L’Antelao, il “Re del Cadore”, e il suo nome complicato ma semplicissimo

Il Monte Antelao è senza dubbio una delle cime più particolari delle Dolomiti, delle quali è la seconda sommità maggiormente elevata (3264 m) dopo la Marmolada.

Innanzi tutto è particolare la sua forma piramidale, differente rispetto a quella di buona parte delle altre cime dolomitiche con le loro forme di scogliere estese, di denti verticali e di guglie più o meno esili. Una forma che in certi scorci conferisce all’Antelao apparenze quasi himalayane, ciò anche per la notevole prominenza del suo corpo montuoso dai fondivalle intorno (che supera i 1700 metri), per il primato nel rapporto tra altezza e sviluppo orizzontale dello zoccolo, che non supera i quattro chilometri di diametro, e per la posizione isolata, che contribuisce ad accentuarne l’imponenza. Da tutto ciò deriva l’appellativo di “Re del Cadore”, che qualcuno eleva addirittura a “Re delle Dolomiti” affiancandolo a quello di “Regina” conferito alla Marmolada.

[Foto di By Ximonic, Simo Räsänen, opera propria, CC BY 2.5, fonte commons.wikimedia.org.]
Particolare è anche l’oronimo, “Antelao”; ricorda quasi un nome proprio di vecchio stampo, come Nicolao o Menelao. Ma da dove deriva, e cosa significa?

Nuovamente, andare alla scoperta dell’origine di “Antelao” dimostra quanto la toponomastica l’oronomastica ancor di più siano discipline affascinanti, in grado di raccontare molte storie e di diversa natura rapprese in poche lettere, le quali è come se fossero “salvate” nei monti quanto i files nei dispositivi di memoria che abitualmente utilizziamo, identificati con un singolo nome o una sola lettera. Grazie ai loro toponimi le montagne e i luoghi diventano chiavette usb o hard disk di roccia, erba o acqua: un po’ difficili da portare in giro ma d’altro canto sempre a disposizione, a saperne aprire i contenuti!

[Foto di kordula vahle da Pixabay.]
Comunque, digressioni informatiche a parte, dicevo del nome “Antelao”.

Dunque: innanzi tutto si intuisce facilmente la sua origine vernacolare, nello specifico dal dialetto cadorino (una delle tante varianti del ladino) che ci presenta il termine Nantelòu, italianizzato poi nel nome in uso. Ma anche la forma dialettale è piuttosto lontana, e dunque poco riferibile di primo acchito, a quella che dovrebbe essere l’origine primigenia del nome, cioè la voce prelatina (forse preindoeuropea, dunque antichissima) lavara, che significa «lastrone di roccia», dalla quale peraltro deriva il termine lavaréit col significato di «piani rocciosi inclinati», cioè l’origine del toponimo “Lavaredo”.

Il termine lavara assume la forma aggettivale con il suffisso –atum, dunque “lavaratum”, che in passato doveva suonare come «Lavarou», con il significato di “lastricato”. Nel tempo con un fenomeno piuttosto tipico nell’evoluzione linguistica in particolar modo delle parlate locali (è infatti riscontrabile in altri toponimi del Cadore) ovvero l’agglutinazione della preposizione “in”, cioè (I)naeròu, è derivato Naeròu, forma già molto simile a “Nantelòu” ovvero al nome in dialetto cadorino che poi, come già detto, è stato italianizzato nella fonetica e nella forma scritta in “Antelao”.

[Foto di Chripell from Friuli, Italy, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Potete dunque constatare quale lungo ed elaborato giro linguistico abbia compiuto l’oronimo del monte per arrivare alla forma in uso: e cosa significa, alla fine? “Montagna di lastre rocciose inclinate”, cioè quello che manifestamente è e che si intuisce immediatamente nell’osservarla. Un’origine complicata, vecchia di millenni, per esprimere una cosa semplicissima! Ma conferendole un fascino insuperabile e radicando l’identità oronomastica del monte nello spazio e nel tempo di quella porzione di Dolomiti: un lignaggio geolinguistico che giustifica certamente l’intitolazione dell’Antelao a “Re del Cadore” se non di tutte le Dolomiti!

Come ben scrisse Paolo Rumiz ne La Leggenda dei Monti Naviganti – passaggio che cito spesso – «Finché ci saranno i nomi ci saranno i luoghi»: e fino a quando ci sarà pure la conoscenza più o meno approfondita delle storie, delle nozioni, delle narrazioni e delle culture che i toponimi conservano e sanno trasmettere, quei luoghi, la loro bellezza e la loro identità georeferenziale avranno buone possibilità di essere preservati e apprezzati. Per fortuna.

[Foto di By Ka23 13, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
N.B.: buona parte delle nozioni toponomastiche sulle quali ho costruito questo articolo sono tratte da qui.

(L’immagine della cartolina in testa al post è di Michael 2015, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.)

Una cartolina dal Monte Pelmo

[Foto di Mario da Pixabay.]

In nessun’altra parte delle Alpi si innalzano così bruscamente cime altissime e con così poca apparenza di connessione tra di loro. In nessun’altra parte vi sono contrasti così marcati offerti dalla differenza di struttura geologica come quelli che qui colpiscono il viaggiatore.

Così a metà Ottocento scriveva delle Dolomiti sul proprio diario John Ball, politico, naturalista e alpinista irlandese. Il quale aveva pieno titolo per scrivere quelle parole: Ball nel 1857 salì una delle principali cime dolomitiche per la prima volta, il Pelmo, 3168 m (che spicca al centro della “cartolina” qui sopra), e il suo nome è rimasto “impresso” sulla montagna grazie all’itinerario che egli seguì per raggiungerne la vetta, la cengia di Ball, tutt’oggi la via normale. E se l’alpinista irlandese affermò poi di aver scelto il Pelmo per la sua prima scalata perché gli era sembrato il più bello tra tutti i monti delle Dolomiti che aveva visto (cosa condivisibile, peraltro, anche grazie alla sua particolare forma che gli riserva il nomignolo di Caregón de ‘l Pareterno, “Trono di Dio”), è pure vero che il monte dà bene l’idea di «cima altissima e con così poca apparenza di connessione» con le altre, avendo tale peculiarità anche nel proprio oronimo che deriva dalla forma dialettale Sass de Pelf col significato di “sasso”, “roccia compatta” e anche “sasso isolato” (cfr. il preromano pel- affine a pal(a), “roccia”, “pala”) caratteristica ben evidente anche nella “cartolina” lì sopra.

Il larice, albero leggendario

[Foto di Sergio Cerrato – Italia da Pixabay.

Al larice la gente di montagna riserva da sempre un affetto particolare. Una leggenda racconta che il larice apparve sulle Dolomiti quando Rèi de Rajes (il “Re dei raggi”), sovrano di un regno che si stendeva dietro il monte Antelao, sposò un’ondina, una delle bellissime creature femminili che abitano i torrenti. Si narra che la sposa ricevette in dono così tante piante e fiori da indurre due nani a inventare un albero fatto con tutte quelle specie: nacque così il larice, una pianta con l’aspetto di una conifera, la bellezza di tutta la vegetazione alpina e le foglie aghiformi caduche come le latifoglie. Per difenderlo dal freddo, Merisana, così si chiamava la bella ondina, lo ricoprì con il suo lungo velo trasparente che subito cominciò a germogliare, trasformandosi in quei ciuffi di muschio ben visibili sui rami d’inverno.
Fin qui la leggenda. Tutto il resto è botanica? Forse no, forse il sapere sui boschi può soltanto scaturire dalla bellezza, dai sentimenti e dalla fantasia che ogni camminatore può rivolgere alla natura durante una passeggiata. È questa la cosa migliore delle leggende, il motivo per cui sono spesso preferibili alla scienza nella comprensione della natura: ci coinvolgono emotivamente, ci consentono di recare la natura entro il nostro orizzonte interiore e perciò non finiscono mai, godono dell’infinità dei nostri sentimenti e ci permettono di proseguirne la scrittura “di pari passo” con il nostro cammino.

[Giovanni CenacchiDolomiti cuore d’Europa, Hoepli Editore, 2021, postfazione e cura di Giuseppe Mendicino, pagg.54-55. La mia “recensione” dei libro è qui.]

È proprio come scrive Cenacchi: senza togliere nulla agli altri membri delle comunità silvestri alpine, se c’è un albero che incarna – anzi, inlegna – la bellezza, il fascino perenne, l’anima, lo spirito alpestre, la ruvida saggezza, l’aura misteriosa e leggendaria, la delicatezza, la preziosità, l’emozione ancestrale, il richiamo delle Alpi, è il larice.

Riconosceteglielo, quando lo avrete accanto durante una delle vostre passeggiate montane.