicende rivelino invece per l’ennesima volta la tremenda distorsione rappresentata dalla religione, e dall’uso che ne viene fatto da che essa è diventata strumento di potere, ovvero un qualcosa di totalmente antitetico al concetto più autentico di “fede”. Se questa è realmente viva in un individuo, costui non farà altro che compatire chi la dileggia, dacché saprà bene che nessuna cosa terrena, peraltro così discutibile, potrà nemmeno lontanamente scalfire quella sua fede e, ancor più, la/le entità divine (o quanto di assimilabile a ciò) a cui farà riferimento con la propria devozione. Ritenere anzi che ciò che è sacro/divino possa essere offeso da qualcosa di umano/terreno, mi pare a tutti gli effetti una sorta di autodegradamento di quel proprio credo!
Invece sulla fede – che è bisogno individuale di spiritualità, di relazione più o meno diretta con il divino e stop, nulla di più (ed è già tanto, sia chiaro!) – s’è appoggiato e costruito nei secoli il potere delle religioni, il dominio delle strutture gerarchiche derivate, e il conseguente confronto/scontro tra religioni diverse, sovente sfociate in terrificanti guerre – già questa evidenza storica un controsenso totale, tanto significativo quanto spaventoso.
La religione diventa così strumento di controllo, di assoggettamento e di coercizione, nonché per ciò arma di attacco sempre ben affilata e assai efficace, il cui uso comporta regolarmente la risposta da parte dell’avversario – anche qui, pure, alla faccia di quanto esse di frequente affermano: non a caso il vecchio adagio popolare predicar bene e razzolar male proprio ai rappresentanti di questo potere si riferisce! Non solo, per quanto sopra diviene pure ottimo mezzo di bieco marketing: e che sia politico, religioso o commerciale, non cambia la sua retriva e deleteria natura.
Insomma, in tutto ciò la fede – cioè la cosa fondamentale (in teoria) per qualsiasi credente, lo ribadisco – non c’è, non centra nulla, ne è totalmente avulsa e antitetica, appunto. Non c’é in chi diffonde film o vignette potenzialmente offensive, non c’é in chi pratica la violenza per protestare – senza nemmeno, io credo, aver visto quel film o quelle vignette. No, c’è solo una reciproca volontà di sopraffazione, ovvero una mera rivendicazione di potere e di dominio politico. Appunto, qualcosa che, analogamente a quanto sopra, non centra nulla con qualsivoglia libertà, di pensiero, d’espressione, di fede o che altro.
Finché questa stortura politica, filosofica, culturale e sociologica resisterà in questo nostro mondo già tanto derelitto di suo, tali vicende non conosceranno di sicuro alcuna fine.

A tante sciagure ha potuto indurre la religione. (Tito Lucrezio Caro)

Le religioni sono come le lucciole: per risplendere esse hanno bisogno dell’oscurità. (Arthur Schopenhauer)

(N.B.: tutte le citazioni sono tratte da Wikiquote)