Che poi mi chiedo: ma gli inglesi, a prescindere dalla bontà o meno della Brexit, si rendono conto che ci stanno facendo una figura assai ridicola, se non grottesca? E che quello da cui è scaturita la Brexit pare più un sovranismo da pollaio che da Camera dei Lord?
Di questo passo pure il più celebre suddito di Sua Maestà potrebbe avere qualche problema… «Mi chiamo Bond, James Bond.» «Sicuro? Cioè, c’è l’accordo su questo nome?» «Be’, sì… sono 007, io!» «Be’, verifichi bene, prima che con un successivo voto lei sia diventato 006 o 008.» «Ma io sono l’agente segreto più famoso del mondo!» «Ah sì? E sulla base di quale referendum?» «Ehm…»
“Punk”. Un termine che ultimamente (ma pure prima) trovo tra i più abusati in assoluto. Lo è anche “rock” – per restare nello stesso ambito espressivo – ma per sua natura ed essenza meno antagonista del primo il relativo abuso è più velato.
In ogni caso, basta che un qualsiasi stilista, anche il più esclusivo e/o cool in circolazione, faccia una collezione con sugli abiti qualche borchia qui e là che subito “è stile PUNK!” (l’immagine qua sopra fa riferimento a qui), o che una cantante per teenager vada sul palco coi capelli color fucsia e sarà “un look PUNK!”, oppure che uno scrittore, pure il più mainstream e politically correct, pubblichi un libro infarcito di linguaggi scurrili e sarà certamente “un romanzo PUNK!”…
Punk, punk, punk, PUNK!
Ma lo sapranno tutti ‘sti personaggi d’oggi che con quel termine si riempiono la bocca convinti che basti pronunciarli per essere alternativi, fuori dagli schemi, “rivoluzionari”… – lo sapranno poi che cosa significa veramente punk?
Essere punk vuol dire essere un fottuto figlio di puttana, uno che ha fatto del marciapiede il suo regno, un figlio maledetto di una patria giubilata dalla vergogna della Monarchia, senza avvenire e con la voglia di rompere il muso al suo caritatevole prossimo.
I punk mi ricordavano gli armadilli: gente che vestiva una specie di armatura per proteggersi dai tentacoli dell’iridio che cercano di afferrarli. Una cosa come l’apocalittica-fine-del-mondo-è-prossima-e-allora-avanti-io-sono-pronto. Sai, del tipo: “Visto che deve succedere, allora forza, sono pronto, vomitatemi addosso, così, non c’è problema, sono lavabile”. C’era qualcosa di individualmente apocalittico nel punk… un’apocalisse personale, un indurimento.
E questo è Edward Sanders, tanto per dirne un’altra. “Vere” punk girls nella Londra di fine anni ’70. Si noti la leggerisssssssssima differenza con quelle in testa al post…Beh, a questo punto consiglierei ai suddetti pseudo-epigoni contemporanei del punk la lettura d’un paio di testi piuttosto interessanti sul tema. Ad esempio Please kill me. Il punk nelle parole dei suoi protagonisti di Gillian McCain e Legs McNeil, un libro che racconta la cultura del punk e il suo mondo fatto di sesso, droga, follia e malessere, tracciando il ritratto stralunato e suggestivo della nascita della più rumorosa e violenta cultura alternativa degli ultimi sessant’anni. Un vero viaggio all’inferno attraverso le parole di Legs McNeil, uno dei fondatori della fondamentale fanzine Punk. La cultura nichilista e la voglia di autodistruzione di un’intera generazione messe a nudo in un saggio scritto meravigliosamente bene. Un lungo intreccio di voci diverse intente a raccontare la loro esperienza allucinante, senza omettere dolori ed eventuali drammatici buchi. Uno straordinario viaggio in prima persona negli abissi e nei paradisi della creatività. Eppoi un bel Marci, sporchi e imbecilli. Attraverso la cultura punk di Stewart Home, un articolato e battagliero saggio contro la falsa credenza che vuole il punk, a vent’anni dalla sua comparsa, morto e sepolto. Con lo stile incalzante di un reportage d’avventura, con il linguaggio beffardo e irriverente della strada, è qui descritta la vivacità caotica del panorama subculturale londinese che restituisce il punk alla sua reale essenza fatta di volgarità, rozzezza, violenza, ma anche di spontaneità, di immediatezza creativa espressa fuori da qualsiasi regola e convenzione.
Ecco, vediamo se dopo ciò si abuserà un po’ di meno del termine punk…
(Ovviamente è una speranza del tutto vana, d’altro canto chi conosce veramente l’autentica cultura punk se ne frega altamente – e coerentemente – di tutti quelli che se ne appropriano senza giustificato motivo: saranno certamente questi e le loro futili mire da “alternativi griffati” a sparire prima, piuttosto che il punk!)
Prendete una catena montuosa, la quale abbia ovviamente alcune vette maggiori di altre: dai versanti di esse nascono e scrosciano ruscelli d’acqua cristallina, che poi diventano torrenti, e fiumi, e alimentano laghi e mari di preziosa acqua dai quali chiunque può attingere, e nella cui acqua in qualche modo sono sempre presenti le gocce originarie scaturire dalle vette suddette… Ecco: nel grande “mare” del genere umoristico moderno e contemporaneo, letterario e non solo, c’è molta acqua proveniente da quella cristallina fonte che fu P.G.Wodehouse, veramente tra i padri dello humor universale ovvero di quello stile e di quel modo di inventare cose divertenti del quale gli anglosassoni sono – bisogna ammetterlo – indiscussi maestri e che, sostanzialmente, ha insegnato nel tempo all’intero pianeta come ridere e come far ridere. Ovvero: se si parte dai comici, dai cabarettisti e dagli umoristi contemporanei e si percorre la via della risata a ritroso nel tempo, passando per le pietre miliari – Monty Python, Douglas Adams, Marx Bros., Stanlio e Ollio, solo per citarne alcuni tra i più popolari – quasi inevitabilmente si giunge a Wodehouse, con pochi altri maestro riconosciuto, appunto, della risata in letteratura. Gas Esilarante (Mondadori, 1a ed.1955, traduzione di Alberto Tedeschi: orig. Laughing Gas, 1936. Ora pubblicato in Italia da Guanda. L’edizione da me letta – acquistata su un banco di vendita di libri usati – è del 1971) in verità è un’opera che Wodehouse pubblicò quando la sua fama di scrittore umoristico era già consolidata, grazie alle fortunate serie di Jeeves, l’impeccabile e geniale maggiordomo, e del Castello di Blandings, dunque non tra quelle che originariamente e più direttamente influenzarono la letteratura di genere e non solo. Tuttavia è certamente uno dei titolo della vastissima produzione dello scrittore inglese tra i più noti, esempio ottimo dello stile impeccabile – anche linguisticamente – della creatività, della capacità narrativa e della classe che sempre gli vennero riconosciute anche dai colleghi, coevi e successivi…
Leggete la recensione completa di Gas esilarantecliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!
Nel campo delle espressioni artistiche in genere, sia classiche che contemporanee, capita spesso che un autore o un personaggio pur dotato di un ampio e prestigioso “curriculum” resti soprattutto legato nell’immaginario collettivo a una singola creazione, che maggior gradimento, suggestione, scalpore o altro di simile stampano indelebilmente, e in maniera assai identificante, nel ricordo dei più. Per intenderci: Leonardo è soprattutto la Gioconda, Beethoven la Quinta Sinfonia (col suo celeberrimo attacco Da-Da-Da-Daaannn!), Ungaretti è Mattina, Sean Connery è il James Bond per antonomasia, e così via.
Senza dubbio un simile principio può valere anche per Douglas Adams, il quale è, soprattutto, la Guida Galattica per Autostoppisti, uno dei romanzi umoristici più celebri del Novecento e tra i pochi, se non l’unico, a potersi meritoriamente fregiare del titolo di “capolavoro”, anche solo per la grande influenza “popolare” su una miriade di cose – dalla musica all’informatica al cinema e molto altro. Per questo, nel lettore che si trovi tra le mani un romanzo qualsiasi di Adams facilmente si para da subito nella mente la Guida Galattica come metro di paragone: un atteggiamento formalmente sbagliato ma sostanzialmente inevitabile, tanto originale e geniale è quel celebre volume. Questo potrebbe certamente accadere anche per un romanzo come Dirk Gently, agenzia investigativa olistica (Mondadori, 2012, traduzione di Andrea Buzzi; tit.orig. Dirk Gently’s Holistic Detectice Agency, 1987), pur se non direttamente correlabile alla serie della Guida Galattica, almeno in principio – perché è vero che poi il terzo libro di questa ulteriore serie con protagonista il bizzarro detective che crede nella fondamentale interconnessione di tutte le cose venne ritenuto dallo stesso Adams un romanzo valido sia come parte di tale serie che come sesto libro della serie della Guida Galattica: come a voler rimarcare che lo stile dello scrittore britannico è quello e da esso non ci si scappa, si narri di astronavi e alieni oppure di investigatori e… divani incastrati sulle scale…
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Tra le cose che certamente il mondo (o quanto meno la sua parte occidentale) può dovere alla cultura anglosassone moderna e contemporanea – oltre al calcio, al rugby o al tè delle cinque, ovvio! – ve n’è una risultata talmente fondante nella costruzione psicologica della nostra società da poter essere annoverata tra i “valori” da preservare e diffondere: il sense of humor, altrimenti conosciuto come (appunto) humor anglosassone, per tipicizzarne la natura in senso non solo geografico. Gli anglosassoni, inglesi o americani che fossero, hanno di sicuro contribuito grandemente a creare e conformare l’umorismo in voga da questa parte di mondo, e a mostrarci come, in fondo, si possa e si debba ridere di ogni cosa, avendo la risata un potere taumaturgico universale che nessun altra cosa “umana” possiede.
In soldoni, se oggi ridiamo su certe gag che vediamo in TV (di umorismo intelligente, sia chiaro, non di comicità bassa e becera – preponderante qui, ahinoi!), lo dobbiamo anche ad autori come Sir P.G.Wodehouse e ai suoi meravigliosi romanzi umoristici, dei quali Grazie, Jeeves!, edito da Marco Polillo Editore (con la traduzione di Tracy Lord) è un esempio veramente fulgido. Anzi, proprio a tal proposito…
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