A passi lunghi e ben distesi verso il disastro olimpico! (#3)

Da La Provincia-Unica TV”, 9 luglio 2025:

Secondo quanto riportato nell’interrogazione, le piattaforme «Open Milano-Cortina 2026» e «Oltre i Giochi 2026» non garantirebbero un accesso trasparente e conforme alle normative vigenti sui dati pubblici. Le informazioni non sarebbero esportabili in formati aperti e riutilizzabili, violando le disposizioni del Codice dell’amministrazione digitale e le linee guida dell’Agenzia per l’Italia digitale.
Anche sul fronte economico regna l’incertezza: se da una parte il dossier ufficiale della Regione Lombardia, aggiornato a novembre 2024, parla di un investimento di circa 4,97 miliardi di euro, il report indipendente «Open Olympics» ridimensiona il dato a 1,35 miliardi. Inoltre, secondo lo stesso report, solo il 55% delle opere sarà completato entro l’inizio delle gare, previsto per il 4 febbraio 2026. Il resto sarà terminato tra il 2026 e il 2032.
La denuncia più grave riguarda però le imprese che hanno anticipato spese consistenti e che, a distanza di mesi, non sono ancora state pagate, con il caso emblematico del parcheggio interrato del Mottolino a Livigno, uno dei 94 interventi affidati a Simico. Nonostante decreti ingiuntivi esecutivi e solleciti formali, le aziende coinvolte attendono ancora il saldo dei lavori eseguiti.

(Ciò per proseguire la serie di articoli che sto dedicando al disastro olimpico di Milano-Cortina 2026; quelli precedenti li trovate qui. E mancano ancora 7 mesi all’inaugurazione dei giochi…)

[Illustrazione di Michele Comi.]

A passi lunghi e ben distesi verso il disastro olimpico!

P.S. – Pre Scriptum: visto che di disastri olimpici riguardanti i Giochi di Milano-Cortina 2026 ne stanno saltando fuori quasi giornalmente (e mancano ancora molti mesi all’inizio della manifestazione!), è bene metterne in evidenza alcuni particolarmente significativi in grado di far ben capire che le prossime Olimpiadi, alla faccia della narrazione retorica e osannante già in corso e che monta ogni giorno di più, non saranno affatto un successo ma, a quanto si può già vedere, un deprecabile disastro. E come si diceva in quello spot pubblicitario di tanti anni fa: meditate, gente, meditate!

[…] In queste condizioni di opacità sono state diverse le ditte, nel tempo, che hanno invece abbandonato il cantiere di loro iniziativa proprio perché dopo avere sostenuto spese per il mantenimento di vito e alloggio delle proprie maestranze nella località turistica dell’Alta Valtellina non si sono visti neppure pagare gli interventi effettuati o le forniture di materiale. Sono diversi, infatti, gli imprenditori che si sono visti costretti a rivolgersi a uno studio legale per cercare di recuperare i loro crediti.
E, nei giorni scorsi, nel cantiere olimpico del “piccolo Tibet” si è presentato addirittura l’ufficiale giudiziario del Tribunale di Sondrio per la valutazione sul campo di alcuni pignoramenti. Non è proprio una bella immagine quella che sta arrivando dalla preparazione della manifestazione internazionale a cinque cerchi in Valtellina. La speranza, a questo punto, è che l’ad di Simico nel dichiararsi “disponibile a promuovere il più proficuo dialogo e collaborazione per limitare i disagi alle parti in causa” trovi, concretamente, il modo per evitare il rischio che diverse aziende falliscano con gravi perdite sul piano sociale per l’occupazione dei dipendenti. Senza aspettare i tempi che si temono lunghi della giustizia.

[Fonte della citazione: “La Provincia – UnicaTV”, 19 giugno 2025. Cliccate sul titolo della notizia per leggere l’articolo completo.]

(Nell’immagine, un cantiere “olimpico” di Livigno. Fonte: www.valtellinanotizie.com.)

Livigno, feel the…?

Beh… di quest’immagine mi perdonino (se si sentono offesi) gli amici livignaschi, abitanti di uno dei territori più belli delle nostre Alpi, un piccolo prodigio geografico, etnologico, culturale e a lungo anche antropologico (al quale sono affettivamente molto legato) ma oggi, e sempre di più, soprattutto un fenomeno consumistico, il che rende inevitabile l’ironia dell’immagine lì sopra.

Non più “sentire le Alpi” ma feel the cement, «sentire il cemento» (lo capisce anche chi sappia ben poco di inglese), elemento che a Livigno in maniera crescente si sta sostituendo all’erba dei prati e agli alberi dei boschi. E pure feel the noise, feel the traffic, feel the smog, feel the chaos… eccetera.

Già.

Ormai trasformata buona parte dell’abitato in una sorta di «centro commerciale all’aperto» (definizione non mia e assai citata da chi frequenta – o frequentava – il “piccolo Tibet”: si veda questo articolo molto eloquente) e le zone appena circostanti in un unico, enorme parcheggio con strade di collegamento perennemente trafficate, ora la turistificazione estrema di Livigno si espande sui versanti dei monti ove corrono gli impianti di risalita e le piste da sci, sempre più escavati, modificati, adattati e artificializzati al fine di far crescere gli affari turistici oltre ogni limite.

Il limite, appunto: forse, di questo passo, “il” limite – quello principale per un luogo turistico, oltre il quale la “valorizzazione” comincia a diventare degradazione – è ormai prossimo. Sempre che non sia già stato superato.

I livignaschi possono credere di avere il diritto di fare ciò che vogliono delle loro montagne, tanto più visto che tale diritto viene alimentato dai finanziamenti di certi enti pubblici interessati agli affari suddetti a fini di propaganda, ma non devono credere di poter sfuggire ai doveri, agli oneri e alle responsabilità che derivano dalla gestione delle loro montagne, quand’essa non sia virtuosa come dovrebbe essere in una località montana posta a oltre 1800 metri di quota e di tale pregio.

Sono doveri, oneri e responsabilità il cui portato eventualmente negativo, è noto, non si manifesta subito ma dopo qualche tempo; a volte in principio si crede di aver generato solo vantaggi, solo più tardi scaturiscono criticità, problemi, danni, magari nel frattempo divenuti già irreversibili. Sono dinamiche in fondo comuni sulle montagne turistificate dal secondo Novecento in poi, ma che tanti preferiscono ancora sottovalutare, trascurare, ignorare.

Come a Livigno, a quanto sembrerebbe.

Che ne sarà della località, passata la sbornia olimpica montante e evolutasi la realtà ambientale (Livigno è fortunata più di altri al riguardo, ma fino a quando?) e socio-economica in corso? Riuscirà a diventare una delle mete più “in” se non di lusso del turismo alpino, oppure la sua bolla turistica sempre più gonfia prima o poi scoppierà con gran fragore e altrettanto grandi danni per la sua comunità, dopo quelli per il suo ambiente naturale?

P.S.: qui trovate gli articoli che nel tempo ho dedicato al “fenomeno-Livigno”.

La neve caduta sulle montagne italiane nell’ultimo inverno e il caso emblematico del Terminillo

[Una veduta delle piste del Terminillo a febbraio 2024, tratta da www.lastampa.it.]

È l’innalzamento termico, più che l’assenza di precipitazioni, il protagonista di questa stagione fino ad oggi. Negli ultimi anni stiamo assistendo a un accorciamento del ciclo nivale: la neve arriva tardi, si fonde presto, e rimane meno tempo disponibile a contribuire al bilancio idrico.
Il racconto cambia radicalmente quando ci si sposta verso sud. Sugli Appennini, la neve è quasi assente a tutte le quote. Un dato eloquente: nel bacino del Tevere, il deficit di SWE raggiunge oggi il -89%. È un’anomalia severa, ancora peggiore rispetto allo stesso periodo del 2024.

Questa, riassunta brevemente ma eloquentemente, è la situazione del bilancio idrico della neve sulle montagne italiane nella stagione fredda 2024/2025, da poco conclusa. Sono passaggi tratti dal report periodico della prestigiosa Fondazione CIMA, un centro di ricerca di rilevanza nazionale che promuove studio, ricerca scientifica, sviluppo tecnologico e alta formazione nell’ingegneria e nelle scienze ambientali. Il report lo trovate nella sua interezza (ed eloquenza, appunto) qui.


Ora, leggendo quelle parole, voi, avendo soldi da spendere e fossero questi pubblici, dunque da utilizzare con oculatezza e senza sprechi, li investireste nella costruzioni di impianti sciistici e opere annesse? Io no, a meno che non sia un povero pazzo oppure un gran cinico.

Ecco.

Invece si fanno eccome, gli impianti nuovi e le piste da sci dove non nevica più e fa sempre più caldo così che pure la neve artificiale, la cui produzione costa sempre di più, dura sempre meno.

Un caso emblematico è quello del Terminillo, che è idrograficamente parte del bacino del Tevere il cui dato di carenza idrica da assenza di neve lo avete letto nella citazione sopra riportata: sul Terminillo è in progetto (già autorizzato) la realizzazione di 10 seggiovie, 7 tapis-roulant, 37 chilometri di nuove piste, 7 rifugi e 2 bacini per l’innevamento artificiale. Lì dove nell’ultimo inverno è mancato l’89% dell’apporto idrico da neve, appunto.

Un buon investimento? O una follia totale?

Tirate voi le conseguenze del caso – per il Terminillo e per tutte le nostre montagne.

La stagione sciistica 2024/2025 è stata positiva per molte località: ma tra le “rose e fiori” dei numeri è bene stare attenti alle spine!

(Articolo originariamente pubblicato su “L’AltraMontagna” venerdì 11 aprile: lo trovate qui.)

[Immagine tratta da www.radiocittafujiko.it.]
La stagione sciistica 2024/2025 sulle montagne italiane si sta ormai per concludere – in molte località si è già chiusa – e dunque a breve appariranno sulla stampa gli articoli che, come ad ogni fine stagione, riporteranno i numeri conseguiti dai vari comprensori nel corso dell’inverno: riguardo le presenze, in merito agli skipass venduti, sull’aumento percentuale rispetto allo scorso anno, e così via. Numeri che, è facile ipotizzarlo, saranno nella maggior parte dei casi in crescita, anche perché quella conclusa è stata una stagione nivologicamente abbastanza positiva rispetto agli anni recenti ovvero meno negativa di altre passate – ma molto più negativa rispetto a quale lustro fa, quando nei weekend di Pasqua si sciava ovunque senza nessun problema mentre da anni non accade più, se non nelle stazioni poste alle quote maggiori. In ogni caso anche quest’anno il trend di diminuzione delle nevicate si è confermato, soprattutto al di sotto dei 1800-2000 metri di quota: limite che, non a caso, è indicato come quello che, al di sopra, oggi può garantire la sostenibilità dei comprensori sciistici e, al di sotto, la loro irragionevolezza. In fin dei conti, anche nell’ultima stagione si è sciato bene per tre mesi o poco più e durante le festività di fine anno, il periodo più importante per far quadrare i conti turistici a stagione terminata, di neve naturale ce n’era ben poca sulle piste da sci italiane, ovviamente sostituita ove possibile da quella artificiale, con tutti i costi del caso.

[Madesimo (Sondrio). Immagine tratta da facebook.com/skiareavalchiavenna.]
Dunque, come accennato, usciranno numerosi articoli che rimarcheranno gli aumenti di presenze, le percentuali positive, finanche i “record” ma, pur essendo dati significativi e forzatamente positivi per i comprensori sciistici, è bene ricordare che non sono questi a sancire il successo economico di una stagione invernale dal punto di vista dello sci. I comprensori sciistici sono aziende, soggetti economici in forma industriale (a volte afferenti alla categoria della “grande impresa”) che rispondono alle dinamiche finanziarie e sottostanno ai rilievi contabili, ergo sono i bilanci – in senso generale, non solo negli utili conseguiti – a suggellarne la vitalità o l’eventuale crisi, e ad un aumento di presenze nel corso di una stagione turistica non è detto che corrisponda un aumento degli utili e dunque la sostenibilità economica complessiva dell’attività, posto che per i comprensori sciistici i costi di gestione aumentano da anni in maniera sensibile e ciò si riflette in maniera diretta sul costo degli skipass, i quali sono parimenti in aumento costante nelle ultime stagioni anni, con punte per alcune località di quasi il 30% in tre anni (a Livigno e Bormio, ad esempio).

[Ovindoli (L’Aquila). Immagine tratta da facebook.com/MonteMagnolaOvindoli.]
Come si rimarca spesso da più parti, è da tempo che quello dello sci su pista viene considerato un mercato maturo, il quale ha già raggiunto il proprio picco di presenze stagionali (secondo alcuni fin dai primi anni Duemila) e ora appare stagnante oppure variabile su percentuali minime che spesso, anche se in aumento, non compensano la maggior incidenza dei costi di gestione dei comprensori. Ciò spiega la presenza frequente e importante di finanziamenti pubblici nei conti delle stazioni sciistiche italiane, un supporto senza il quale è facile prevedere che molte di esse avrebbero notevoli difficoltà a rimanere attive; di contro, la maturazione del mercato impone ai comprensori costanti aggiornamenti del parco impianti e delle piste da discesa al fine di mantenersi concorrenziali nella speranza di strappare gli sciatori alle altre località ma, tutto ciò, con ulteriori aggravi di spesa da mettere a bilancio. Insomma, il rischio per i comprensori sciistici è quello di infilarsi in un “circolo vizioso” dal quale, una volta entrati e posta la realtà attuale delle nostre montagne così dipendente dall’evoluzione della crisi climatica nonché da fattori macroeconomici che in concreto stanno restringendo la platea turistico-sciistica, è pressoché impossibile uscirne, con tutte le conseguenze relative… [continua su “L’AltraMontagna, qui.]