No, beh… dico! Il Manuale delle Giovani Marmotte!

manuali_disney_1No, beh, dico!
E’ stato nuovamente pubblicato da Giunti, con riproduzione fedele, la storica prima edizione de Il Manuale delle Giovani Marmotte, originariamente pubblicata nel 1969!
Cioè, un libro fondamentale! – voglio dire, lo fu per me bambino, e io credo lo sarebbe ancora pure per i nativi digitali contemporanei, senza alcun dubbio. I quali, magari, alla fine troveranno più divertente costruire segnali con i rami nel bosco piuttosto di starsene a chattare sui soliti social – senza contare che, nell’immaginario disneyano di quegli anni ’50/’60 (immaginario in tal caso virtuoso e meno banalmente politically correct che oggi) il manuale in dotazione alle Giovani Marmotte assomigliava parecchio al web di oggi – un po’ come, per aspetti diversi, la celeberrima Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams
Insomma, ben tornato. Regalatelo, voi adulti! (E magari leggetelo, pure, se non lo avete mai fatto!)

Francesca Mazzucato, “Bologna segreta”

cop_bologna-segreta-600x698Può esistere il residente di una città per il quale la città stessa non abbia alcun segreto? Forse sì, ma nel caso sarebbe una condizione piuttosto triste, anche se non mai come la condizione contraria, assai diffusa oggi, ovvero dell’abitante della città (ma ciò vale per qualsiasi territorio più o meno urbanizzato/antropizzato) che da essa è scollato, che in essa vive in uno stato di sostanziale anomia, generando una situazione simile a quella teorizzata da Marc Augé con i suoi ormai celeberrimi non luoghi.
In verità, al contrario, la città è il luogo per eccellenza, ed è a suo modo un’entità viva, una creatura urbana dotata d’una propria personalità, anima, spirito oltre che d’una particolare foggia ed estetica. In quanto tale, è pressoché inevitabile che non conservi nelle sue pieghe architettoniche e urbanistiche, ovvero nella sua storia e pure nella più ordinaria realtà quotidiana, zone segrete che qualsiasi suo vero abitante dovrebbe cercare e trovare, o quanto meno dovrebbe esplorare per scoprire ciò che ancora non sa del luogo in cui vive – il quale, inevitabilmente, dei suoi abitanti influenza anche la personalità, così che una maggior conoscenza dell’ambiente urbano vissuto determina pure una più ampia consapevolezza di sé stessi in esso, oltre che senza dubbio un maggior (e indispensabile) senso civico.
Francesca Mazzucato compie tutto ciò in Bologna Segreta (Historica Edizioni, 2014, collana Cahier di viaggio), tornando nella propria città natale – lei che ora solo saltuariamente ci vive – per ri-trovare ed esplorarne nuovamente l’anima urbana, identificando luoghi, persone, cose e circostanze che più di qualsiasi “ovvio” monumento artistico e architettonico possano non solo tracciare un identikit tanto alternativo quanto approfondito della città, ma rivelandone peculiarità e virtù meno conosciute o più ignorate se non, appunto, segrete…

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Stefano Bartezzaghi, “M – Una metronovela”

cop_m-una-metronovelaLe città di oggi sotto molti aspetti si possono definire un enigma. Questo fin dal capire cosa siano: post-moderne, post-industriali, post-contemporanee ovvero “luoghi” per eccellenza che non di rado si trasformano in non luoghi attraverso trasformazioni o distorsioni il cui senso spesso sfugge persino ai (cosiddetti) “addetti ai lavori”. Siano quel che siano, restano comunque “il” luogo per definizione sociologica, l’ambito nel quale più di qualsiasi altri si possono comprendere e valutare (o si più tentare di percepire) le trasformazioni sociali e antropologiche che modificano nel tempo l’ accezione – almeno in senso urbano – di umanità.
Per questo, verrebbe quasi da pensare che più di architetti, urbanisti o altri “addetti ai lavori” (vedi sopra) del genere, possa essere proprio un enigmista a saper convenientemente interpretare la città di oggi – e in particolare quella città che, in Italia, forse come nessun altra risulta emblematica nel contesto che sto considerando. Se poi l’enigmista è pure arguto giornalista e fine scrittore, oltre che raffinato linguista, tanto meglio. Uno come Stefano Bartezzaghi, ecco, che prova a sciorinare l’analisi logica della propria città – Milano – utilizzando una chiave di lettura particolare eppure, a ben pensarci, forse più determinata e lineare di tante altre (fosse solo per il fatto che sia ben ancorata al suo posto nel sottosuolo o, se preferite, direttamente sotto la pelle urbana della città) ovvero la rete della metropolitana. Ne è venuto fuori M – Una metronovela (Einaudi, collana Frontiere), un viaggio nel profondo del corpo di Milano attraverso quello che, restando nella metafora anatomica, può ben essere considerato il suo sistema cardiocircolatorio – con quello stradale di superficie, invece a rappresentare il sistema nervoso, inevitabilmente…

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Di attentati che esplodono bombe dentro l’animo (Svetlana Aleksievic dixit)

Un tempo mi piaceva la metropolitana di Mosca. È la più bella metropolitana del mondo! Un vero museo! (Tace.) Dopo l’esplosione… notavo che le persone entravano nel metrò tenendosi per mano. La paura per tanto tempo non si è attenuata… avevo paura a uscire di casa e a girare per la città, la pressione mi saliva di colpo. Quando viaggiavamo in metrò guardavamo con diffidenza gli altri passeggeri. Al lavoro non si parlava d’altro. Oh, signore, che cosa ci succede? Sto sulla banchina e accanto a me c’è una giovane donna con una carrozzina, ha i capelli e gli occhi neri, non è russa. Non so di che nazionalità sia, se cecena, osseta… non mi trattengo e lancio un’occhiata nella carrozzina: ci sarà davvero un bambino lì dentro? O qualcos’altro? Mi mette di cattivo umore il fatto di dover viaggiare con lei nello stesso vagone. Mi sono detta: no, non deve far altro che salire, io aspetterò il metrò successivo. Si avvicina un uomo e mi chiede: ‘perché ha guardato dentro la carrozzina?’ Gli ho detto la verità. ‘Allora anche lei?’

(Svetlana Aleksievic, Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo, Bompiani, 2014, traduzione di Nadia Cicognini e Sergio Rapetti. Testo tratto da qui.)

Swetlana_Alexijewitsch_2013Un piccolo assaggio della (e un omaggio alla) scrittura dell’autrice premio Nobel per la Letteratura 2015, tratto da un brano dedicato all’attentato nella metropolitana di Mosca del 6 febbraio 2004, che provocò 41 morti e 134 feriti.

P.S.: per terribile coincidenza, visto che l’avevo preparato prima, ho programmato la pubblicazione di questo post qualche ora dopo l’attentato di Ankara, il più grave nella storia recente della Turchia.

(L’immagine contenuta nell’articolo è di Elke Wetzig, tratta da Wikimedia Commons)

Arto Paasilinna, “La fattoria dei malfattori”

COP_lafattoriadeimalfattoriHo avuto la fortuna, qualche anno fa, di scorrazzare in lungo e in largo per la Finlandia, da Helsinki lungo la parte centrale, l’ovest del paese e le rive del Golfo di Botnia su fino alla Lapponia e oltre il Circolo Polare Artico, per poi ridiscendere dalla parte orientale, quella confinante con la Russia, oltrepassando la Carelia per tornare a Helsinki. Ho attraversato città e villaggi meravigliosi, un’infinità di laghi, fiumi impetuosi, montagne antichissime e soprattutto foreste, foreste, foreste, foreste. E, andando sempre più verso Nord e il Circolo Polare Artico, foreste, foreste e foreste. “Un po’ monotono!” penserete forse voi: beh, anch’io lo credevo, prima di andarci, e l’ho pensato nel primo paio di giorni che ci stavo in mezzo. Poi, ho cominciato a percepire vividamente una sorta di aura spirituale scaturente da quel paesaggio, difficile da spiegare ma assolutamente intensa, e l’unico modo per non sentirsi persi, in quelle estensioni forestali infinite, era proprio quello di intercettare quell’aura, quell’ordine naturale ancestrale, e armonizzarsi ad esso. D’altro canto, mi è servito pure osservare come vivessero quella condizione i finlandesi stessi, gli abitanti di cittadine e villaggi sparsi in quel nulla arboreo e distanti decine e decine di chilometri gli uni dagli altri: una Natura così soverchiante si può percepire come non ostile solamente inglobandola nel proprio dna, nella propria essenza antropologica e sociologica. Di nuovo, per poter capire e comprendere la visione delle cose quotidiane e la cultura di fondo dei finlandesi – oltre che, non posso non ammetterlo, per trovare così affascinante un paesaggio che altri apprezzano per i primi 5 minuti e poi dal quale non vedono l’ora di fuggire, sentendosi totalmente smarriti e lontani dalla cosiddetta “civiltà” – è stata per fondamentale la lettura dei romanzi di Arto Paasilinna.
Ecco: ho voluto annoiarvi con questa lunga introduzione perché, letto pure La fattoria dei malfattori (Iperborea, 2013, pag.352, traduzione di Francesco Felici; orig. Hirttämättömien lurjusten yrttitarha, 1998) e sui libri di Paasilinna – che considero in assoluto il “caposcuola” del peculiare stile letterario scandinavo – avendo già scritto molto, m’è sorto il dubbio che dovendone scrivere ancora avrei finito per risultare ripetitivo…

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