Possono delle opere di arte contemporanea stare in un fazzoletto? La risposta allo spazio d’arte “Piscina Comunale” di Milano!

Parecchio originale la nuova mostra presenta presso la Piscina Comunale – Spazio d’arte in Copisteria di Milano: una collettiva curata da Adriano Pasquali che presenta più di cento opere realizzate “in un fazzoletto” – letteralmente s’intende, ovvero create su altrettanti semplici fazzoletti. Non solo una mera reinterpretazione fuori dal comune del supporto artistico, ma pure una sorta di metafora del valore di esso e dell’arte stessa, in grado di offrire un certo valore – estetico, tematico, culturale, sociale persino – al fruitore anche quando “relegata” su di un supporto così apparentemente limitato e limitante… Ma, inutile dirlo, quando l’arte è di valore (e di nuovo intendo ciò in senso artistico, appunto, non certo “commerciale”!), qualsiasi pur ridotta quantità non sarà mai proporzionale alla qualità offerta! E in fondo, appunto, nemmeno al mero godimento estetico di essa…
Fino al prossimo Ottobre, alla Piscina Comunale di Milano, in via Campiglio 13 (zona Lambrate). Cliccate sull’immagine qui sotto per visitare la pagina facebook dello spazio d’arte e avere maggiori informazioni sulla mostra, oltre che per poterne vedere anche qualche interessante video.

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La rivoluzione indispensabile (e urgente). “Italia Revolution. Rinascere con la cultura”, l’ultimo libro di Christian Caliandro

Da tempo apprezzo parecchio Christian Caliandro, per le sue specifiche professionali nelle discipline artistiche, per gli articoli sulla carta stampata e sul web (Artribune, in particolare) e ancor più per la notevole capacità di lucida visione critica sulla nostra realtà contemporanea, spesso così profonda da travalicare i propri ambiti artistico-culturali “soliti” per divenire di respiro ben più ampio e generale.
Per tali motivi il suo ultimo libro Italia Revolution, posti i temi su cui disquisisce – compendiati in modo chiaro nel sottotitolo Rinascere con la cultura – e il relativo “progetto” che ne deriva, con il quale concordo supremamente, mi sembra una lettura del tutto consigliabile se non necessaria.
Così recita la presentazione del volume:

Siamo abituati a raccontare gli anni Ottanta come un periodo dominato dal glamour e dalla leggerezza. In realtà, è stato un decennio molto più pesante, duro e livido di quanto comunemente si pensi. Dalla diretta della tragedia di Vermicino alla nascita delle Tv private, nulla è più stato come prima: i processi di trasformazione, rimozione e riflusso si intrecciano e si sovrappongono, nascono i fantasmi che ci visiteranno nei successivi decenni. Il nostro Paese è quindi preda da almeno trent’anni di una forma di schizofrenia: si è raccontato un’altra verità, stretto nel conflitto generazionale tra i “vecchi” che avevano vissuto la ricostruzione e il boom e i “giovani” sessantottini, che di quei drammi e di quegli slanci non sapevano nulla ed erano cresciuti nel benessere. Oggi quindi – esattamente come nel secondo dopoguerra – il nostro Paese va ricostruito, riportando al centro la realtà: solo la cultura potrà dare origine alla grande rivoluzione di cui abbiamo bisogno.

Ecco. Un’acuta analisi degli ultimi trent’anni italiani, quelli probabilmente coperti dal processo di ignobile svaccamento (ovvero dal suo più drammatico acutizzarsi) al quale si è lasciata andare gran parte della società italiana a tutto vantaggio Italia-revolution_copdegli affari loschi della classe politica e, di contro, a tutto svantaggio di quelle preziose peculiarità che avrebbero viceversa consentito all’Italia prosperità e posizioni di prestigio ben maggiori – la cultura in primis: veramente un tesoro immenso del quale poter beneficiare, e per il cui godimento occorrerebbe una vera e propria rivoluzione, appunto. Per rinascere, finalmente, ovvero per non soccombere, definitivamente.
Nota di merito finale – e ulteriore punto a favore del libro, peraltro – per il prezzo, finalmente ragionevole per un saggio di questa qualità.
Cliccate qui sopra, sulla copertina del libro, per conoscerne tutti i dettagli: è un testo da leggere, senza dubbio. Perché, visto come siamo messi, qui, sarebbe pure giunta l’ora, di diventare molto meno abulici e ben più rivoluzionari!

Francesco Lussana “OPEN”: a Venezia, nella 16a Esposizione Internazionale di Sculture e Installazioni

Ho l’onore di conoscere ormai da tempo Francesco Lussana e ancor più di aver potuto collaborare con lui in alcuni recenti eventi pubblici legati alla sua originale e intrigante produzione artistica, sulla quale – anche in relazione ai suddetti eventi – ho spesso dissertato nel blog (QUI potete trovare tutti gli articoli pubblicati). Vederlo quindi incluso nella mostra OPEN – Esposizione Internazionale di Sculture ed Installazioni che celebra la sua sedicesima edizione dal 29 agosto al 29 settembre a Venezia Lido e all’Isola di San Servolo parallelamente alla Mostra d’Arte Cinematografica nonché – soprattutto, direi – alla 55° Biennale di Venezia, con la curatela di Paolo De Grandis e Carlotta Scarpa, mi rende assai felice tanto quanto però non così sorpreso. Sì, perché l’ormai lungo percorso artistico intrapreso da Lussana – Francesco-Lussana-image1delle cui peculiarità essenziali potete appunto leggere negli articoli pubblicati – è di tale fascino e profondità generali che questo riconoscimento mi risulta sotto molti aspetti ovvio, anzi, potrei pure dire indispensabile.
Francesco Lussana con la sua arte ha saputo generare un’armonia assolutamente rara tra elementi diversi del “fare” artistico, andando ben oltre le componenti primarie estetiche e tematiche dell’opera d’arte per inglobare nell’essenza di essa anche valenze di natura sociale, sociologica e antropologica. Il produrre arte come lavoro di Lussana si affianca e si fonde col suo lavoro in fabbrica che è a sua volta “arte” nel senso artigianale e manifatturiero del termine; l’uso pratico delle macchine ovvero degli strumenti della produzione industriale seriale muta sotto il suo controllo, si trasforma in un gesto ben più peculiare fino a ricuperare (o riscoprire) un’accezione primordiale, per così dire, di ritorno alla generazione di oggetti non più solo dotati d’una qualche funzione utilitaristica ma, al contrario, capaci di dialogare con chi li “incontra”, di raccontare lunghe storie, di trasmettere messaggi articolati e intensi che sovente esulano dal mero contesto artistico per giungere in ambiti più culturalmente profondi – dacché il lavoro industriale, tema fondamentale della sua riflessione artistica, non serve dire quanto sia soggetto assolutamente sociologico e antropologico! L’effetto ottenuto è duplice: la riaffermazione del lavoro come opera umana capace di produrre “arte”, e la valorizzazione dell’arte come opera umana nobile e nobilitante come è il lavoro (almeno nel principio e come dovrebbe sempre essere, anche e soprattutto nella nostra così caotica e critica era contemporanea). E’ un effetto assolutamente e autenticamente artistico, che legandosi poi alle numerose suggestioni di matrice estetica proprie dell’opera d’arte in senso “classico” e al carattere analitico di esse (ben tratteggiate da Serena Mormino nella presentazione dell’opera esposta a Venezia, QUI) contribuisce a fare del lavoro (appunto, termine che ora spero leggerete e comprenderete con un senso ben più ampio dell’usuale) e della produzione (idem) artistica di Francesco Lussana un’esperienza del tutto originale, come detto, e profondamente significativa nel panorama dell’arte contemporanea attuale.
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Cliccate QUI per conoscere ogni dettaglio su OPEN (e, se volete, per scaricare il comunicato stampa), oppure cliccate sull’immagine lì sopra per visitare il sito web di Francesco Lussana, così da trovare – se mai fosse necessario – ancora ulteriori ottimi motivi per conoscere la sua arte e visitare, se vi è possibile, la mostra di Venezia. Ve la consiglio caldamente, ça va sans dire!

Mark Lombardi, quando l’arte sa illuminare la parte più oscura e torbida della realtà

Da scrittore dotato di grande passione per la scrittura letteraria e per assimilabile grande passione verso l’arte contemporanea, sono da sempre molto interessato e affascinato da quelle forme d’arte che integrano in modo più o meno cospicuo il segno grafico con le parole scritte, ovvero con un testo che sia leggibile e che dunque palesi un determinato senso tematico/letterario.
Posto ciò, devo ammettere la colpa di non aver mai adeguatamente approfondito la conoscenza dell’opera di Mark Lombardi, artista concettuale americano che tuttavia definire in tal modo risulta parecchio limitante, se non per certi aspetti lombardi_photofuorviante. I suoi disegni, diagrammi ovvero infogrammi di precisione maniacale con i quali metteva in correlazione i poteri forti, le varie lobby politiche, economiche, industriali e finanziarie e vari settori delle classi dirigenti con la criminalità e il terrorismo internazionale di varia natura, formano delle figure perfette e armoniose, in tal modo dimostranti un’armonia grafica riconducibile alla matrice estetica dell’arte, ma nel contempo illustrando e illuminando la realtà – torbidissima e sovente spaventosa, inutile dirlo – di quei poteri dominanti, e di buona parte della realtà che da essi derivava e tutt’oggi deriva – in primis gli attentati dell’11 Settembre 2001, pochi giorni prima dei quali Lombardi morì d’una morte che in alcuni desta ancora Lombardi-bushbinladen_photopiù d’un sospetto – e della quale stiamo subendo le conseguenze planetarie, chissà ancora per quanto tempo (a proposito, tanto per dire: ingrandite la foto qui accanto, e meditate…)
Dicevo poco sopra che qualsiasi definizione si porvi ad usare per l’opera di Lombardi risulta facilmente fuorviante… Lombardi era una artista, ok, le cui opere tuttavia ben poche persone riconoscerebbero come “d’arte”, intendendo l’accezione classica ed estetica di questa definizione; però, come detto, i disegni prodotti sono talmente belli, nel segno grafico, che assurgono realmente al rango di arte contemporanea concettuale e minimalista. Ma, con la sua arte e con quanto rivela, Lombardi era pure un cronista sui generis, uno che veramente illuminava le realtà dei fatti in modo libero e indipendente: in effetti il testo utilizzato nelle sue opere è composto soltanto da nomi, date e pochi altri appunti funzionali al disegno raffigurato.
Tuttavia, al di là di qualsiasi definizione, etichetta o catalogazione pensabile, Mark Lombardi con la sua arte ha attuato come pochi altri il senso precipuo e fondamentale che da sempre le discipline artistiche devono e dovrebbero conseguire, ovvero la raffigurazione della realtà attraverso una matrice estetica e al contempo tematica ed espressiva che permetta a chi ne fruisce di riflettere su quanto raffigurato, di valutare, di considerare e magari di comprendere. L’arte non deve imporre una qualche idea o, peggio verità – sarebbe altrimenti mera propaganda, come quella utilizzata dai regimi – ma, appunto, deve offrire un punto di vista perspicace, penetrante, illuminante e se possibile alternativo su quella realtà. Deve agevolare la libertà di pensiero, insomma, esattamente come l’arte è manifestazione di libertà espressiva, in senso grafico e non solo. E Mark Lombardi, nei suoi lavori, lo ha saputo fare benissimo, peraltro mettendoci davanti agli occhi la potenziale verità sugli ultimi 30 anni almeno di geopolitica internazionale, su come ciò che ci è stato presentato e imposto come “bene” ma che sovente è l’esatto contrario, nonché – allo stesso modo – su certi “nemici dell’Occidente” che invece erano (e sono) amici, e pure fraterni…

Su Mark Lombardi in Italia c’è pochissimo materiale. Di recente RAI 5 – l’unico canale della televisione pubblica italiana degno di essere visto! – ha mandato in onda il documentario Mark Lombardi – Kunst und Konspiration realizzato dalla regista tedesca Mareike Wegener, il cui promo è questo:


Poi, per citare un paio di altre fonti utili su Lombardi, questo è l’articolo di Wikipedia (in inglese), mentre questo è il sito della Pierogi Gallery di Brooklyn, che ne detiene le opere (visibili in una interessante selezione). Ma, appunto, se avete una buona dimestichezza con la lingua inglese, potete trovare molti altri documenti interessanti, sul web: Mark Lombardi è un personaggio che merita assolutamente di essere conosciuto e apprezzato in tutto il suo grandissimo valore, e per quanto sappia aprirci occhi e mente sul nostro mondo contemporaneo.

Dixit & dixit! (Un “divertissement citazionistico-letterario a scopo ludico-istruttivo”, per quando fuori piove e non avete di meglio da fare in casa…)

Un simpatico giochetto per appassionati (o pazzi, vedete voi!) bibliografi: prendete una domanda a caso, cercate argomenti e temi inerenti ad essa ovvero le opinioni di chi su di essi abbia dissertato (inutile dire che Wikiquote è uno degli strumenti oggi più immediati, a tal proposito), concatenate le più interessanti ed illuminanti, cercando di (ri)generare un percorso espressivo il più possibile sintetico e condensato tanto quanto logico e compiuto, indi vedete che è saltato fuori. Una specie di (se mi passate la definizione) divertissement citazionistico-letterario a scopo ludico-istruttivo, ecco.
Potrebbe pure essere un simpatico e spiritoso sistema per fondere insieme diversi prestigiosi saperi – what-is-art_photoquelli di grandi personaggi del passato che si citano per sfruttarne l’influenza culturale (ma a volte anche solo per fare i sapientoni…) – pure se di senso opposto, così da aumentarne la potenza illuminante e ricavarne per sé stessi una visione (sul tema trattato, in forma di risposta alla domanda posta) lucida e profonda più che quella fornita da una “normale” ricerca bibliografica…
Eccovi un esempio al proposito. Domanda, la prima che mi viene in mente: cos’è l’arte?
Via!
Dunque, l’arte, come la teologia, è una frode ben confezionata (1), ma d’altro canto fra tutte le menzogne è ancora quella che mente di meno. (2) In tal senso l’illusione dell’arte è far credere che la letteratura sia rappresentazione della vita ma in realtà accade l’opposto (3): non a caso sovente l’arte rispecchia lo spettatore, non la vita (4), e infatti la vera arte è dove nessuno se lo aspetta, dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome. L’arte è soprattutto visione e la visione, molte volte, non ha nulla in comune con l’intelligenza né con la logica delle idee (5). Anzi, l’arte non nasce mai dalla felicità (6), al punto che non essere mai soddisfatti: l’arte è tutta qui. (7) E’ come un’attesa, come fosse la forma più alta della speranza (8), che in fondo non ci insegna nulla, salvo il significato della vita. (9) Dunque, alla fine l’arte vera non è quel che sembra, bensì l’effetto che ha su di noi viventi (10): è la frode più preziosa che abbiamo per ingannare il destino “ordinario” e volare più in alto di esso per esserne padrone, non schiavo. (11)

I personaggi citati:
1: Philip K. Dick
2: Gustave Flaubert
3: Françoise Sagan
4: Oscar Wilde
5: Jean Dubuffet
6: Chuck Palahniuk
7: Jules Renard
8: Gerhard Richter
9: Henry Miller
10: Roy Adzak

E infine, l’11 è lo scrivente, che con tale giochetto ha cercato di mettere in dialogo i suddetti personaggi, e dalla sua costruzione logica ha provato a ricavarne un “buon” senso conclusivo.
Se sono soddisfatto di esso? No, mai. Mai essere soddisfatti (vedi 7)!
E via, dunque, con un altro analogo divertissement…