L’1% che in montagna si intasca il 97% dei soldi pubblici

Nel corso della presente del report “Neve Diversa 2025” svoltasi a Milano il 13 marzo scorso, Massimo Fossati, vicepresidente di Anef e dirigente della ITB (la società che gestisce il comprensorio dei Piani di Bobbio, tra Lecco e Bergamo, e altri impianti in zona – peraltro persona che trovo apprezzabile ben più di altri impiantisti italiani) ha affermato che le stazioni sciistiche in Italia rappresentano solo l’1% delle località montane e le piste da sci occupano soltanto lo 0,03% della superficie totale del territorio italiano. Come a voler dire: ve la prendete così tanto con noi sulle questioni legate alla fruizione dei territori montani quando non rappresentiamo che una minima parte della montagna italiana.

Quello che afferma il vicepresidente Fossati è vero. Ma dunque perché l’1% delle località montane italiane si accaparra la stragrande maggioranza dei fondi pubblici destinati alle montagne?

Nel 2024 il Ministero del Turismo ha destinato 230 milioni di Euro agli impianti di risalita, per la grandissima parte al servizio dello sci, e 7 milioni 600 mila Euro per il turismo sostenibile. Dunque, dei 237,6 milioni di Euro complessivi stanziati dal Ministero, quasi il 97% sono andati agli impianti sciistici, quindi ai relativi comprensori turistici.

Per riassumere: l’1% delle località che si intasca il 97% dei fondi. Senza contare tutti gli altri finanziamenti, elargiti da soggetti pubblici diversi – le regioni in primis – con modalità similari.

Che dire?

Sicuramente gli impiantisti qualcosa direbbero: ad esempio che quell’1% di località produce un indotto di svariati miliardi – cosa che sostengono ad ogni occasione a loro utile.

Vero anche questo, ma lo è perché tutti quei soldi indirizzati da tempo al solo comparto turistico dello sci e alle località sciistiche impedisce di fatto al resto della montagna italiana di produrre indotto! Non vengono supportati non solo il turismo sostenibile ma pure le economie locali più o meno circolari non legate alla filiera turistica, lo sviluppo di imprenditorialità specifiche ai territori, il terziario avanzato locale nonché le infrastrutture a ciò strategiche oltre che, inutile dirlo, i servizi di base necessari alle comunità. È come se, avendo a disposizione dieci autovetture, si riservasse la gran parte del carburante solo a una di esse – che già è una fuoriserie, per giunta – e poche gocce alle altre e poi si osservasse che quelle altre nove non sanno andare forte e lontano come la fuoriserie. Ma che ragionamento è?

Probabilmente, se al posto di quella distribuzione di fondi pubblici così sperequata si elaborassero stanziamenti più equi, più sensati e maggiormente congrui rispetto alle specifiche dei territori, anche le località non sciistiche saprebbero produrre ben più PIL e indotto locali di quanto (non) sanno fare ora perché nella condizione di non poterlo fare!

Fosse per me scommetterei che, anzi, la montagna italiana non sciistica, se adeguatamente supportata dai fondi pubblici e da una politica veramente attenta ai bisogni e alle potenzialità dei territori in quota, di PIL e di indotto ne saprebbe produrre molti di più che l’industria dello sci, peraltro destinata a subire sempre più le conseguenze della crisi climatica, della situazione macroeconomica e delle scelte dei viaggiatori contemporanei, che la pratica dello sci la stanno viepiù abbandonando. Ma so bene che sarebbe una scommessa persa, ma non perché lo sia in sé: perché il gioco è truccato in partenza e lo è da fin troppo tempo.

Peccato che, posta tale situazione, chi sta veramente perdendo la propria scommessa con il futuro è innanzi tutto la montagna italiana e con essa le sue comunità.

Cosa fare con lo sci?

Lo sci, la sua industria turistica e la realtà montana attuale: che fare?

Da un lato lo sci rappresenta ancora un’economia importante per molte località se non quella preponderante, assicura posti di lavoro, genera indotto locale; dall’altro lato, sciare diventa sempre meno sostenibile sia dal punto di vista climatico-ambientale e sia da quello economico, il suo mercato è maturo e non cresce più, il suo sostentamento drena risorse pubbliche che nelle stesse località potrebbero essere impiegate in altri campi.

Poste tali evidenze, secondo voi quale atteggiamento in senso generale bisogna/bisognerebbe assumere nei confronti dell’industria dello sci?

Fatemi sapere le vostre libere e franche opinioni, qualsiasi esse siano: favorevoli, contrarie, dubbiose, propositive, radicali, risolutive…

Grazie di cuore da subito a chiunque lo farà!

Le “montagne” dello sci alpino, oggi

Lungo le piste da sci di una nota località delle Alpi Italiane, lunedì 18 dicembre 2023, 2050 m di quota.

Affollamento come in centro città all’ora di punta.
Musica a palla come in un disco bar della riviera romagnola.
Neve che si scioglie e gocciola dal tetto come fosse aprile.
Senza contare il costo dello skipass, quanto la paga di un’intera giornata di lavoro.

Questa è la realtà dello sci alpino contemporaneo. Che piaccia o meno.

«E le montagne?» vi chiederete. Non pervenute, almeno quelle vere.

P.S.: no, non è una critica, in senso generale, ma una mera constatazione di come stanno le cose. Si può essere d’accordo oppure no, ribadisco, ma di certo ritenere che questa sia “montagna” è quanto meno bizzarro, se non del tutto (o quasi) fuori luogo. Letteralmente, già.

Sciare è roba da ricchi (finché si potrà)

[Foto di Brigitte Werner da Pixabay.]
Una delle cose più palesi che emergono nell’analizzare l’industria turistica dello sci contemporanea, è che sia un comparto che in moltissimi casi si sta scavando la fossa da sé sotto i propri piedi e ciò pure al netto degli effetti del cambiamento climatico in corso. Una chiara prova di questa realtà è la lettura degli articoli sui media (come quello qui sotto, che ho intercettato grazie a “Gogna Blog”, il blog di Alessandro Gogna, che ne ha parlato; cliccate sull’immagine per leggerlo) i quali riferiscono dei continui aumenti che anno dopo anno subiscono i prezzi degli skipass, ben maggiori dell’aumento medio del costo della vita. Ma sono aumenti inevitabili, viste le spese crescenti che lo sci deve sostenere per sopravvivere (che siano ordinarie, come l’innevamento artificiale, o straordinarie come il rinnovo degli impianti di risalita), le quali possono essere coperte in due soli modi: da contributi pubblici – soluzione del tutto opinabile, peraltro – e dal ricavo della vendita degli skipass appunto.

Fino a qualche tempo fa si diceva ironicamente che una famiglia media con due o più figli, per passare una domenica con gli sci e calcolando tutto ciò che comporta – benzina, skipass, pranzi, magari il noleggio dell’attrezzatura o il maestro di sci, eccetera – avrebbe quasi fatto fuori uno stipendio mensile. Oggi quel tono ironico lo si può tranquillamente trasformare in un lamento sconfortato, visti i costi della stagione sciistica imminente. Tutto sta rincarando, lo sappiamo bene, ma in un comparto come quello dello sci questa circostanza genera effetti e ripercussioni ben più profonde che altrove.

Insomma, lo sci sta sempre più diventando un’attività ricreativa per ricchi: i gestori dei comprensori se ne rendono certamente conto – a meno che non siano totalmente alienati dalla realtà delle cose – ma, salvo pochissimi che hanno il coraggio di ammetterlo, tirano dritto verso l’implosione finale. Non possono fare altrimenti, d’altro canto, volendo mantenere il modello turistico del quale sono manifestazione: un modello nato mezzo secolo fa, in un altro mondo (soprattutto ben più regolarmente innevato di quello odierno), ormai obsoleto, distorto, insostenibile, sovente già fallito, in altri casi prossimo a fallire e comunque quasi ovunque tirato come un elastico sempre più fine e ormai prossimo al punto di rottura. Perché, inutile rimarcarlo, il pubblico di sciatori in grado di sostenere i prezzi attuali degli skipass non solo non è ampio ma si sta pure restringendo, posto il costo della vita che cresce per chiunque e screma di continuo quel pubblico, dunque non è affatto in grado di sostenere l’industria sciistica nella sua interezza. La quale non è nemmeno più in grado di garantire un rapporto qualità (del comprensorio di piste e impianti offerto al cliente)/prezzo equilibrato, il che inesorabilmente avvantaggerà i pochi comprensori capaci di farlo accentuando la scrematura del comparto. Un cane che si morde la coda e a breve finirà per divorarsela del tutto, in buona sostanza.

Chissà se i proclami riguardo l’offerta turistica variegata extra-sciistica e la destagionalizzazione potrà salvare le stazioni dalla sorte palesemente segnata: posto che spesso sembrano solo belle parole alle quali fanno seguito ben pochi fatti, e che quando questi fatti si palesino appaiono basati sullo stesso modello turistico in autodistruzione, forse è ormai già troppo tardi per salvarsi. Senza contare che il «forse» verrà definitivamente eliminato dal divenire della realtà climatica: per molte stazioni sciistiche stanno per partire i titoli di cosa, nei quali alcun ringraziamento sarà dovuto a chi le ha gestite negli ultimi anni. Severo ma giusto, come si dice in questi casi – ma lo scrivo senza alcuna ironia, anzi.