Educazione è rivoluzione.

5d2b333dc124711e532156e3093ab752Educazione è rivoluzione.
Già.
Più il tempo passa, e più educazione, cortesia, garbo, senso civico, urbanità, coerenza, etica, consapevolezza culturale, onestà intellettuale, senno, divengono peculiarità rare, non ordinarie, anomale, perturbatrici, sovversive. Rivoluzionarie, insomma. Ergo pericolose. E, inutile rimarcarlo, sono (sarebbero) tutte cose assolutamente ovvie e ordinarie in un qualsiasi individuo d’una società realmente moderna e civile.
Invece no, sono cose pericolose. Pericolose in primis per chi vorrebbe, attraverso la loro estinzione, caratterizzare la gente comune in modo opposto così da creare caos sociale, cioè la condizione migliore affinché il potere possa prosperare, dominare e assoggettare tutto e tutti in modo sempre più assoluto.
Ma lo stesso principio vale anche su “piccola scala”. Per dire: essere educati, appunto, è azione rivoluzionaria anche nelle minime cose quotidiane, nei gesti più minuti di tutti i giorni che invece, sempre più spesso, sembrano già essi contraddistinti da maleducazione, egoismo, inciviltà, menefreghismo, ignoranza. Ugualmente rivoluzionari diventano così la cultura, la razionalità, il senso civico, la capacità di discernimento, eccetera.
Per tutto ciò, e ben più di tante altre cose, l’educazione può essere un’arma potente di rivoluzione, di rinnovamento sociale, di costruzione d’una rigenerata base culturale comune oltre che di vibrante protesta verso quel sistema di potere e di dominio che invece fa delle peculiarità opposte la propria cifra e la propria forza – inevitabilmente, dacché un sistema corrotto non può che nutrirsi della corruzione – culturale, sociologia, antropologica e ovviamente politica – della società su cui si poggia.
Bisogna rivoluzionare con l’educazione, dunque bisogna educare alla rivoluzione. Anche perché è forse l’unica, tra le “rivoluzioni”, a non rischiare di sovvertire sé stessa e degradarsi in involuzione, come accaduto a tanti altri moti apparentemente “rivoluzionari”. È pure l’unica che, probabilmente, si può facilmente realizzare: basta volerlo, singolarmente, senza aspettare che altri chiamino all’adunanza e/o all’azione.
Basta volerlo, già. È proprio questo che la rende così preziosa e, parimenti o forse più, così utopica. Purtroppo.

Gender bender Joyce

joyceNon voglio entrare nel merito di una discussione – quella sulla supposta “ideologia gender” e sui relativi temi legati all’omofobia/omofilia – che da parecchio tempo si è degradata in pura ciancia politico-ideologica priva d’alcuna serietà, allontanandosi di molto dalle argomentazioni più plausibili in un senso o nell’altro. Tuttavia, sul tema, trovo molto interessante e significativo quanto scrisse, più di un secolo fa, un fervente cattolico nonché mirabile intellettuale – ovvero uno dei più grandi scrittori del Novecento: James Joyce.
Daniele Benati in Una storia curiosa, testo che introduce perfettamente Gente di Dublino nell’edizione 2014 di Feltrinelli (edizione della quale Benati è anche traduttore), ricorda come Joyce di frequente, nei suoi lavori ovvero in altre sedi letterarie, segnalò e criticò con forza

la meschinità che pare governare i rapporti umani, e in particolare quelli protetti dall’istituzione matrimoniale, che paiono essere privi di un qualsiasi valore, se non quello di servire a puntellare una società che altrimenti cadrebbe a pezzi. (…) Lo stato di paralisi che Joyce intendeva colpire in “Gente di Dublino”, imputandone la responsabilità alla chiesa, colpevole di aver atrofizzato la coscienza degli irlandesi, e di averli trasformati in un popolo incapace di concepire la moralità come risposta individuale a problemi di carattere etico.

Ovvero, il grande autore irlandese intuì come già un secolo fa l’istituzione familiare fosse in crisi, corrotta, svilita e repressa da ideologie che ne minavano l’essenza fondamentale. Le sue osservazioni, citate da Benati, sembrano fatte apposta per la situazione attuale, nella quale certe prese di posizione appaiono così irrazionalmente veementi e sostanzialmente immotivate (quindi praticamente non considerabili) da far credere che il loro scopo fondamentale non sia quello di denunciare una certa situazione ritenuta negativa, ma di nascondere in verità dietro il loro rumoroso sbraitare un vero e proprio fallimento, imputabile alla società che gli ispiratori di quelle posizioni hanno plasmato e ancora dominano, almeno politicamente. Un fallimento loro, dunque, lasciato accadere senza che si rendessero conto della sua gravità e oggi – incapaci essi per propria ottusità generale di ammettere tale sconfitta – combattuto scaricando la colpa su chi colpa non ne ha affatto, anzi, per certi versi rappresenta una potenziale soluzione – in senso di principio. “Un popolo incapace di concepire la moralità come risposta individuale a problemi di carattere etico”: ecco, non si potrebbe descrivere la situazione italiana meglio di come fece Joyce per i suoi connazionali, ribadisco.
Un atteggiamento molto nostrano, d’altra parte, che ricorda quello, assai simile, del dare la colpa del dissesto idrogeologico alle piogge quando per decenni non si è fatto nulla per prevenire i potenziali danni e armonizzare l’antropizzazione al territorio su cui si è applicata.
Dunque, più che gridare “al lupo!” dove di autentici e famelici carnivori non ce n’è nemmeno uno senza alcuna sostenibile – quindi, nel caso, considerabile – logica, si cominciasse a rimettere le cose nel loro giusto verso e a considerare – e comprendere – cosa veramente vada difeso e salvaguardato, che non è certo la parte bianca o quella rossa o nera ma è il singolo individuo in quanto tale, cittadino come ogni altro con uguali e condivisi diritti e doveri, che in primis gode del diritto di vivere la propria vita come meglio ritiene, finché non danneggi il suo prossimo. Cosa che poi si può anche chiamare “libertà fondamentale”, giusto per essere chiari. Ma probabilmente questo è un principio tanto semplice ed elementare quanto avanzato e inconcepibile per un paese nel quale, per una bizzarra, malaugurata distorsione temporale, da ormai troppo tempo l’orologio gira al contrario.

N.B.: Gender bender è un termine specifico della teoria queer, sviluppatasi soprattutto nel mondo anglosassone. Il definirsi “gender bender” è considerata “una forma di attivismo sociale in risposta ai presupposti o alle generalizzazioni circa i generi”. Ovviamente qui ho mutuato l’accezione originaria della definizione adattandola al tema dell’articolo e alle parole anticonformiste e “controcorrente” di Joyce.

Il formalismo nell’etica (Un racconto inedito)

(P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà presto parte di una raccolta mooooolto particolare (a cominciare dalla brevità dei testi contenuti, come noterete), di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e a breve potrete saperne di più…)

L’uomo cammina verso casa intabarrato nello scuro impermeabile, lo sguardo sul marciapiede, la ventiquattrore nella mano destra, la sinistra nella tasca. E’ tardi, la riunione in ufficio si è protratta più del previsto – per fortuna è riuscito a prendere l’ultimo bus – e fa freddo; la bruma autunnale avvolge il viale che si insinua tra i palazzoni di periferia punteggiati di macchie luminose.
D’un tratto il suo sguardo viene attratto da un libro, lì sul marciapiede; probabilmente qualcuno l’ha perso, egli pensa. Lo raccoglie, guarda la copertina: Max Scheler, Il formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori. Un libro di filosofia, e pure di quella piuttosto ostica, suppone. Lo sfoglia un attimo, nota sulle pagine diverse sottolineature e appunti. Riprende a camminare verso casa col libro aperto tra le mani, pensando ancora che una tale lettura non possa che essere per qualche persona parecchio colta, e cerca di immaginarsi chi, tra i vicini, possa esserne il potenziale proprietario. In verità, così su due piedi non gli viene in mente nessuno.
Giunge all’angolo tra il viale e una strada secondaria, e qui il suo sguardo è invece attratto da una forte luminosità blu, inequivocabile. Tre auto della Polizia sono ferme sulla strada, gli agenti stanno procedendo a portare via alcune prostitute, non senza focose resistenze e scurrilità varie. L’uomo si ferma un attimo a osservare, il tutto avviene a pochi metri da lui. D’improvviso una delle prostitute, tenuta a braccio da due agenti che la spingono verso le volanti, gli punta gli occhi addosso. Indossa una voluminosa pelliccia e un paio di sandali argentati, per il resto si direbbe nuda.
“Ehi! Stronzo! Quello è il mio libro!” si mette a urlare con foga. “Ridammi il mio libro, ladro bastardo!” L’uomo non sa che fare.
Un agente lo guarda, poi lascia il gruppo e gli si avvicina.
“Lei… senta. Conosce quella donna, lei?” gli chiede.
“Io? N-no, assolutamente no!”
“E perché allora ha in mano un suo libro?” Dietro, la prostituta continua a reclamare coloritamente il volume.
“Beh, io… l’ho appena trovato, lì sul marciapiede del viale… era in terra.”
L’agente squadra l’uomo, poi osserva il libro, poi la donna.
“Beh, mi dia i suoi documenti, e venga un attimo alla volante.”
“Ma… scusi, io stavo solo passando sul viale e…”
“Venga, forza!” Lo sguardo dell’agente è eloquente; l’uomo, mestamente, si avvicina alla volante, il libro ancora tra le mani, la copertina fredda.

L’etica dei politici di oggi (Woody Allen dixit)

Woody_Allen_image_200I politici hanno una loro etica. Tutta loro. Ed è una tacca più sotto di quella di un maniaco sessuale.
Woody Allen

Una delle migliori definizioni della politica contemporanea, quella del grande attore e regista americano, ancor più se rapportata alla realtà italiana, no?
Anzi, al proposito credo vada aggiunta una postilla. Se quasi ovunque, nel mondo, un politico riterrebbe inaccettabile essere accostato a un maniaco sessuale, in Italia pure il peggior maniaco sessuale riterrebbe un’infamante offesa il venir accostato a un politico nostrano.
Ecco.