Vogliamo finalmente renderci conto che le montagne siamo noi?

[Foto di Cristina Gottardi su Unsplash.]

Possiamo continuare a vivere alla ricerca dell’adrenalina e dell’edonismo sapendo che intorno a noi le montagne e la loro biodiversità stanno morendo? Questa mentalità tossica, sia che si esprima sugli sci da discesa lungo lingue di neve finta e chimica) che si snodano tra foreste abbattute e bostricate, sia che si esprima su azioni performanti estreme e competitive o su raccolte monstre di funghi, fiori e frutti di bosco, o ancora su atteggiamenti irrispettosi e cafoni che disturbano la fauna alpina, come l’eliski e l’eliturismo, è qualcosa che mi ricorda vagamente la necrofilia. Vogliamo finalmente renderci conto che quelle montagne siamo noi?

[Matteo RighettoIl richiamo della montagna, Feltrinelli, 2025, pagg.80-81.)

La necessità di concepire e adottare un senso del limite come segno massimo di civiltà contro la gigantesca cafonata di pensare che di limiti non ce ne siano, in pratica.

Le montagne, anche le più ciclopiche le cui pareti sembrano innalzarsi all’infinito verso il cielo, prima o poi terminano sulle rispettive vette. Lassù è bello fermarsi e contemplare il mondo, sapendo che oltre non si può andare e che è giusto che sia così, è naturale. Anzi: dalla vetta bisogna ridiscendere, ritornare ben entro il limite da essa delineato dove si può vivere pienamente: il mondo è al di qua, non oltre.

Perché noi non sappiamo essere come le montagne e tanto meno pensare (Aldo Leopold docet) come le montagne?

Matteo Righetto, “Il richiamo della Montagna”

«Andare in montagna è tornare a casa». L’avrete probabilmente già letta da qualche parte questa celebre affermazione di John Muir (anche perché dà il titolo a una raccolta di testi del grande naturalista americano pubblicata in Italia): è un assunto dalle interpretazioni molteplici e profonde. Tuttavia, mi sembra che il più delle volte la parte di essa alla quale viene conferita più considerazione è la prima, l’andare in montagna ovvero l’esortazione a frequentare, certo consapevolmente, un ambito di rara bellezza e i cui benefici sono risaputi per come ci si senta bene a starci – proprio come «a casa», appunto.

Io invece trovo molto significativa la seconda parte e in particolar modo l’idea di “casa” che viene veicolata dall’affermazione di Muir: casa come luogo dell’abitare, che non significa semplicemente risiedere come invece spesso crediamo, e casa come ambito non solo simbolico nel quale si ritrova se stessi perché rispecchia ciò che siamo. Ed è molto interessante notare due cose, al riguardo: la prima, che il celebre psicologo americano Abraham Maslow, nell’elaborazione della sua piramide dei bisogni umani che oggi prende il suo nome, ha posizionato l’abitare nei bisogni di sicurezza, immediatamente dopo quelli fisiologici e perciò tra quelli basici come il respirare, il bere e il mangiare. La seconda, che l’altrettanto celebre John Ruskin, in merito all’abitare, scrisse: «Se gli uomini vivessero veramente da uomini, le loro case sarebbero dei templi, templi che non oseremmo tanto facilmente violare e nei quali diventerebbe per noi salutare poter vivere». Per inciso, era quel Ruskin che scrisse spesso anche di montagne le quali definì, in un’altra famosissima affermazione «le grandi cattedrali della Terra».

Capirete ora che le parole citate all’inizio di Muir assumono un ulteriore, profondo e potente significato proprio riguardo la relazione montagna-casa in esse contenuta, in fondo la stessa che con altre parole anche Ruskin descrive. Una casa che “ci contiene” come nessun altra nella quale possiamo trovare tanto protezione e rifugio quanto vitalità e iniziativa: ma, ovviamente, solo se vogliamo e sappiamo comprendere questa prerogativa montana.

Prende le mosse dalla formulazione di questa basilare necessità – tornare a comprendere la naturale e insostituibile relazione tra uomo e ambiente, base fondamentale della nostra presenza al mondo – Matteo Righetto nel suo ultimo libro Il richiamo della montagna (Feltrinelli, collana “Scintille”, 2025), una densa, potente, eloquente disamina del rapporto attuale tra gli uomini e la natura, in particolar modo quella montana, delle circostanze che in certi casi lo rendono distorto e pernicioso e di ciò che invece potrebbe (e dovrebbe) riallinearlo allo spazio e al tempo nel quale sussiste ogni cosa di questo pianeta, compresa la razza umana nonostante troppe volte, e sempre in modi variamente immotivati, essa se ne sia tirata fuori pensandosi superiore e per ciò titolata del diritto assoluto di dominazione su ogni cosa terrestre. Con puntuali, inesorabili disastri.

Proprio sulla storia di due recenti disastri alpini, considerati naturali nella loro manifestazione conclusiva ma in origine alquanto dipendenti dalle attività antropiche e dai loro effetti, cioè la Tempesta Vaia e il crollo del Ghiacciaio della Marmolada, Righetto costruisce la propria riflessione intorno alla nostra evidente incapacità (dacché smarrita, dimenticata, trascurata, ignorata) di relazionarci in maniera equilibrata con l’ambiente naturale []

(Potete leggere la recensione completa di Il richiamo della montagna cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Trees washing

[Foto di Noah Buscher su Unsplash.]
Ho conosciuto solo di recente Luigi Torreggiani, giornalista e dottore forestale per “Sherwood” e Compagnia delle Foreste; prima lo conoscevo di nome ma molto poco di fatto (e devo ringraziare il comune amico Pietro Lacasella per tale conoscenza). Devo recuperare, perché Luigi dice e scrive cose – sui temi dei quali si occupa e dunque su alberi, boschi, foreste e ambiente – non solo interessanti e intriganti ma pure (fatemi usare un termine e una dote ormai sempre più desueti) sagge. Dunque ancora più importanti, visti i temi suddetti e il loro valore fondamentale per il mondo in cui viviamo, ben oltre la mera accezione estetico-romantica che sovente utilizziamo per disquisirne e con la quale, abbastanza inevitabilmente, finiamo per semplificare fin troppo quel valore. E ciò non solo per quanto riguarda i territori montani e rurali in genere ma anche per le nostre città e le zone più antropizzate.

A queste ultime mi viene da riferire il seguente articolo di Luigi, pubblicato sulla sua pagina Facebook e ripreso anche da “Alto-Rilievo / Voci di montagna”, il blog di Pietro Lacasella: una riflessione assolutamente interessante anche per come riguardi una pratica tanto diffusa e reclamizzata come “virtuosa”, da molte amministrazioni pubbliche, quanto spesso che si rivela di facciata e ipocrita, ovvero un esercizio di green washing di livello notevole, cioè notevolmente bieco. Basti pensare ai tot-mila alberi che pianta di continuo Milano tra mirabolanti titoloni mediatici e poi, spenti i riflettori delle TV e i tablet della stampa, lascia spesso morire nel disinteresse più assoluto, come ho scritto qui qualche tempo fa, e nel mentre che il consumo di suolo in città aumenta anno dopo anno, senza tregua.

Insomma: questo mio è un convinto invito a leggere – se già non lo fate – gli scritti di Luigi Torreggiani, su “Sherwood” e ovunque siano pubblicati, perché meritano assolutamente di essere letti e meditati. A partire da questo, ribadisco:

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative di piantagione di alberi (bene!!!).
Molte di queste iniziative hanno come slogan quello di mettere a dimora “un albero per ogni cittadino”: un albero per ogni italiano, per ogni abitante della tal regione, della tal città, del tal quartiere, un albero per ogni cliente, per ogni associato ecc. ecc.
Non c’è niente di male in questo, ci mancherebbe. C’è però un piccolo-grande rischio comunicativo che andrebbe tenuto in considerazione: quello della deresponsabilizzazione rispetto a problemi ambientali enormi, che riguardano gli stili di vita di tutti noi.
Sapere che il tal politico, la tal azienda o la tal associazione pianterà un albero a mio nome, infatti, non significa affatto: “bene, quindi adesso posso tornare a vivere e inquinare come prima”.
Non sarà certo il nostro albero in più a cambiare le sorti di problemi enormi e globali come la crisi climatica o la perdita di biodiversità. È un’azione lodevole e importante, nessun lo nega, ma non basta. Siamo sicuri che questo sia chiaro proprio a tutti?
Sarebbe interessante e credo utile leggere questa banale considerazione a margine delle campagne di piantagione di alberi che scelgono di usare (legittimamente) lo slogan “un albero per ogni cittadino”: ad esempio spiegare quanto davvero, un singolo albero, può compensare le emissioni medie di un essere umano che vive nella parte ricca del Pianeta.
Sarebbe una mossa controproducente dal punto di vista del marketing? Probabilmente sì.
Ma rappresenterebbe un passettino in avanti verso l’educazione alla sostenibilità. Penso che la nostra società, malata di slogan, ne abbia parecchio bisogno.