Il podcast della puntata #5 di RADIO THULE 2012/2013

Ecco qui, come tradizione del giorno successivo a quello della diretta, il file in podcast della puntata #5 di RADIO THULE 2012/2013 di lunedì 3 Dicembre 2012! Puntata intitolata Arte di strada: la nuova strada dell’arte?” e con ospite in studio Roberto Ratti, direttore di Traffic Gallery, una delle più innovative e avanguardistiche gallerie d’arte in circolazione, con sede a Bergamo. Con la sua preziosa guida si parte alla scoperta di una delle discipline artistiche indubbiamente più vive e frementi, oggi, sempre più affrancata dall’originario alone di illegalità che l’ha contraddistinta ma pure in grado di distinguersi con merito dal panorama artistico più mainstream: la street art. Perché, forse, l’arte contemporanea più autentica è fuori dai musei, dalle grandi istituzioni mecenatistiche (o presunte tali), dal mercato milionario; viene invece dal basso, dalle strade, è concretamente pubblica, raccogliendo l’eredità di precedenti movimenti “alternativi” che hanno caratterizzato e spesso scosso il Novecento e in tal modo generando ancora in sé quella forza rivoluzionaria che da sempre l’arte deve possedere, per essere veramente tale. Da Gauguin a Banksy, da Bristol e la sua scena artistico-musicale alla realtà italiana attuale, un viaggio verso una forma d’arte che forse più di ogni altra ha saputo sovvertire le regole dell’art system: in fondo, come scrisse Andrej Arsen’evič Tarkovskij, “L’arte si rivolge a tutti nella speranza di essere, prima di tutto, sentita, di suscitare uno sconvolgimento emotivo.” E d’altronde, senza di ciò, probabilmente l’arte e gli artisti sono solo fakes (cit.Banksy)…

Cliccate sulla radio qui sopra per ascoltare e scaricare il file, oppure visitate la pagina del blog dedicata al programma con tutto l’archivio delle puntate di questa e delle stagioni precedenti.

Prossimo appuntamento con RADIO THULE, lunedì 17 Dicembre 2012. Save the date e, per ora, buon ascolto!

Questa sera, ore 21.00: RADIO THULE #5-12/13, live in FM e streaming su RCI Radio!

Lunedì 03/12, ore 21.00, live su RCI Radio 91.8/92.1 FM e in streaming:
RADIO THULE, anno IX, puntata #5:
Arte di strada: la nuova strada per l’arte?
Ovvero: RADIO THULE ha l’onore di ospitare Roberto Ratti, direttore di Traffic Gallery, una delle più innovative e avanguardistiche gallerie d’arte in circolazione, con sede a Bergamo. Con la sua preziosa guida andremo alla scoperta di una delle discipline artistiche indubbiamente più vive e frementi, oggi, sempre più affrancata dall’originario alone di illegalità che l’ha contraddistinta ma pure in grado di distinguersi con merito dal panorama artistico più mainstream: la street art. Perché, forse, l’arte contemporanea più autentica è fuori dai musei, dalle grandi istituzioni mecenatistiche, dal mercato milionario; viene invece dal basso, dalle strade, è concretamente pubblica, raccogliendo l’eredità di precedenti movimenti “alternativi” che hanno caratterizzato e spesso scosso il Novecento e in tal modo generando ancora in sé quella forza rivoluzionaria che da sempre l’arte deve possedere, per essere veramente tale. In fondo, come scrisse Andrej Arsen’evič Tarkovskij, “L’arte si rivolge a tutti nella speranza di essere, prima di tutto, sentita, di suscitare uno sconvolgimento emotivo.” Senza di ciò, probabilmente l’arte e gli artisti sono solo fakes

Per ascoltare RADIO THULE in streaming dal tuo pc clicca QUI, oppure QUI per lo streaming in HD. E dal giorno successivo, qua sul blog, il podcast della puntata! Quindi, in un modo o nell’altro: save the date e stay tuned!

La fotografia contemporanea: nuova pietanza artistica, o ennesima minestra riscaldata?

Pio Tarantini, “Nudo con sedia rossa 2”, Milano 1984 (courtesy Galleria Luxardo, Roma)
Ho trovato un interessante scritto di Pio Tarantini, uno dei più importanti fotografi italiani contemporanei – nonché studiosi del medium fotografico – nel blog dell’Associazione Amici del Mu.Fo.Co., il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, che ritengo illuminante riproporre qui non solo per la mia particolare attenzione verso lo stesso medium, ma anche perché mi pare contenga alcuni spunti di indispensabile riflessione. Notarelle sulla fotografia nel sistema dell’arte – così si intitola l’articolo – mette in evidenza, tra le altre cose, un paio di questioni sostanziali alla base del “cosa” deve essere la fotografia, oggi, per meritarsi il proprio posto nel pantheon delle arti contemporanee così faticosamente conquistato nei decenni scorsi, e pur tra tante voci contrarie.
Cito, ad esempio:
Si resta perplessi (…) ascoltare o leggere spesso, in questi dibattiti, la riproposizione di questioni che dovrebbero essere assodate: mi riferisco, per fare qualche esempio, alla obsoleta questione della fotografia come documento o come arte, al suo rapporto con il mondo dell’arte con tutte le conseguenze che il (falso) problema comporta − tiratura limitata o riproduzione infinita, definizione di fotografo-fotografo o fotografo-artista o artista-fotografo o artista che usa la fotografia e così via – o problematiche inerenti al passaggio dall’analogico al digitale.
Ho definito, queste ultime citate, problematiche obsolete perché ritengo che siano dei falsi problemi; non è il caso in questa sede, a meno che non lo richiedano eventuali possibili interventi su queste mie note, di approfondire queste tematiche proprio perché vorrei incentrare questo mio intervento su un altro aspetto che personalmente ritengo invece rilevante e sul quale, come scrivevo all’inizio, mi interrogo da molti anni: e cioè in che modo la fotografia interpreta o può interpretare una forma d’espressione contemporanea senza risultare succube delle tendenze artistiche più attuali, così come, alla fine dell’Ottocento una fotografia per certi aspetti ancora immatura tentava di imitare la pittura per darsi dignità artistica.

E, poco più avanti:
(…) Il problema che mi pongo, e sul quale spesso in questi anni mi è capitato di discutere con molti amici, è appunto quello di come la fotografia, soprattutto nella sua versione anti-realistica, può oggi portare un contributo importante nella riflessione sul mondo e nei modi, appunto, in cui questa riflessione si esplica. Ancora una volta quindi il problema, e scusate se mi ripeto, è quale reale valore hanno, in una più ampia prospettiva storico-critica, i tantissimi tentativi di quella parte che, per semplificare, potremmo definire più concettuale dell’arte e in particolare della fotografia che già di per sé ha una denotazione fortemente concettuale basandosi sulla riproduzione del mondo attraverso un procedimento tecnico (dal ready–made delle Avanguardie all’inconscio tecnologico di Vaccari).
(Cliccate QUI per leggere l’intero articolo nel blog dell’Associazione Amici del Mu.Fo.Co.)

Questioni, riflessioni, domande, dubbi che anch’io mi ritrovo spesso a pormi, a fronte di un evidente e possente boom della fotografia nel sistema dell’arte contemporaneo (sembra che oggi non vi possa essere alcuna istituzione museale-espositiva che non presenti appena possibile una mostra fotografica, come se il non farlo significhi automaticamente il dimostrarsi fuori dal tempo e lontano dalla realtà…) e di una produzione veramente imponente, molto spesso di ottima qualità estetica (o tecnico-estetica) ma assai meno spesso di buon livello autenticamente artistico. Cioè, per dirla tutta, sovente bella da vedere ma che nell’ammirarla comunica poco o nulla…
Come rimarca Tarantini, la fotografia, e non solo per tutta l’attuale tecnologia che le consente di essere e di fare tutto e il contrario di tutto, non può limitarsi a esprimere la stessa essenza artistica già espressa in passato da altri media, ovvero dalla storia della fotografia stessa. Deve cercare di andare oltre, di palesarsi come autentico nuovo media espressivo artistico, e di comunicare in modo proprio, originale, cose non ancora dette, o almeno non dette nel modo che la fotografia può esprimere.
E’ certamente una bella sfida, quella illuminata da Tarantini, il cui cimento primario è senza dubbio insito nella costante esplorazione del media fotografico e delle sue capacità espressive da parte di chi lo utilizza. Una sfida che in ogni caso, comunque la si affronti e si cerchi di vincerla, deve rappresentare uno dei fondamenti del lavoro di un fotografo contemporaneo, dal momento che, se non vi sia o se sia messa da parte per mere convenienze (anche speculative, come lo stesso Tarantini segnala nel suo pezzo), quel posto “buono” nel pantheon artistico contemporaneo potrebbe anche risultare vacillante.

P.S.: ho visitato il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello poco tempo fa, una domenica mattina di tempo incerto. Non c’era dentro nessun visitatore, e nell’ora abbondante in cui ci sono stato non ne è entrato alcun altro. Sarà stato un caso, vero? Non è il caso di sconfortarsi, giusto?
Uhm…

The Italian/Norwegian Art Project presenta “Esplorazioni/Utforskninger”: sei giovani artisti italiani esplorano il Grande Nord

Esplorazioni/Utforskninger è una assai affascinante “spedizione” verso il grande di Nord di sei giovani artisti italiani, riuniti nell’Italian/Norwegian Art Project, sulle tracce di Umberto Nobile e del travagliato legame che lo legò la celebre esploratore norvegese Roald Amundsen.
Il gruppo mi ha concesso il grandissimo onore di scrivere il testo di presentazione del progetto e della mostra – in programma a Jessheim, Norvegia, dal 17 al 25 Novembre prossimi – che potete leggere di seguito. Certo l’evento non è esattamente a due passi da casa – però se nel caso qualcuno sarà in zona, ci faccia un salto! – ma d’altro è una mostra così multiforme, profonda, intensa e intrigante da presentare uno spirito artistico assolutamente universale, in grado di superare qualsiasi limite geografico e non solo – proprio come deve essere una autentica esplorazione anche nell’era (e dell’era) contemporanea…
Mi auguro di cuore che il mio testo possa interessarvi al progetto: nel caso, cliccando sull’immagine qui sopra, ne potrete visitare il blog ufficiale e conoscerlo ancora meglio – potendo pure ammirare alcune delle opere che faranno parte dell’esposizione. E se, appunto, sarete in transito per le meravigliose terre iperboree nei giorni suddetti, vi assicuro che una visita alla mostra è del tutto meritata.

ESPLORARE
Esplorare: da sempre un’attitudine innata nell’essere umano. Esplorare per scoprire, conoscere, capire e poi per comunicare, per raccontare, perché vedere ciò che non si è ancora visto amplia la realtà comune, la nozione di essa e la nostra capacità di comprenderla. In fondo, esplorazione è evoluzione – evòlvere: “volgersi al di fuori”, cioè oltre gli orizzonti conosciuti, fisici e metafisici. E orizzonti fisici – ovvero geografici – assai vasti accomunano Norvegia e Italia, due nazioni distanti sotto molti aspetti ma al contempo storicamente simili nell’attitudine all’esplorazione di essi. Una consonanza attitudinale divenuta l’azione condivisa di due tra i più paradigmatici personaggi dell’esplorazione in epoca moderna, Roald Amundsen e Umberto Nobile, grazie all’impresa del dirigibile Norge: la prima trasvolata comprovata del Polo Nord nel maggio del 1926. Il sorprendente frutto dell’unione tra l’intraprendenza esplorativa del norvegese e la creatività tecnologica dell’italiano, la cui gloriosa eco generò parecchi attriti tra i due ma pure una sincera amicizia, al punto da spingere Amundsen a partire senza indugio alla ricerca di Nobile, disperso sulla banchisa polare dopo l’incidente al dirigibile Italia nel maggio del 1928, trovandovi la morte. In tali casi, l’esplorazione non è solo mera avventura ma diviene compiuta pratica estetica. Sa andare oltre limiti non solo fisici ma, appunto, anche metafisici – orizzonti, questi, per la cui rivelazione l’uomo ha creato un’ulteriore forma estetica di esplorazione della realtà, di analisi e rappresentazione di essa: l’arte. Con tale spirito di scoperta, come novelli esploratori non più governanti macchine volanti ma media e stili artistici contemporanei, e sulla scia di una riflessione profonda del rapporto che si generò tra i due personaggi, una spedizione di sei giovani artisti italiani vuole proporre in terra di Norvegia un nuovo e intenso dialogo tra il norvegese Amundsen e l’italiano Nobile, una rinnovata alleanza che possa indagare la loro realtà storica oggi, rimarcandone il valore umano e culturale con i linguaggi dell’arte contemporanea: è l’Italian Norwegian Art Project, da cui nasce la collettiva Exploration. Sei artisti, sei diverse espressività artistiche, sei differenti stili di esplorare e rappresentare quella epica e storica realtà. Così il Norge torna in volo nel cielo, nello spazio e, grazie al lavoro di Andrea Casillo, anche nel tempo: sullo sfondo celeste il grande aeromobile si staglia come nel 1926 e si moltiplica dinamicamente nella sequenza d’un rinnovato moto verso nord, divenendo al contempo contemporaneo, elemento vivo di street art che lo rende pure oggetto sovratemporale, appunto. E’ assolutamente iconico, il Norge, ieri come oggi: lo evidenzia Diego Finassi nelle sue opere, fissando l’essenza potente del grande aeromobile ma pure l’altrettanto incisiva presenza dei suoi grandi aeronauti, Amundsen e Nobile. Una presenza anch’essa del tutto iconica, al punto da poter essere fermata col media fotografico da Davide Allieri, che ne (ri)veste il proprio corpo e, con tale performance, (ri)congiunge anche visivamente l’uomo-esploratore e l’uomo-artista in una univoca ricerca, affermandone di nuovo il suo carattere unico e atemporale. Ma vi è senza dubbio un ulteriore fattore assai iconico, nella vicenda del Norge: è la Natura estrema del Polo, e ancor più il ghiaccio che ne è elemento dominante. Fu per così dire magnanimo, l’ambiente naturale, consentendo a Amundsen e Nobile di uscirne indenni: Djevelen Son, “il diavolo era addormentato”, è come sottolinea ciò Marco Mapelli, con un lavoro che condensa in sé le presumibili sensazioni, consce e inconsce, dei due esploratori sopra l’immensa distesa ghiacciata. Ma un ambiente naturale così estremo e predominante su ogni altra cosa ha finito – forse inevitabilmente – per assimilare in sé i protagonisti del volo transpolare: così nelle opere di Fabio Chinelli il Norge va lentamente svanendo, fino a diventare una sorta di “idea” essenziale ovvero un impulso primario, un movente per ulteriori esplorazioni e per nuove scoperte verso e oltre nuovi orizzonti. Infine Jacopo Finazzi (che è anche coordinatore del progetto) evoca un altrettanto assimilante whiteout – così si dice quando, nelle regioni polari, il bianco ambientale diventa unico e soverchiante cromatismo – nel quale svaniscono il Norge, Amundsen e Nobile, man mano che la rotta segnata sulle mappe si avvicina sempre più al polo. E’ forse l’anelito inconscio di ogni esploratore: diventare un tutt’uno con l’ambiente esplorato, una cosa sola. Arte e esplorazione: esempi differenti eppure comparabili della perenne ricerca umana per una nuova cognizione della realtà. Scoprire cosa c’è oltre per comprendere meglio cosa c’è qui, ora. L’Italian Norwegian Art Project in buona sostanza è questo: artisti-esploratori che vogliono tracciare una nuova rotta, sulla scia di Amundsen e Nobile, riflettendo sulla loro avventura per invitare tutti noi a intraprenderne di nuove e grandi – magari esplorando il primo e più prossimo elemento sconosciuto: la nostra comune realtà quotidiana.
Luca Rota, Settembre 2012

(Cliccate QUI per leggere anche la versione inglese, pubblicata nel blog del progetto)

“Una finestra sul mondo” (dell’arte, e non solo!). Una mostra affascinante a Lugano, fino al 06/01/2013

Cerith Wyn Evans, “Think of this as a Window…”, 2005, scritta al neon 13x147x5 cm., Städtische Galerie im Lenbachhaus und Kunstbau, Monaco di Baviera.
Ho visitato a Lugano una mostra d’arte veramente bella e ben allestita: Una finestra sul mondo, da Dürer a Mondrian e oltre. Sguardi attraverso la finestra dell’arte dal Quattrocento ad oggi è un percorso lungo sei secoli di interpretazione di un oggetto/soggetto tra i più archetipici dell’arte di ogni tempo, la finestra appunto. Da “ovvia” apertura per osservare il mondo a mera cornice visuale, a confine tra intimità privata ed esteriorità mondana fino a simbolo di separazione, di distacco da quel mondo al di fuori di essa, gli artisti hanno utilizzato la finestra in modi molti diversi e spesso opposti, ma sempre lasciandosene affascinare in maniera profonda, quasi mistica a volte. Un tema, dunque, tanto interessante e intrigante quanto originale, e di valore assoluto ancora oggi del tutto attuale (mi vengono in ente le recenti e belle opere di Matteo Pericoli, giusto per citare il primo esempio che mi balza in mente…)
La mostra di Lugano accompagna i suoi visitatori nell’esplorazione artistica di questo oggetto così simbolico in un percorso la cui suddivisione obbligata (per la quantità di opere presentate) tra la sede del Museo d’Arte e quella del Museo Cantonale non ne inficia minimamente il fascino, anzi, se possibile lo accresce, quasi invitando il visitatore a percorrere il tragitto tra i due musei (15 minuti a piedi, suppergiù) riproducendo le sensazioni ricavate dalla visita nella propria osservazione del paesaggio luganese, facendo per così dire di sé stessi – o meglio, del proprio sguardo – una finestra personale e particolare sullo spazio-tempo attraversato – in fondo, le prime finestre dalle quali noi vediamo il mondo sono proprio i nostri occhi!
E’ opportuno cominciare la visita dal Museo d’Arte, che ospita opere dal Cinquecento fino alle prime Avanguardie novecentesche, spesso in dialogo tra di loro nella stessa sala con accostamenti temporali a volte arditi ma senza dubbio intriganti, con nomi anche parecchio grandi: da Dürer a Mondrian, Klee, Magritte, De Chirico, Monet – cito tra i tanti a caso… Si prosegue poi al Museo Cantonale, che invece ospita la parte più moderna e contemporanea dell’esposizione, pure qui con pezzi grossi quali Duchamp, Schifano, Rothko, e comunque con un livello generale delle opere e dello sviluppo del tema sempre di notevole valore.
Indubbiamente, per rappresentare una simbologia così diffusa e pregna di significati come quella della finestra nel mondo dell’arte, non sarebbero bastati 10 musei (forse nemmeno 100!), tuttavia, ribadisco, l’esposizione di Lugano offre un excursus espositivo ben fatto, dall’allestimento quasi ovunque curato in modo ottimale (forse da rivedere qualche illuminazione, a mio parere…), e certamente in grado di portare il visitatore a riflettere sul suo nucleo tematico fornendogli una cognizione di causa per quanto possibile completa e affascinante.
Insomma, una mostra che vale assolutamente la visita – avete tempo fino al 6 Gennaio 2013 – e che peraltro dimostra come una città quale Lugano, importante nel contesto svizzero ma in fondo assai piccola, spesso ben più che una città di provincia italiana, con le giuste sinergie di natura pubblica sappia offrire eventi culturali degni di una grande metropoli. Un modello di gestione della cultura e dell’arte senza dubbio da tenere ben presente e imitare, ove possibile.
Cliccate sull’immagine dell’opera per visitare il sito web ufficiale della mostra, e averne ogni dettaglio utile per la visita.