Bret Easton Ellis, “Glamorama”

cop-glamoramaDiciamo così: avete prenotato una settimana di vacanza al mare, in un posto del quale avete sentito parlare bene da tanti. Scegliete il villaggio in cui stare, poi ci andate e, caspita, proprio un gran bel posto! Le piscine, i bar, i ristoranti, la spiaggia ampia… cominciate a godervi la vostra vacanza, contenti della scelta fatta. Poi, col passare dei giorni, e con uno sguardo meno annebbiato dall’entusiasmo vacanziero e più disincantato, cominciate a vedere che non tutto quel che luccica è oro: c’è della sporcizia dove non dovrebbe essercene, la spiaggia è disturbata, l’idromassaggio s’é guastato e nessuno lo ripara, una sera il pesce a cena era pessimo. Così la vacanza rapidamente finisce: beh, sinceramente speravate in qualcosa di più, stando anche alle aspettative generate, ma ora vi tocca tornare alla vita di tutti i giorni, e alle sue spesso gravi incombenze. Nonostante tutto vi dispiace andarvene da lì, e vi viene da pensare già alla prossima vacanza. E a una prossima, diversa meta. Sì, ci tornereste anche lì, ma probabilmente in giro c’è di meglio.
Bret Easton Ellis è considerato uno dei migliori scrittori americani contemporanei: quasi tutti i suoi romanzi hanno conosciuto successi di critica e di vendite notevoli, e addirittura il suo esordio, Meno di zero, è considerato una delle opere più importanti e rivoluzionare della letteratura americana recente. Glamorama (Einaudi, collana ET Scrittori, traduzione di Katia Bagnoli, 1° ediz.1999) è, a quanto ci è dato di sapere dalle cronache, il romanzo per il quale Ellis ha lavorato più a lungo – cosa che forse si è poi riflessa nel numero di pagine che lo compone, ben 735 nell’edizione 2013 che ho letto. Una lettura che per così dire – e come spesso mi accade – è maturata col tempo: da molto avevo il libro sugli scaffali della biblioteca di casa, e anche in tal caso mi viene da pensare come, analogamente, anche certe vacanze, certe mete anzi, ci ronzano in mente da parecchio tempo, poi se ne scelgono altre finché finalmente si decide per quello specifico luogo…

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Richard Powell, “Vacanze matte”

cop_VacanzematteIl “sogno Americano”: un’espressione fin troppo abusata che ha contenuto nel tempo diverse cose, dalle più banali – il chewing gum, Elvis Presley, Hollywood – fino a quelle più articolate e serie, compreso quella way of life che è diventato lo standard del mondo occidentale (e non solo), nel bene e nel male – secondo molti soprattutto nel male. Posto ciò, quando ancora dalle nostre parti nemmeno si usava dire «hai trovato l’America!» per sancire la fortuna di qualcuno, ovvero quando il boom economico degli anni ’60 dello scorso secolo non era ancora esploro in tutta la sua americanità, da quelle parti c’era chi aveva già capito che il “sogno Americano” forse del tutto tale non era, forse la sua parte “onirica” offuscava la vista verso le cose più oscure, fors’anche che, se osservato e vissuto a contatto della propria più profonda matrice culturale, politica e sociologica, assomiglia quasi più a un incubo che a un sogno.
Tra i diversi intellettuali che stavano elaborando una tale considerazione, e tra le relative opere di Powell_photodivulgazione di essa, bisogna annoverare Richard Powell e il suo Vacanze matte (Einaudi, collana “Stile Libero Big”, 2011, traduzione di Carlo Rossi Fantonetti, introduzione di Francesco Piccolo, postfazione e cura di Luca Briasco. Orig. Pioneer, Go Home!, 1959), un titolo piuttosto stupidotto per un romanzo che ha rappresentato un piccolo/grande caso editoriale, in origine, per poi diventare un cult della letteratura underground, quasi mitizzato da tanti suoi estimatori fino ad essere riscoperto e rieditato, negli USA, nel 2009, ovvero cinquant’anni dopo la prima uscita…

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Leggere libri fa diventare più intelligenti (Richard Powell dixit)

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Come ho già detto non è che Holly aveva questo gran cervellone, ma aveva letto un fulmine di libri, e quando uno non è troppo intelligente questo del leggere tanti libri è un sistema che aiuta parecchio.

(Richard Powell, Vacanze matte (Einaudi, collana “Stile Libero Big”, 2011, p.43)

A parte che Holly è invece parecchio intelligente, come potrete scoprire leggendo il romanzo del quale disserto qui, il sistema di cui sopra resta il più ovvio, facile e immediato tanto quanto sorprendentemente efficace, per diventare dei cervelloni. Per questo è così sovente ostracizzato dal potere, il quale ha convinto molti che a diventare intelligenti ci si complica la vita. Meglio idioti e spensierati, insomma. Meglio non capirci nulla, del mondo d’intorno, che sennò è un attimo che ci monta la carogna – contro il mondo stesso e i potenti che lo governano.

La creatività è sempre rivoluzionaria! (Gianni Rodari dixit)

Creatività è sinonimo di “Pensiero divergente”, cioè capacità di rompere continuamente gli schemi dell’esperienza. È “creativa” una mente sempre al lavoro, sempre a far domande, a scoprire problemi dove gli altri trovano risposte soddisfacenti, a suo agio nelle situazioni fluide nelle quali gli altri fiutano solo pericoli, capace di giudizi autonomi e indipendenti (anche dal padre, dal professore e dalla società), che rifiuta il codificato, che rimanipola oggetti e concetti senza lasciarsi inibire dai conformismi. Tutte queste qualità si manifestano nel processo creativo. E questo processo – udite! Udite! – ha un carattere giocoso: sempre.

(Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Ed. Einaudi, p. 171)

GIANNI_RODARIGianni Rodari, grandissimo intellettuale, scrittore e autore celeberrimo di storie per bambini e ragazzi, lo sapeva bene e bene ce lo ha spiegato cosa significa essere creativi. Leggendo la sopra citata affermazione a pochi giorni dai tragici fatti alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi, le sue parole mi sono sembrate ancora più importanti e illuminanti. La satira è grande esempio di creatività, e lo è pure ogni arte espressiva, che sia visiva, letteraria, filmica, musicale o che altro; ma lo sono, tutte queste arti, soprattutto (o forse solo se) quando riescono a dare risposte e parimenti instillare dubbi, a generarci curiosità su ogni cosa, a insegnare a pensare con la propria testa ovvero a rieducare alla riflessione, lo sono quando sanno svincolarsi da qualsiasi tentativo di addomesticamento e sanno tenersi distanti da ogni imposizione conformistica e perbenista. Quando sono sinonimo di pensiero divergente, appunto, ovvero di pensiero libero.
Per questo i poteri dominanti cercano sempre di assoggettare il creativo ai propri fini, quando non riescono a zittirlo e/o a soffocarne la creatività. Per questo essa è considerata di frequente pericolosa e viene attaccata, in modo più o meno forte e violento, ed è per questo che la creatività è tra le poche cose che può salvare il nostro mondo e farlo progredire, eliminando da esso in modo peraltro giocoso – come giustamente afferma Rodari – qualsiasi bieca decadenza illiberale.
Siate creativi, sempre, come bambini eternamente curiosi e intellettualmente irrequieti. Siatelo, e sarete vivi come in poche altre situazioni.

Il caos, senza i libri (Fëdor Dostoevskij dixit)

Lasciateci soli, senza libri, e ci confonderemo subito, ci smarriremo: non sapremo dove far capo, a che cosa attenerci; che cosa amare e che cosa odiare, che cosa rispettare e che cosa disprezzare.

(Fëdor Dostoevskij, Memorie dal Sottosuolo. A proposito della neve bagnata, X, nota introduttiva di Leone Ginzburg, traduzione di Alfredo Polledro, Einaudi, Torino, 2002, p.132. Orig.: Zapiski iz podpol’ja, 1864)

L’avesse saputo, il buon Dostoevskij, che oltre a rischiare sul serio di lasciarci senza libri – o meglio, con libri senza lettori e al posto dei libri stessi – chi governa il mondo di contro non ci lascia mai senza la TV, quale “insegnante” sempre più presente e influente di ciò che si deve odiare, amare, rispettare o disprezzare. E il risultato di ciò è anche peggiore di quanto Dostoevskij suppose: perché il non sapere crea di certo smarrimento, ma il credere di sapere senza realmente sapere nulla crea una inesorabile schiavitù.