Proteste di… carattere!

Il #54 del magazine “Artribune” (nonché il sito, qui) ospita un interessantissimo articolo di Fabio Servolo dedicato ai font tipografici “di protesta”, ovvero a come l’efficacia della critica politica, sociale e culturale più o meno militante derivi anche dalla forma grafica con la quale può e deve essere manifestata, in una necessaria e quanto più potente espressione di coerenza – di pensiero e d’azione fin dalla scrittura, appunto – che, se ben eseguita, può essere veramente rivoluzionaria, riconferendo al pensiero e alla sua manifestazione scritta tutta la predominanza culturale (nel senso più ampio del termine) che compete loro.
Vi cito di seguito le prime righe dell’articolo, facendone un invito che vi porgo alla lettura dell’intero testo così interessante e intrigante, ribadisco.

[Il font Greta Grotesk elaborato dal designer newyorkese Tal Shub ispirandosi ai caratteri scritti sul celeberrimo cartello «Skolstrejk för klimatet» di Greta Thunberg. Fonte dell’immagine: “Artribune”, qui.]

La protesta non va solo pensata, va anche scritta. Il modo in cui le parole prendono forma deve trovare uniformità con l’ideologia che viene promossa. In assenza di aderenza fra contenuto e forma, tutto verrebbe a meno. E chi vuole scrivere un pensiero controcorrente è facile preda dei cacciatori di incoerenza. Scrivere la protesta è uno sforzo costante. Ambiente, politica, libertà individuale, femminismo. Non abbiamo ancora dato tutto, ma la direzione sembra essere quella giusta.
L’anno appena trascorso [2019. n.d.s.] è stato visivamente prolifico e dovrebbe senz’altro esserci di ispirazione per i prossimi dodici mesi. Chi si occupa di comunicazione, nello specifico chi si muove nel mondo della progettazione tipografica, ha avuto molte occasioni per farsi vivo.
Il disegno delle lettere richiede grande rigore, si tratta di individuare un modulo e ripeterlo con coerenza su tutto l’alfabeto. Ma questo schema ha bisogno di libertà poetiche. Se il type design è una disciplina fortemente progettuale, ci sono casi in cui diventa più simile a un atto romantico. Si preferisce raccontare una storia, prima di trovare la perfezione delle forme. In questi casi l’ispirazione può arrivare osservando un gesto, lontano dai manuali […]

Ogni libro ha il suo “carattere”… (Leo Longanesi dixit)

Gli scrittori si debbono dividere in due schiere: quella alla quale debbonsi stampare gli scritti in elzeviro, e quella alla quale debbonsi stampare in bodoniano. Se dovessi dirti a quale schiera farei appartenete diversi scrittori, mi troverei sinceramente imbarazzato, ma ti posso assicurare che ben pochi reggerebbero al Bodoni e molti si troverebbero a loro agio nell’elzeviro e ancora meglio nei caratteri meno austeri e perfetti. (…) Non bisogna mai che la bellezza dei caratteri, o per meglio dire della carta stampata, prenda la mano alla prosa che dentro vi si trova; ed io credo che il peggior servizio che si possa fare a uno scrittore, sia quello di stampargli un libro con un carattere che non sappia intonarsi allo scritto.

(Leo Longanesi, citato in Francesco Giubilei, Leo Longanesi, il borghese conservatore, Casa Editrice Odoya, Bologna, 2015, pag.132)

Leo_Longanesi_1956Ovvero: quando la scrittura, e la conseguente attività tipografica ed editoriale, era anche una questione estetica. E lo sarebbe ancora, ma mi pare che la cosa si sia piuttosto dimenticata, col tempo.
(Per la cronaca: questo è il carattere Elzeviro, e questo è il Bodoni.)