“Per chi scrivono di fatto i poeti? Per l’unico loro simile su centomila?” (Arno Schmidt docet)

Dei nuovi poeti: è così raro che un uomo afferri se all’orizzonte sia una finestra d’ufficio a brillare, o se lì stia per sorgere un grande corpo celeste. (E quando quest’ultimo poi orbita in alto, essi riposano nelle loro alcove coperte, e rantolano, e sognano dei grassi zamponi delle segretarie; o che non hanno superato gli esami di maturità): per chi scrivono di fatto i poeti? Per l’unico loro simile su centomila? (Perché anche quei pochi su diecimila, che potrebbero semmai essere interessati, i contemporanei non li scoprono affatto, e sono fermi nel migliore dei casi a Stifter). – Noo!: io scrittore mai!

Nella scrittura avanguardistica di Arno Schmidt, la maledizione – sempre più letale, oggi – della poesia: i “poeti”. O meglio: quelli che si credono tali. Coloro che sono altrove quando il sublime si manifesta, per poi pretendere di poterlo comunque descrivere e vanagloriosamente spacciarlo al pubblico come autentica testimonianza di esso. Risultato: la poesia soffoca, con al collo le mani della vacuità di tanti pretesi “poeti” i quali in verità, se scrivessero per sé stessi (ma non ne hanno la capacità e il coraggio), smetterebbero subito di “poetare”, mentre quei pochi (e ce ne sono, certo!) che invece per sé stessi in primis scrivono (cit. R.W.Emerson), non li scopre quasi più nessuno.

Il nemico peggiore della democrazia? Forse non è la dittatura…

La morte della democrazia difficilmente avverrà per un attacco di sorpresa alle spalle, sarà piuttosto il risultato di un graduale sgretolamento per apatia, indifferenza e malnutrizione.
Robert Maynard Hutchins, Professore e Direttore dell’Enciclopedia Britannica, 1957.

Scrivevo poco tempo addietro di come, già quasi due secoli fa, Alexis de Tocqueville, nel suo celebre testo La democrazia in America descrivesse perfettamente la decadenza della civiltà contemporanea per mano del potere politico in salsa consumistica, quasi come ai tempo avesse avuto una sfera di cristallo che gli permettesse di guardare nel futuro, ovvero nel nostro presente.
Abbiamo avuto quasi duecento anni, appunto, per capire il senso di quelle parole e n on ne siamo stati capaci, così il mondo contemporaneo annaspa in quel sistema corrotto e deviato che fino a pochi anni fa tutti credevamo il migliore possibile solo perché ci concedeva/concede qualche materialissimo agio, ma che nel frattempo ha concesso alle oligarchie politico-finanziarie di causare la crisi in cui sprofondiamo e tutti i problemi derivanti, primo tra tutti la costante estinzione di una buona e autentica democrazia.
Beh, come potete leggere sopra, circa un secolo dopo ovvero più di 50 anni fa, ancora c’erano pensatori illuminati – ad esempio il Professor Robert Hutchins, appunto (cliccate sulla foto per conoscerlo meglio) – che tentavano di risvegliare le nostre coscienze, intuendo perfettamente la pericolosa china che stavamo imboccando. Se ci siamo svegliati, oppure se siamo rimasti del tutto apatici e rincretiniti, dunque facilissimamente assoggettabili al volere di quelle oligarchie, lo lascio dire a voi.

Processo all’ebook: reo di omicidio (colposo) o assolto per non aver commesso il fatto?

P.S.Pre Scriptum: il seguente articolo lo potete anche trovare sul nr.102 di Novembre 2012 del mensile InfoBergamo. Cliccate sull’immagine qui sotto per leggerlo nel sito di tale testata.

E’ pressoché inutile rimarcare come, nelle discussioni in ambito letterario da un paio d’anni a questa parte e con frequenza crescente, il libro elettronico o – con accezione ormai nazional-popolare – ebook sia l’oggetto di buona parte di esse, accalorate o meno.
Esaltato da parte degli editori – che vedono in esso un’ottima possibilità di aumentare gli introiti e di compensare quelli sempre più asfittici della vendita dei libri di carta ma invero, proprio per questo, tra i primi a frenarne la diffusione – e visto con un certo sospetto dagli autori – che invece temono di non trovarsi più a breve un oggetto, ovvero il libro cartaceo, tra le mani: eventualità simbolica non solo in senso assoluto ma anche nella sostanza, per una minor possibilità di controllo sulla propria opera – l’ebook è invece sovente messo sotto processo da buona parte del restante mondo letterario come sicario in pectore del libro di carta, il quale secondo molti, incapace di controbattere la contemporanea e tecnologica funzionalità del libro elettronico e dei relativi lettori o ereader, avrebbe la sorte ineluttabilmente segnata.
Insomma: giusto sbattere sul patibolo l’ebook, pronto per essere condannato, oppure no? Una rapida analisi di alcune evidenze che caratterizzano il panorama editoriale di questi tempi, forse possono aiutarci a essere buoni giudici per tale processo ormai istituito.
In primis, la cosa fondamentale in ogni modo si veda la questione: le vendite. L’ebook sarà pure in pectore il killer del libro di carta, ma al momento – o meglio a Maggio 2012, in base all’indagine NielsenBookScan sulla lettura di libri in Italia presentata durante lo scorso Salone di Torino – le vendite di libri in formato elettronico rappresentano meno dell’1% delle vendite complessive di libri in Italia, ovvero lo 0,9% del fatturato relativo. Da questo punto di vista, un’arma decisamente poco affilata per un omicidio talmente sancito! In ogni caso, battute a parte, il mercato italiano (soprattutto quello tecnologico) sconta il solito ritardo rispetto a molti paesi esteri, che presentano vendite di ebook ben maggiori; e se sicuramente anche qui, a breve, quella così esigua percentuale è destinata a salire e anche di parecchio, viene da chiedersi se un tale ritardo sia dovuto soltanto all’arretratezza tecnologica italica ovvero alla diffidenza dell’utente italiano medio circa queste novità, oppure se ci sia dell’altro.
Beh, dell’altro c’è – e mi ricollego a quanto scritto poco sopra sul fatto che gli editori esaltino spesso l’ebook come “futuro dell’editoria e della lettura” (e come fruttuosa forma di “nuovi” guadagni) ma in verità ne frenino una reale diffusione. Il punto della questione è semplice: il costo degli ebook. Troppo elevato, lo dico fin d’ora: in Italia il prezzo medio di un libro elettronico è di € 11,07, ovvero quanto può costare il formato cartaceo o anche di più, se si prendono come riferimento le edizioni economiche. E’ un’assurdità bella e buona, inutile rimarcarlo, che un semplice file di testo possa costare come un volume di carta e inchiostro stampato in tipografia! Ed è pure un modo deleterio con il quale gli stessi editori rischiano di soffocare sul nascere la diffusione dell’ebook – tirandosi peraltro una zappata sui piedi tanto grande quanto scellerata, dal momento che uno dei vantaggi ovvi, in senso commerciale ma non solo, dell’ebook è proprio dato dal poter offrire al lettore un considerevole risparmio di spesa rispetto al libro cartaceo, dunque un (ottimo) incentivo in più al suo acquisto. Posto ciò, è del tutto normale che la vendita di ebook dalle nostre parti non riesca ad andare oltre quel misero 1% o meno!
Come detto, vi sono però paesi che riguardo alla diffusione di libri digitali sono più avanti, ed è interessante, senza andare troppo lontano, constatare ad esempio ciò che accade oltralpe, dai “cugini” francesi i quali, peraltro, agevolano la diffusione dei testi elettronici con prezzi sensibilmente più bassi rispetto alle edizioni cartacee e IVA agevolata (seppur, questa soluzione, contestata in ambito UE), prevedendo con ciò di arrivare ad una quota di mercato del 3% entro fine 2012 – ancora bassa, certo, ma è comunque il triplo rispetto alla realtà italiana (negli USA, giusto per raffronto, si viaggia al 20%).
Dunque, che succede al proposito in Francia? Un recente e dettagliato reportage della rivista letteraria Le débat (peraltro edita da Gallimard, il più importante editore transalpino) ha fatto il punto della situazione con alcuni operatori ed esperti del mondo editoriale e letterario, ricavandone alcune interessanti osservazioni, di valore assoluto, utili al nostro “compito giudiziale”.
Ad esempio Antoine Gallimard, suddetto maggior editore francese, ritiene che tra dieci anni la sua casa editrice continuerà a pubblicare “moltissimi libri di carta, con tirature iniziali più basse ma compensate dalle vendite degli ebook e da un ricorso più frequente al print on demand” – ovvero alla stampa dei libri non più per tirature prestabilite ma per effettiva richiesta: cosa che le moderne tecnologie di stampa digitale consentono, con notevoli vantaggi economici e logistici, inoltre fornendo un potenziale buon “salvagente” al libro di carta.
Secondo Francoise Benhamou, economista della cultura, l’ebook ha senso “solo se rompe con il modello economico del libro di carta”. E’ nel succo, seppur con visione più ampia, quanto sostenuto poco fa circa il prezzo di vendita degli ebook: se il beneficio economico non è condiviso tra le parti in gioco – editore e lettore in primis, ovviamente – non vi può essere alcuna rivoluzione digitale, e l’unico a soccombere alla fine è lo stesso ebook, ucciso dai suoi stessi “protettori”!
Molto interessante anche quanto affermato da Pierre Assouline, critico e scrittore: la vera domanda da porsi non è quella relativa al futuro del libro, “una domanda di fatto già obsoleta”, ma è quella che riguarda “il destino del lettore in un universo senza più territori definiti”. Già, è vero: è il libro ad avere un futuro incerto, o sono i lettori? Visto il calo costante, almeno dalle nostre parti, del numero di libri venduti, e dunque di gente che legge, tale domanda non è affatto fuori luogo…
Tornando infine ad una considerazione più generale del dibattito in corso, vi è un’ultima (ma non ultima) significativa constatazione da fare, di natura antropologico-culturale ovvero, per così dire, generazionale. Sì, perché nonostante le ultime generazioni ormai nate nell’era del web abbiano maturato un rapporto pressoché istintivo con le nuove tecnologie, invero non è ancora nata quella che alla parola “libro” associ automaticamente l’ereader e l’ebook. E’ questo, a mio parere, il discrimine culturale il cui superamento metterà definitivamente in posizione predominante il libro elettronico rispetto a quello cartaceo. Ad oggi ciò non è ancora avvenuto, gli ereader sono per il momento visti più come intriganti gadget tecnologici che come funzionali supporti culturali, e pure per il ragazzino dodicenne il “libro” è sempre quello fatto di carta e inchiostro, per ora.
E, in fondo, non è nemmeno detto che anche quando tale rivoluzione culturale avrà finalmente luogo, il libro di carta soccomberà definitivamente: a tal proposito mi torna sempre in mente quanto accaduto con il disco in vinile, dato per morto e sepolto più volte – prima per mano dell’audiocassetta, poi del cd e dopo ancora dei files musicali scaricabili dal web e facilmente riproducibili – e invece ancora ben vivo, tant’è che soprattutto negli USA oggi non c’è artista musicale che non pubblichi i suoi nuovi lavori anche nel formato su vinile.
Insomma, quale sentenza per il processo a carico dell’ebook? Condannato per omicidio colposo, o assolto per non aver commesso il fatto? In verità, oggi come oggi un giudice oculato e assennato avrebbe una sola sentenza da poter emettere: assolto perché il fatto non sussiste! Al di là di qualsiasi opinione manichea e con buona pace di tutti, nessun giudizio ordinario può in realtà fermare il futuro sì che non possa diventare presente. L’ebook è il futuro del libro e dell’editoria, è da stolti non considerare ciò, così come è da stolti lasciare che il libro di carta possa estinguersi per mere convenienze economiche: i due mezzi possono convivere benissimo, divenendo l’uno coadiuvante e fautore dell’altro, ed è facile supporre che, almeno per qualche decennio ancora o forse più, entrambi avranno numerosi estimatori e sostenitori, offrendo in sé peculiarità proprie ed esclusive innegabilmente gradite a qualsiasi lettore. In fondo, l’importante non è in che modo si legge ma che si legga – e, possibilmente, letteratura di qualità. E sia il benvenuto qualsivoglia supporto che possa diffondere la buona lettura ad un numero sempre maggiore di persone!

Il potere dell’impotenza

Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell’abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri… Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po’ di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l’ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all’universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo.

Chi afferma queste lucide e inoppugnabili cose? Senza dubbio uno che ha capito perfettamente la situazione in cui ci troviamo! – verrebbe da credere. Magari un politico particolarmente illuminato… – oh, no, questo no, non è credibile. Non ve ne sono proprio di politici così avveduti, soprattutto a sud delle Alpi e a nord del Mediterraneo!
Beh, fu Alexis de Tocqueville, nel suo celebre testo La democrazia in America. E le scrisse nella prima metà dell’Ottocento – l’opera fu poi pubblicata nel 1835-1840. Duecento anni fa, quasi.
Ergo, non lamentiamoci noi tutti, umanità contemporanea, della situazione in cui ci siamo cacciati: è da secoli che potremmo sapere perfettamente le conseguenze della nostra apatica ottusità, e non facciamo nulla per cambiare le cose. La vera forza del potere dominante è l’apatia di chiunque vi si faccia assoggettare passivamente, di chi si sottometta al volere dei potenti e non capisca più – ignori, tralasci, dimentichi – che di norma dovrebbe funzionare al contrario, in una società civile. Dunque, come appunto chiosa Tocqueville, le mani indegne e deboli che ci comandano è assolutamente ciò che ci meritiamo. E ciò che ci farà sprofondare definitivamente nel baratro, se non ci decidiamo finalmente a fare qualcosa. Si dice, sapete, che quando il gatto non c’è, i topi ballano: Beh, qui il gatto c’é, ma s’è rincretinito, e il risultato è lo stesso.

La fotografia contemporanea: nuova pietanza artistica, o ennesima minestra riscaldata?

Pio Tarantini, “Nudo con sedia rossa 2”, Milano 1984 (courtesy Galleria Luxardo, Roma)
Ho trovato un interessante scritto di Pio Tarantini, uno dei più importanti fotografi italiani contemporanei – nonché studiosi del medium fotografico – nel blog dell’Associazione Amici del Mu.Fo.Co., il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, che ritengo illuminante riproporre qui non solo per la mia particolare attenzione verso lo stesso medium, ma anche perché mi pare contenga alcuni spunti di indispensabile riflessione. Notarelle sulla fotografia nel sistema dell’arte – così si intitola l’articolo – mette in evidenza, tra le altre cose, un paio di questioni sostanziali alla base del “cosa” deve essere la fotografia, oggi, per meritarsi il proprio posto nel pantheon delle arti contemporanee così faticosamente conquistato nei decenni scorsi, e pur tra tante voci contrarie.
Cito, ad esempio:
Si resta perplessi (…) ascoltare o leggere spesso, in questi dibattiti, la riproposizione di questioni che dovrebbero essere assodate: mi riferisco, per fare qualche esempio, alla obsoleta questione della fotografia come documento o come arte, al suo rapporto con il mondo dell’arte con tutte le conseguenze che il (falso) problema comporta − tiratura limitata o riproduzione infinita, definizione di fotografo-fotografo o fotografo-artista o artista-fotografo o artista che usa la fotografia e così via – o problematiche inerenti al passaggio dall’analogico al digitale.
Ho definito, queste ultime citate, problematiche obsolete perché ritengo che siano dei falsi problemi; non è il caso in questa sede, a meno che non lo richiedano eventuali possibili interventi su queste mie note, di approfondire queste tematiche proprio perché vorrei incentrare questo mio intervento su un altro aspetto che personalmente ritengo invece rilevante e sul quale, come scrivevo all’inizio, mi interrogo da molti anni: e cioè in che modo la fotografia interpreta o può interpretare una forma d’espressione contemporanea senza risultare succube delle tendenze artistiche più attuali, così come, alla fine dell’Ottocento una fotografia per certi aspetti ancora immatura tentava di imitare la pittura per darsi dignità artistica.

E, poco più avanti:
(…) Il problema che mi pongo, e sul quale spesso in questi anni mi è capitato di discutere con molti amici, è appunto quello di come la fotografia, soprattutto nella sua versione anti-realistica, può oggi portare un contributo importante nella riflessione sul mondo e nei modi, appunto, in cui questa riflessione si esplica. Ancora una volta quindi il problema, e scusate se mi ripeto, è quale reale valore hanno, in una più ampia prospettiva storico-critica, i tantissimi tentativi di quella parte che, per semplificare, potremmo definire più concettuale dell’arte e in particolare della fotografia che già di per sé ha una denotazione fortemente concettuale basandosi sulla riproduzione del mondo attraverso un procedimento tecnico (dal ready–made delle Avanguardie all’inconscio tecnologico di Vaccari).
(Cliccate QUI per leggere l’intero articolo nel blog dell’Associazione Amici del Mu.Fo.Co.)

Questioni, riflessioni, domande, dubbi che anch’io mi ritrovo spesso a pormi, a fronte di un evidente e possente boom della fotografia nel sistema dell’arte contemporaneo (sembra che oggi non vi possa essere alcuna istituzione museale-espositiva che non presenti appena possibile una mostra fotografica, come se il non farlo significhi automaticamente il dimostrarsi fuori dal tempo e lontano dalla realtà…) e di una produzione veramente imponente, molto spesso di ottima qualità estetica (o tecnico-estetica) ma assai meno spesso di buon livello autenticamente artistico. Cioè, per dirla tutta, sovente bella da vedere ma che nell’ammirarla comunica poco o nulla…
Come rimarca Tarantini, la fotografia, e non solo per tutta l’attuale tecnologia che le consente di essere e di fare tutto e il contrario di tutto, non può limitarsi a esprimere la stessa essenza artistica già espressa in passato da altri media, ovvero dalla storia della fotografia stessa. Deve cercare di andare oltre, di palesarsi come autentico nuovo media espressivo artistico, e di comunicare in modo proprio, originale, cose non ancora dette, o almeno non dette nel modo che la fotografia può esprimere.
E’ certamente una bella sfida, quella illuminata da Tarantini, il cui cimento primario è senza dubbio insito nella costante esplorazione del media fotografico e delle sue capacità espressive da parte di chi lo utilizza. Una sfida che in ogni caso, comunque la si affronti e si cerchi di vincerla, deve rappresentare uno dei fondamenti del lavoro di un fotografo contemporaneo, dal momento che, se non vi sia o se sia messa da parte per mere convenienze (anche speculative, come lo stesso Tarantini segnala nel suo pezzo), quel posto “buono” nel pantheon artistico contemporaneo potrebbe anche risultare vacillante.

P.S.: ho visitato il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello poco tempo fa, una domenica mattina di tempo incerto. Non c’era dentro nessun visitatore, e nell’ora abbondante in cui ci sono stato non ne è entrato alcun altro. Sarà stato un caso, vero? Non è il caso di sconfortarsi, giusto?
Uhm…