Ma è ancora «sci» lo sci di oggi?

In numerose occasioni, cioè ogni volta che mi trovo di fronte, dal vivo o con immagini eloquenti, la montagna invernale più infrastrutturata, turistificata, lunaparkizzata – impianti, cannoni, bacini idrici, tubi e canali, terreni scavati e spianati per le piste, parcheggi smisurati, condomini d’ogni taglia… – mi chiedo se la si possa ancora chiamare «montagna» e percepire realmente come tale oppure se sia ormai da considerare un simulacro di essa, così trasformata e snaturata.

Poi, a pensarci bene, osservo cosa è oggi lo sci su pista, un’attività “di montagna” che si svolge ormai quasi solo su neve finta in mezzo ai prati inariditi grazie a impianti di risalita sempre più capienti, veloci e comodi, durante la quale si pasteggia a ostriche e champagne in “rifugi”-gourmet che spesso diventano discoteche come in spiaggia, in comprensori del tutto alienati dall’ambiente montano circostante e sempre più simili a parchi divertimento dove ogni cosa è e deve essere una “attrazione” vendibile e consumabile, e mi chiedo: ma si può chiamare ancora «sci» questo, per come è stato inteso fino a pochi anni or sono?

Oppure anche qui si tratta del simulacro, della pantomima di un’attività un tempo propria della montagna invernale e oggi sempre più dissociata da essa? Un po’ come – passatemi il paragone forte, ma trovo che sia assai consono – la copula con una bambola gonfiabile lo sia del sesso propriamente detto, in pratica. Per giunta senza contare che, guarda caso, qualcuno vorrebbe che in futuro si sciasse proprio sulla plastica, eliminando definitivamente la neve, vera o finta che sia!

[Immagine tratta da https://www.neveplast.it/it/ ]
Carlo Mollino, uno che certamente non aveva della montagna un’idea conservazionista ma alla quale d’altro canto era legato da una passione sincera e viscerale, nel suo celeberrimo “Introduzione al discesismo” scrisse, riprendendo la metafora del volo leonardesco, che lo sci doveva servire a «Avviare lo sciatore a trovare se stesso», processo per il quale la montagna invernale con le sue specificità rappresentava il contesto fondamentale da interpretare, comprendere e con il quale armonizzarsi non solo attraverso il gesto tecnico ma pure nella relazione culturale con il luogo: ciò rende(va) l’attività sciistica totalmente appagante, prima e più di ogni altra cosa.

Lo sciatore di oggi invece è stato ormai trasformato definitivamente in un cliente che, convinto o costretto a praticare una riproduzione artificiale dello sci, acquista della merce o dei servizi in vendita di cui fruire e per i quali la montagna è soltanto il contenitore e non più altro, esattamente come non conta tanto il luna park in sé quanto per le giostre e le attrazioni che contiene e può offrire alla fruizione. Al punto che sui monti non serve nemmeno più che ci sia la neve, come d’altro canto affermano gli stessi impiantisti: la si può riprodurre e fingere che abbia nevicato veramente. La giostra gira comunque e pagando il biglietto ci si può divertire sopra lo stesso: ciò che si ha intorno diventa superfluo, non interessa e anzi diventa pure sgradevole, visto che non offre più le condizioni naturalmente adatte allo sci e si presenta spoglia, arida, brulla, non bianchissima e scintillante come nelle immagini del marketing turistico.

Nell’odierna montagna invernale turistificata finzione e realtà sono su due piani paralleli ma viepiù antitetici, così come sostanzialmente lo sono l’essere (montagna) e l’apparire (tale).

Dunque: è ancora «montagna», questa? La si può ancora chiamare «sci», un’attività così dissimulata e artefatta?

Due “luna park”, diversi ma uguali

Date un occhio alle due immagini qui sotto:

Al netto del contesto visibile e delle debite proporzioni, vi trovate qualche differenza?

Io sì: la prima raffigura chiaramente un luogo di montagna, l’altra evidentemente no.

Fine, non trovo altre differenze sostanziali. Stesse funzionalità (sono due parchi divertimenti o luna park, se preferite), medesimo disordine delle attrazioni, identiche finalità meramente ludiche e, dunque, simili modalità di fruizione indotte.

Ma il luogo raffigurato nell’immagine in basso è Gardaland, che conoscete di certo, mentre quella dell’immagine in alto è, come accennato, la vetta di una montagna alpina di quasi 1600 metri di quota, l’Hartkaiser sopra Ellmau in Tirolo, Austria: e a me – senza volerne criticare direttamente la presenza lassù e chi ne fruisce, sia chiaro – pare un ottimo esempio di lunaparkizzazione del territorio montano, ecco.

Detto ciò, e a parte le mie opinioni al riguardo: giostre e attrazioni ludiche a 1600 metri di altezza per famiglie e bambini (ma non solo per loro, in verità) nel bel mezzo d’un paesaggio alpino di grande bellezza e ricco di cose meravigliose da vedere e visitare… accettabile? Ammissibile? È ciò che serve al luogo nelle specifico e alle montagne in generale per essere valorizzate e per attirare visitatori? O tutto ciò rappresenta una interpretazione errata dell’idea di fruizione del territorio montano se non una volgare banalizzazione del luogo e delle sue peculiarità ovvero il segnale di una carente consapevolezza culturale riguardo ciò che sono le montagne e che sanno offrire?

Inoltre: visto il target evidente di tali attrazioni, sono cose che servono realmente al pubblico che le frequenta per generare da parte loro interesse, attenzione e fascino nei confronti delle montagne, oppure deviano e inquinano da subito queste qualità, necessarie ad un autentico godimento del paesaggio montano, tanto negli adulti quanto, cosa ben più grave, nei piccoli, assuefacendoli a una montagna iper-infrastrutturata e di contro disabituandoli alla conoscenza e alla consapevolezza della natura autentica (sia in senso ambientale che culturale) delle terre alte ovvero alla loro specificità identitaria rispetto alle zone metropolitane più urbanizzate?

Che ci siano giostre a non finire a Gardaland, ovvero in una zona già ampiamente antropizzata, ci sta; che vi sia un contesto simile sulla cima di una montagna delle Alpi – e che ce ne siano a decine per tutte le montagne alpine e appenniniche, di forma varia ma uguale sostanza, nel bel mezzo di un contesto geografico, naturale, ambientale che dovrebbe sorprendere ed entusiasmare chiunque senza bisogno di tali manufatti ludici – non sempre ci sta. Anzi, quasi mai.

Questo ovviamente non significa, per quanto mi riguarda, che non possano esistere contesti simili anche in montagna, ma certamente significa che tanti di quelli realizzati così di frequente hanno ampiamente superato i limiti di decenza, di assennatezza e di contestualità che il luogo in cui sono installati avrebbe richiesto di osservare al fine di tutelarne la bellezza, l’attrattiva e l’anima alpestre.

Eppoi: siamo proprio sicuri che per divertirsi sulle montagne – soprattutto riguardo i più piccoli – ci siano bisogno di tutti questi pseudo-luna park così come delle altre infrastrutture turistiche “da divertimento” e non siano più sufficienti prati, boschi, ruscelli, angoli naturali, vedute e panorami strepitosi, sentieri e percorsi in ambiente e, insomma, tutto ciò che la montagna sa offrire? E se fosse così, perché non sarebbero più sufficienti?

Sono domande, persino banali a pensarci bene, che i promotori di tutte quelle infrastrutture non si pongono, ovviamente, ma che chi ama la montagna o la frequenta con almeno un minimo di autentica passione qualche volta dovrebbe porsi, secondo me.

N.B.: l’immagine del “luna park” di Ellmau è tratta da questo articolo pubblicato sul sito della CIPRA, la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, a corredo – non casuale, ovviamente – di un articolato documento di osservazioni sulla nuova strategia europea per il turismo. Nel documento la CIPRA critica gli effetti negativi del turismo di massa e chiede un potenziamento dei trasporti pubblici e modelli turistici innovativi e adeguati alle specificità regionali e territoriali.

E se provassimo a fermarci e a guardarci intorno, ogni tanto?

[Foto di Lian und Sander Baumann da Pixabay.]
Corriamo continuamente per ogni cosa, la vita quotidiana ci impone di essere veloci, smart, di non perdere tempo, di star dietro a più cose contemporaneamente e nel frattempo ci bombarda di stimoli continui che non possiamo e non sappiamo ignorare per restare “connessi” con il mondo che ci circonda.

Sono ovvietà, lo so e lo sapete bene tutti, che spesso biasimiamo ma alle quali tuttavia ci vediamo costretti a sottostare perché «oggi va così, è la vita!». Forse, vi sottostiamo anche perché il nostro cervello, talmente preso dalle cose e per ciò costantemente in affanno per gestirle, non sa più o non è più in grado di rallentare. Per questo tale frenetico e affannato modus vivendi lo riproduciamo anche in contesti nei quali non servirebbe affatto: andiamo a sciare su impianti di risalita sempre più veloci e capienti così da attendere in coda il meno possibile, oppure pretendiamo di salire con le nostre auto il più in quota possibile per avvicinarci ai rifugi e raggiungerli rapidamente, e così via.

[Foto di Ralf Ruppert da Pixabay.]
Pretendiamo di salire e scendere veloci dalle piste da sci e dalle montagne e che i nostri bisogni ricreativi siano soddisfatti ovunque rapidamente per non perdere tempo, inseguiti come siamo dai demoni dello stress e della noia, e non ci rendiamo più conto che se invece rallentassimo, almeno qualche volta, ci fermassimo, tirassimo un respiro profondo e osservassimo il mondo che abbiamo intorno quando siamo in luoghi di pregio come le montagne, scopriremmo una quantità tale di cose sorprendenti e meravigliose da ammirare, e dalla cui bellezza farci conquistare, che probabilmente appena dopo resteremmo sgomenti per quanta roba siamo riusciti a ignorare fino a quel momento, come se fossimo privati tanto di sensi attivi quanto di una mente sveglia e lucida. Ovvero, per dirla come ho accennato poc’anzi, di quanto il nostro cervello sia realmente in affanno al punto da perdersi la gran parte delle cose del mondo d’intorno.

Vogliamo arrivare in cima alle piste da sci su telecabine da 12 m/s di velocità e 6000 persone/ora, oppure salire fino a quote alte su strade ampie e veloci per arrivare prima possibile alla meta prefissata? Be’, se proprio non sappiamo farne a meno… ma, almeno qualche volta fermiamoci, magari sediamoci per sentirci ancora più rilassati e osserviamo il paesaggio d’intorno con calma, ascoltiamone i suoni e odoriamone i profumi, lasciamo vagare lo sguardo nella geografia circostante, nelle sue forme, nei colori, nelle cose naturali o antropiche che contiene.

Torniamo per qualche momento a seguire il tempo lento della Terra, non quello frenetico della civiltà. Siamo più parte della prima che della seconda, dovremmo ricordarcelo più di frequente.

[Foto di Felix da Pixabay.]
Sono sicuro che, in quei momenti, non solo vedremo e apprezzeremo cose che altrimenti ci sarebbero sfuggite e comprenderemo quale perdita sia l’ignorarle come abbiamo così spesso fatto, ma in aggiunta ci sentiremo bene come prima non sapevamo di poterci sentire, in armonia con il luogo in cui siamo e con il mondo, connessi con la realtà ben più che con la virtualità, più contenti e appagati di stare lì, consapevoli di potercene poi tornare a casa con dentro qualcosa in più.

E se poi vorremo tornare a “correre”, o ci toccherà farlo perché ce lo impone la quotidianità, sono anche sicuro che lo potremo fare con meno affanno, la mente più leggera e un certo conforto in più nell’animo. Scommettiamo?

Togliere dal paesaggio esteriore, aggiungere al paesaggio interiore

[La testata della Valle Spluga con le case di Motta di Sopra e, sullo sfondo, il gruppo del Suretta, ottobre 2024.]
Ponti tibetani, panchine giganti, passerelle panoramiche e poi strade, case, funivie… una concezione distorta della montagna, per la quale sia un luogo dove ci si possa solo svagare, continua ad aggiungervi “cose”, alla montagna perfettamente inutili ma funzionali a chi su quegli svaghi ci voglia fare affari. La chiamano “valorizzazione” ma si tratta di un inganno lessicale, in realtà è una messa a valore: una svendita, in pratica, della montagna e della sua identità culturale.

Invece, bisogna cominciare a togliere cose dal paesaggio esteriore e aggiungerne a quello interiore, dentro di noi: aggiungere curiosità, attenzione, conoscenza, consapevolezza. Solo così si può realmente e pienamente godere di ciò che la montagna sa donare a chi la visita, tanto a chi vi salga solo per qualche ora di relax quanto a chi desideri conoscerla più approfonditamente e, magari, restarci a lungo.

Paesaggio esteriore e paesaggio interiore sono sempre in relazione, anche nel turista più svagato: se nel primo ci si piazzano cose insulse, degradanti, inutili, anche nel secondo si addensano le stesse cose, inevitabilmente. E il danno che risulta è triplo: per la montagna, per chi la frequenta e non di meno per chi la abita.

La sicurezza senza consapevolezza, in montagna, è come una bicicletta senza freni in discesa

P.S. (Pre Scriptum): ringrazio di cuore il sempre prezioso Michele Comi che mi ha informato del tema sul quale di seguito leggerete. Ne ha scritto anche lui su “Montagna.tv”, qui.

[Immagine tratta da www.facebook.com/soccorsoalpinocnsas.]
Il casco da sci diventerà obbligatorio per tutti. Lo ha deciso un emendamento al decreto legge “Sport” (96/2025) approvato qualche giorno fa dalla Commissione Cultura della Camera.

Si direbbe una buona notizia ovvero una cosa giusta, e per certi versi lo è. Tuttavia, per molti altri versi non lo è affatto. Innanzi tutto perché si pretende di risolvere la questione dei troppi incidenti sulle piste da sci imponendo un obbligo e non educando gli sciatori a un comportamento meno maleducato e pericoloso: come si rimarca da tempo, la velocità sulle piste da sci è in costante aumento e non certo perché sia aumentata pure la perizia degli sciatori, anzi: la grande quantità di incidenti lo dimostra bene. Inoltre, c’è il rischio che proprio la percezione di maggior sicurezza indotta nello sciatore medio peggiori il problema invece di mitigarne le conseguenze. D’altro canto, proprio in forza della propria esperienza e della relativa consapevolezza lo sciatore dovrebbe stabilire da solo se sia il caso di utilizzare un casco sulle piste, e infatti molti già lo usano; ma, chiaramente, la presenza di una tale consapevolezza nella pratica dell’attività sciistica dovrebbe già da sé ridurre i rischi sulle piste. Invece ciò non sembra accadere: un’evidenza del tutto significativa.

La stessa cosa accade anche d’estate, sui sentieri e sui percorsi in quota: come denuncia il Soccorso Alpino ci sono sempre più incidenti, purtroppo spesso mortali, di frequente dovuti a imperizia, scarsa o nulla consapevolezza nei confronti delle montagne, equipaggiamento inadeguato. Ma, di contro, si registra un’eccessiva percezione di sicurezza data dall’avere con sé un cellulare («Se siamo in difficoltà basta una telefonata e ci vengono a prendere!») oppure proprio dal pensare di indossare un equipaggiamento super tecnico e dunque perfetto per qualsiasi itinerario. Il quale invece non può affatto garantire alcuna sicurezza preventiva: primo, perché senza consapevolezza su cosa sia la montagna (e relativa adeguata preparazione) non c’è alcuna sicurezza e, secondo, perché – molto semplicemente e altrettanto obiettivamente – in montagna non c’è sicurezza.

Eppure, l’intero immaginario scaturente dal marketing turistico, sia invernale che estivo, è sempre più un gran florilegio di «no limits!», «adrenalina», «effetto wow!» e così via. Di nuovo, il tutto si riconduce a una questione soprattutto culturale, tanto evidente quanto trascurata e ignorata: dietro le prescrizioni come quella sul casco, dietro le proposte turistiche, dietro l’immaginario che coltivano e dal quale scaturiscono, risalta drammaticamente la mancanza di volontà di educare i frequentatori delle montagne a una corretta relazione e fruizione di esse, sia verso i territori frequentati – dunque riguardo la loro conoscenza e la capacità di leggerne e valutare i rischi e i pericoli, ad esempio -, sia verso se stessi – la consapevolezza di ciò che si è in grado di fare e che al riguardo esista un limite da non superare. «Molti non conoscono i propri limiti» guarda caso rimarca Maurizio Dellantonio, il presidente del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico.

I limiti, già. In fondo il punto attorno a cui tutto gira è sempre questo: l’evidenza – culturale, appunto – che la montagna, pur in tutta la sua imponente vastità anche verso l’alto, è un luogo di limiti e, di contro, l’immaginario elaborato in funzione turistica e ancor più commerciale – per non dire consumistica – che fa di tutto per cancellare qualsiasi limite, materiale e immateriale. Alla fine il cortocircuito è inevitabile e le sue conseguenze sono le cose delle quali ho scritto fino a qui così come tante altre.

Come se ne esce? Be’, per me in maniera (idealmente) semplice: considerando il limite un pregio invece che un difetto o un ostacolo, un elemento di definizione che identifica e così rende speciale ciò che lo presenta – che si tratti di un luogo o di qualsiasi altra cosa. Se ci si pensa, in montagna il limite per antonomasia è la vetta: definisce compiutamente la montagna della quale è la massima sommità, oltre la quale non si può andare e ciò permette di potersi dire variamente contenti di esserci giunti. Se invece le montagne non avessero una vetta? Sarebbero ancora “montagne”?

Allo stesso modo: una montagna sulla quale ci si arroga il diritto di poter fare ciò che si vuole senza alcun limite (per supponenza, per inconsapevolezza, perché ci si sente sicuri o perché si indossa un casco oppure una scarpa da hiking di ultimissima generazione), è ancora “montagna”?

Che dite voi?

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