Fare lo scrittore è una faccenda sospetta

Una volta una signora domandò ai miei bambini che stavano giocano per strada che cosa facesse il loro papà, quale fosse la sua professione, e la risposta fu: «Racconta storie». La signora rimase sconcertata. A ragione. A Neuchâtel erano gli insegnanti, o altre persone serie, che si dilettavano di scrittura, e solo come passatempo. Che io facessi soltanto lo scrittore era una faccenda sospetta.

(Friedrich Dürrenmatt, La Valletta dell’Eremo, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2002, traduzione e cura di Donata Berra, pagg.28-29.)

Dunque, anche uno dei più grandi scrittori europei del Novecento subì quell’atteggiamento di disprezzo verso la produzione professionale di cultura, così tipico di certi benpensanti, che continua tutt’oggi ed anzi va crescendo in forza di quella tragicamente celebre affermazione per la quale “con la cultura non si mangia”: evidentemente un retaggio conformista avente antiche radici nello stesso concetto di “potere”, io temo – lo stesso Panem et circenses d’epoca romana agiva sullo stesso principio. Il potere, insomma, da sempre foraggia buffoni e cialtroni d’ogni sorta, giammai pensatori e creativi culturali. Troppo “pericolosi”, questi. Ma come lo stesso Dürrenmatt insegna (nel libro citato, ad esempio), è bene disprezzare senza indugio quel disprezzante perbenismo, anche solo ignorandolo totalmente e restando da esso il più lontano possibile: c’è molta più onestà (intellettuale e non solo) e molta meno finzione in chi racconta storie anche inventate sui libri che in quei conformisti intellettualmente deformati che credono di poter dominare la realtà per chissà qual “unzione divina” – o per ben più terrena e ipocrita arroganza. Ecco.

Diffidate sempre degli scrittori, se non volete correre “rischi”… (Friedrich Dürrenmatt dixit #2)

cop_Il giudice e il suo boiaLo scrittore era seduto davanti a una finestra gotica; indossava calzoni alla zuava e una giacca di pelle. Quando i due entrarono su voltò sulla sua sedia, senza abbandonare lo scrittoio cosparso di fogli di carta. Non si alzò anzi li salutò a malapena, e chiese immediatamente che cosa voleva da lui la polizia. “E’ poco cortese,” penso Bärlach, “non gli piacciono i poliziotti; agli scrittori non sono mai piaciuti i poliziotti.” Il Vecchio decise di essere prudente, anche se Tschanz non si sentiva troppo incoraggiato da quell’accoglienza. “Prima di tutto, non lasciarsi osservare, altrimenti c’è il rischio di comparire in qualche libro,” pensarono pressappoco ambedue.
(Friedrich Dürrenmatt, Il giudice e il suo boia, Feltrinelli, Milano, 2004, pag.71)

E’ vero. Più che non piacciano i poliziotti, agli scrittori (beh…!), è vero semmai che si corra sempre il “rischio” di finire in qualche loro libro. Ma sappiate: anche se starete ben nascosti nell’ombra, il rischio lo correrete comunque. Di personaggi sfuggenti ovvero indistinti, da distinguere dunque a nostro modo, noi scrittori abbiamo sempre bisogno. Ma in fondo credo che sia un rischio pure piacevole, da correre…

Friedrich Dürrenmatt, “Il giudice e il suo boia”

cop_Il giudice e il suo boiaDa sempre la lettura delle opere di Friedrich Dürrenmatt genera in me una sensazione che mi viene da definire di profondità. Profondità di campo, di vedute, profondità psicologica e sociologica, di senso, di lettura; ma anche profondità intesa come serietà, come importanza, e pure nel senso più letterale del termine, dal momento che nel corso della lettura la mia mente disegna scenografie ben più vaste di quanto la storia letta potrebbe richiedere, a volte ombrose, in certi casi anche cupe, quasi gotiche, generalmente crepuscolari – ecco: chissà perché, ho sempre la sensazione che le storie narrate dal grande scrittore svizzero (indubbiamente tra i maggiori autori del Novecento) debbano avere un’ambientazione serale o notturna… E’ una sensazione del tutto personale, ribadisco, qualcun altro potrebbe averne di totalmente opposte, eppure anche la lettura de Il giudice e il suo boia (Feltrinelli, 2003 – prima uscita in origine: 1952 – collana “Universale Economica”, traduzione di Enrico Filippini) mi ha generato simili percezioni. E’ un giallo atipico, questo libro: innanzi tutto molto “veloce” – sono soltanto poco più di 100 pagine in totale – e nella cui vicenda un vecchio e malato commissario della polizia bernese, Bärlach, si trova ad indagare sul caso di omicidio d’un collega…

Leggete la recensione completa de Il giudice e il suo boia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

I giornali? La cosa più inutile… (Friedrich Dürrenmatt dixit #1)

durrenmatt_friedrich_caricaturaI giornali sono la cosa più inutile che sia stata inventata negli ultimi duemila anni.
(Friedrich Dürrenmatt, Il giudice e il suo boia, Feltrinelli, Milano, 2004, pag.9)

…E oggi, nell’era dell’informazione libera sul web, ancora di più. Ma Dürrenmatt affermò quanto sopra in un romanzo uscito nel 1952; chissà cosa sosterrebbe ora, il grande scrittore svizzero, dopo altri settanta e più anni di inutilità che ci è toccato (spesso per imposizione forzata) di subire…