Il “mistero” del Pizzo Arera

[[Foto ©Alessia Scaglia.]
L’amica fotografa Alessia Scaglia ha fissato nella bellissima immagine qui sopra il momento nel quale la Luna piena dello scorso inizio gennaio sembra rimanere in bilico sulla vetta del Pizzo Arera (alto 2512 metri), una delle montagne più belle e note delle Prealpi Bergamasche anche per come sia facilmente visibile, stante il suo isolamento, e riconoscibile da Milano (la lungamente rettilinea Via Padova, una delle strade che dal centro portano al di fuori della città, punta direttamente la cima dell’Arera, come mostra l’immagine sottostante) così come da buona parte della fascia pedemontana lombarda tra la Brianza e il bresciano. L’Arera, con le sue possenti forme alpestri ma pure in forza delle sue peculiarità geologiche e naturalistiche sovente eccezionali, è un marcatore referenziale fondamentale per le montagne orobiche, un cairn dei più possenti nelle Prealpi lombarde che nell’immagine fotografica di Alessia si accende come un faro ad illuminare il territorio circostante e la volta celeste al di sopra.

[Foto ©Vittorio Cera tratta dalla pagina Facebook “Gorla Precotto”.]
D’altro canto, l’Arera è una di quelle montagne la cui rinomanza si perde nei secoli addietro (la raffigurò anche Leonardo da Vinci in uno dei suoi disegni delle Alpi lombarde risalenti al 1510-1512 oggi conservati nelle Collezioni Reali di Windsor, in Gran Bretagna) ma, nonostante ciò, sull’origine del suo oronimo resta una sostanziale e, appunto, per certi versi sorprendente incertezza. Come ho rimarcato tante altre volte occupandomi di toponomastica alpina, non di rado il fascino e la bellezza di una montagna si alimentano anche del senso più o meno misterioso del suo nome, che incuriosisce pure chi non è così interessato alla toponomastica e che non di rado custodisce nozioni e narrazioni – a volte millenarie – estremamente interessanti sulla montagna stessa o sul paesaggio (anche umano) che ha intorno; in altri casi invece il mistero resta fitto e destinato a rimanere tale a lungo, in mancanza di scoperte sensazionali al riguardo.

In ogni caso, riguardo l’Arera, secondo alcuni l’oronimo deriverebbe dal termine latino area (“spazio spianato”, “aia”), con riferimento agli ampi altipiani erbosi e ai pascoli pianeggianti che caratterizzano i suoi versanti meridionali fino ai piedi del corpo calcareo sommitale del monte, roccioso e più accidentato. Per altri studiosi, nell’oronimo si potrebbero riconoscere – peraltro come in molti altri toponimi bergamaschi – radici linguistiche celtiche o pre-latine come Ar-, che indica montagna/roccia, o cose affini. Infine, si ipotizza che “Arera” potrebbe derivare dal longobardo braida (pianura aperta, fondo coltivato) e dunque che il toponimo anche in questo caso non indicherebbe tanto il monte quanto il territorio ai suoi piedi, come se per questo rappresentasse veramente un ciclopico cairn che lo georeferenzia nel panorama montano orobico.

[Il versante occidentale del Pizzo Arera visto dalla Cima di Menna. Foto di MatthewGhera, opera propria, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Quale che sia l’ipotesi più attendibile (qui le ho solo riassunte per delineare la questione, che ovviamente abbisogna di indagini più approfondite), resta il fatto che innumerevoli appassionati di montagna conoscono l’Arera, la frequentano e, nominandola, ne perpetuano inconsciamente tanto la fama geografica e morfologica quanto il mistero toponomastico, forse così mantenendo dell’Arera assolutamente vivi anche la bellezza e il fascino alpestri. Dai quali anche la Luna, come mostra la foto di Alessia Scaglia, si è fatta ammaliare.

Le aree naturali protette sempre più sotto attacco: il caso del Parco dei Colli di Bergamo

Che le aree naturali protette italiane siano sempre più sistematicamente soggette ad “attacchi” di vario genere da parte di soggetti pubblici e non che ne vorrebbero depotenziare le funzioni di tutela e conservazione è una cosa ormai evidente: il recente tentativo del genere al quale è stato sottoposto il Parco dell’Adamello lo ha dimostrato chiaramente, ma è solo un caso citabile tra i tanti. Ciò è grave non solo in sé ma anche rispetto a quanto imporrebbe in maniera crescente la realtà contemporanea dei nostri territori, in primis dal punto di vista climatico e ambientale ma pure posto l’irrefrenabile consumo di suolo al quale il territorio italiano è sottoposto.

[Una veduta del territorio del Parco dei Colli di Bergamo.]
E se le aree naturale protette devono essere tutelate (loro stesse, paradossalmente) nei territori montani è indiscutibile, visti il valore assoluto e la delicatezza di quegli ambiti, non meno lo devono essere quelle situate nelle zone più antropizzate e metropolitane, in forza del loro scopo di rappresentare un’oasi benefica e salvifica di Natura in mezzo alla cementificazione più ampia e spesso sregolata.

Proprio in tema di aree protette in zone metropolitane, il Parco dei Colli di Bergamo in questo periodo è messo sotto attacco dal progetto di una nuova arteria stradale, la variante alla SS470 Dalmine-Villa d’Almé, che vorrebbe alleggerire il traffico veicolare da/per la Valle Brembana (una delle principali e più frequentate vallate prealpine bergamasche) con una soluzione che sotto diversi aspetti appare assolutamente inefficace, di contro attraversando il cuore del suddetto Parco dei Colli con gravi ripercussioni idrogeologiche e di inquinamento dell’aria e acustico, nel mentre che sarebbero possibili altre soluzioni viabilistiche palesemente migliori e molto meno impattanti oltre che meno dispendiose, posti i 527 milioni di Euro di soldi pubblici che si vorrebbero spendere per la suddetta perniciosa variante.

Dal volantino che potete leggere cliccando sulle immagini qui sopra potete comprendere meglio la vicenda e le sue implicazioni sul territorio coinvolto. Per approfondirla ancora di più, il prossimo sabato 15 novembre a Bergamo – peraltro in un bellissimo luogo posto a sua volta all’interno del Parco dei Colli – si terrà un convegno dal titolo “Lo spazio conteso. Infrastrutture e paesaggio” nel quale si disquisirà della nuova strada in un intervento a cura del Comitato “Salviamo il Parco dei Colli”. Sarà un’ottima occasione non solo per capire meglio lo stato delle cose al riguardo ma anche per coltivare le più consone conoscenze, attenzioni e sensibilità verso un tema del tutto fondamentale, ora e ancor più nel futuro, come quello dell’uso e dell’abuso del suolo dei nostri territori abitati, e della conseguente responsabilità civica collettiva verso di essi.

Potete conoscere il programma completo del convegno cliccando qui. Per quanto mi riguarda, tornerò presto e con maggiori approfondimenti a occuparmi della questione del Parco dei Colli di Bergamo.

Ogni luogo, anche il più degradato, ha il proprio “Genio”

«Nullus locus sine genio» (Nessun luogo è senza un Genio). Fin dal IV secolo d.C. Servio Mario Onorato, grammatico romano celebre soprattutto per il suo “Commentario” alle opere di Virgilio, sancì l’unicità di ogni territorio vissuto dall’uomo e in quanto tale definibile come “luogo” – locus, lo spazio che si occupa stabilmente, cioè dove si vive. Ovviamente Servio, di cultura pagana, identificò nel Genius Loci lo spirito soprannaturale del luogo, oggetto di culto da parte dei suoi abitanti. Tuttavia anche l’accezione che lo ha “rivitalizzato” nella contemporaneità grazie a Christian Norberg-Schulz, tra i maggiori teorici dell’architettura del Novecento, per la quale «si può dire che i significati radunati dal luogo costituiscono il suo ‘Genius Loci’», in qualche modo rimanda allo “spirito” che ogni luogo possiede, alla sua “anima” che lo identifica in rapporto ad altri e non solo in forza degli elementi geografici che caratterizzano il territorio dando forma al suo paesaggio ma anche, e per certi versi soprattutto, grazie agli elementi immateriali derivanti dall’elaborazione e dalla comprensione di quei significati radunati nel luogo. Un processo fondamentalmente culturale, dunque, che si può concepire come differente ma non discordante da quello originario di matrice spirituale, essendo entrambi immateriali.

Ma se il metodo di elaborazione e comprensione dei significati referenziali e identitari di un luogo è culturale, dunque soprattutto razionale, è altrettanto vero che la relazione che lega gli abitanti ad esso si compone inevitabilmente anche di elementi che non derivano dal raziocinio intellettuale e scaturiscono dalla parte emozionale, psichica e interiore: per certi aspetti anzi è proprio questa che genera il legame principale e dà senso all’identità del luogo, che lo fa riconoscere rispetto agli altri, e che fa riconoscere in esso i suoi abitanti. E se non esiste un luogo che non abbia un proprio “Genio”, come affermò Servio, dunque se non esiste un territorio che non determini una propria identità peculiare e che si definisca nell’alterità con gli altri territori, vero è che ci sono luoghi il cui Genius è più identificabile, più percepibile, più “visibile”: una periferia metropolitana fatta di casermoni e grandi stabili commerciali ha un Genius Loci ben più sfuggente di quello che “abita” un piccolo e ben conservato borgo collinare, per essere chiari. Eppure, anche nella periferia più degradata ce n’è uno, ma se ne resta nascosto per il timore di essere sopraffatto dall’omologazione territoriale definitiva o, forse più, per la paura di non essere più riconosciuto da nessuno, in primis dagli abitanti di quel luogo.

(Tratto da Psicogeografie pontidesi. Esplorando l’identità culturale del territorio di Pontida nella relazione interiore tra i Pontidesi e il suo Genius Loci, il mio saggio nel volume OLTRE IL GIURAMENTO. Racconti per visitare Pontida, uno dei (dicono 😄😉) libri più belli mai pubblicati, del quale scrivo qui.)

«Un libro così bello nemmeno Milano ce l’ha!»

Un libro così bello per raccontare un singolo luogo nemmeno Milano ce l’ha!

Così mi ha detto un amico nello sfogliare OLTRE IL GIURAMENTO. Racconti per visitare Pontida, il nuovo volume della collana “Oltre” curata da Fabio Bonaiti e Pierluigi Donadoni dedicato al comune bergamasco della Val San Martino e al suo peculiare territorio, alla cui stesura ho avuto il privilegio di partecipare insieme ad altri prestigiosi autori – del volume ne ho già scritto qui, in occasione della presentazione.

Non so se quell’affermazione dell’amico sia sostenibile, posso immaginare che di libri notevoli che la raccontano Milano ne abbia molti, ma di certo un volume con 568 pagine, 6 presentazioni, 13 saggi tematici, 6 contributi di appendice, il tutto corredato da documenti e immagini fotografiche inedite oltre che interamente tradotto in inglese, per un comune di poco più di tremila abitanti che forse alcuni conoscono solo per lo storico e omonimo giuramento o per certa bassa cronaca politica più recente è tanta roba, come si usa dire oggi.

[Un momento della presentazione del volume a Pontida lo scorso 7 dicembre 2024.]
In effetti qualcuno potrebbe pensare che su un piccolo comune come Pontida, obiettivamente non annoverabile tra i più importanti della bergamasca, al netto delle due cose sopra citate (sulle quali si è già scritto molto, per alcuni versi anche troppo), non ci possa essere granché da riferire. Ma se si considera che nelle 568 pagine che compongono il volume quelle circostanze non sono quasi nemmeno citate – il titolo del volume lo evidenzia da subito, d’altro canto – si capisce di conseguenza che invece di cose da scrivere, raccontare, rivelare su Pontida ve ne sono molte, come ve ne sono per ogni luogo quando ci si impegni nell’esplorazione approfondita del suo territorio, della comunità che lo vive, della storia e della geografia, della sua anima e delle specificità che rendono tutto ciò peculiare e in vari modi unico. Questo perché ogni territorio abitato nel tempo, vissuto, modificato, identificato da chiunque vi abbia risieduto o lo abbia frequentato anche solo per poco è un luogo unico e peculiare, nel (o sul) cui paesaggio restano impresse le storie e le narrazioni di tutte quelle genti e di ciò che hanno fatto oltre che le manifestazioni del suo Genius Loci, l’entità che rappresenta l’anima del luogo.

Ecco perché ho voluto citarlo espressamente, il Genius Loci di Pontida, fin da titolo del mio saggio: Psicogeografie pontidesi. Esplorando l’identità culturale del territorio di Pontida nella relazione interiore tra i Pontidesi e il suo Genius Loci. È il resoconto, o se preferite il diario, di una deriva psicogeografica attraverso l’intero territorio di Pontida, accompagnato dalle narrazioni degli abitanti e della loro relazione con il luogo, alla ricerca della sua anima più autentica e identitaria che ho poi cercato di raccontare sulla base delle personali percezioni raccolte durante le numerose esplorazioni. Ne esce un resoconto multiforme, di matrice antropologica ma dallo spirito letterario e geopoetico, che unisce il paesaggio esteriore e i paesaggi interiori in un’unica visuale profonda che, mi auguro, racconta il luogo-Pontida in un modo insolito, differente e particolare.

[Quasi tutti gli autori riuniti per la presentazione del volume.]
D’altro canto tutti noi autori avevamo ben presente quella verità, cioè che ogni luogo è unico e sa offrire innumerevoli narrazioni di sé, che spesso basta poco per cogliere, ascoltare, comprendere e poi raccontare, come abbiamo fatto prima per la Val San Martino, stavolta per Pontida e prossimamente chissà per quale altro luogo e relativo Genius Loci. Con buona pace di Milano che, forse è proprio vero, un volume così bello, importante, imponente, prestigioso, emblematico non ce l’ha!

Per chiunque fosse interessato – perché, forse a questo punto è anche superfluo rimarcarlo, Oltre il giuramento è un volume estremamente interessante anche per chi non è di Pontida, anzi, per molti versi soprattutto per chi non è del posto – c’è la possibilità di acquistare il volume presso:

  • La Bottega del Monastero, a Pontida;
  • La sede della Pro Loco di Pontida;
  • La Libreria “Il viaggiatore leggero” di Calolziocorte;
  • La sede dell’Associazione “Sphera” di Calolziocorte;
  • Su Amazon.

Per qualsiasi altra informazione al riguardo: oltreilgiuramento@valsanmartino.it

(Le foto del volume sono di Alessia Scaglia, fotografa “ufficiale” e a sua volta autrice in esso di un mirabile racconto per immagini di Pontida.)

Domani, 11 luglio, a Rota Imagna

Vi ricordo l’appuntamento di domani, lunedì 11 luglio, alle ore 20.30 presso la Sala Polifunzionale di Rota Imagna (Bergamo), quando avrò il piacere e l’onore di intervenire alla presentazione della 2a edizione della Carta dei Sentieri “Alta Valle Imagna – Resegone”, pubblicata da Ingenia Cartoguide, con una dissertazione dal titolo Turismo in Valle Imagna: una montagna di grandi potenzialità. A seguire interverrà Luca Grimaldi, dirigente di Ersaf responsabile dello sviluppo del Catasto Regionale Rete Escursionistica Lombarda, con Reti escursionistiche: logiche di gestione e opportunità.

Sarà un’ottima occasione per discutere di sviluppo turistico sostenibile dei territori prealpini e, dati statistici alla mano, prendere coscienza delle loro notevoli potenzialità al riguardo, in ottica presente e futura. Un’ottica per la quale la Valle Imagna, territorio peculiare tra le Prealpi bergamasche che sta registrando un notevole aumento delle presenze turistiche sia italiane che straniere rispetto ad altre aree bergamasche a maggior vocazione turistica ma con numeri ben minori, se non in diminuzione, rappresenta un modello di grande interesse e un “laboratorio” nel quale sviluppare, forse, il turismo degli anni futuri: consapevole, sostenibile, attento ai valori autentici dei territori visitati, per il quale conta più la qualità dell’esperienza e della relazione con i luoghi piuttosto che la quantità di servizi e gli slogan promozionali.

Se volete, se si va, se potete, ci vediamo lunedì a Rota Imagna – che è anche una bella cittadina e non solo per il toponimo. Sarà una serata molto interessante, ve l’assicuro.