Opere letterarie immortali vs. pacche sul culo… (Joe R. Lansdale dixit #1)

Ogni volta che uno scrittore o una scrittrice si accinge al suo lavoro, dovrebbe farlo pensando che magari è l’ultima volta che gli sarà concesso di tenere la penna in mano, o che forse quella sarà l’unica sua opera destinata a raggiungere i posteri. Questa non è garanzia automatica di successo ma di sicuro è sempre meglio che schiaffare su carta la prima cosa che vi passa per la testa e spedirla in circolazione, come si dice, in brache di tela, al massimo con una semplice pacca sul culo e un augurio di buona fortuna.

(Joe R. Lansdale, introduzione a Altamente esplosivo, Fanucci Editore 2010, traduzione di Luca Conti, pag.11)

Chissà perché, ma ultimamente quella pacca sul culo citata da Lansdale mi pare piuttosto in voga, tra gli aspiranti scrittori…
(E a breve, qui nel blog, la recensione di Altamente esplosivo…)

Arto Paasilinna, “Le dieci donne del Cavaliere”

cop_lediecidonnedelcavaliereAvendo letto praticamente tutto quanto è stato pubblicato in Italia di Arto Paasilinna – probabilmente il più celebre e celebrato scrittore nordico contemporaneo nonché, per lo scrivente, tra i 5 più “ispiranti” – e avendone regolarmente scritto, per ciascuna di quelle letture, le relative recensioni, prima di affrontare questo romanzo ho temuto di correre il rischio di dover ripetere cose già scritte e affermate, su di lui e i suoi libri. Sarebbe peraltro quasi inevitabile non rimarcare nuovamente le evidenze fondamentali al riguardo, come il fatto che l’autore finnico sia in senso assoluto forse il più rappresentativo del peculiare stile letterario scandinavo (si intenda qui la Scandinavia nella sua versione “allargata”, dacché sovente i finlandesi, popolo assai fiero delle proprie origini e tipicità nazionali, non amano essere inclusi nell’accezione geografica comune di quel termine, o meglio amano rivendicare la propria “originalità” anche rispetto ai vicini/cugini nordici), come in esso fortuna e tragedia si possano fondere in tutta pacatezza e senza eccessi linguistici iperbolici da letteratura mainstream, o ancora come non manchi mai la presenza attiva, spesso da vera e propria protagonista, della Natura…
Tuttavia, in questo Le dieci donne del Cavaliere (Iperborea 2011, traduzione di Marcello Ganassini; orig. Kymmenen riivinrautaa, 2001), penultimo romanzo in ordine di tempo pubblicato in Italia, devo ammettere che Paasilinna ha saputo nuovamente offrirmi non pochi spunti di dissertazione e ciò fin dal principio, ovvero dalla primaria considerazione che Le dieci donne del Cavaliere presenta delle caratteristiche piuttosto inconsuete rispetto alla produzione “classica” dell’autore finnico…

Leggete la recensione completa di Le dieci donne del Cavaliere cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

La vita straordinaria di un “Tizio Tratanti”… Una mia intervista per ScrivendoVolo

E’ da ieri on line su ScrivendoVolo.com, il sito internet per gli amanti della scrittura e della lettura, la bella e articolata intervista dedicata al sottoscritto e ai due romanzi attualmente editi con protagonista il personaggio di Tizio Tratanti – ma non solo ad essi, visto che mi è stata data l’occasione anche di toccare molti altri argomenti, di carattere personale e generale.
Desidero ringraziare molto l’intera redazione di ScrivendoVolo – che peraltro non è solo un sito web ma anche una rivista letteraria on line, un servizio editoriale a disposizione di tutti gli autori (correzione bozze, editing, consulenza editoriale, schede di valutazione…) e un ufficio stampa per autori ed editori con l’obiettivo di promuovere e pubblicizzare i libri con un attento lavoro al riguardo; il tutto con il prezioso patrocinio di Historica Edizioni – e in particolare Daniele Dell’Orco, direttore editoriale di ScrivendoVolo e a sua volta scrittore.
Cliccate QUI per accedere direttamente all’intervista nel sito di ScrivendoVolo, mentre cliccando sulla copertina di La mia ragazza quasi perfetta, lì sopra, potrete conoscere ogni informazione utile sul romanzo e sul suo protagonista (il quale lo è pure di Cercasi la mia ragazza disperatamente, appunto…)

Di seguito un assaggio dell’intervista…

A giudicare dal nome del protagonista dei suoi romanzi, Tizio Tratanti, si potrebbe quasi pensare che questo personaggio parli, in realtà, di tutti noi. Ci spieghi questa scelta.

Cop_LMRQP_taglio2Sì, sotto molti aspetti è così, o per meglio dire: è il classico “uno a caso”, l’individuo ordinario pescato nella massa e che quindi di essa rappresenta la prima “immagine” statistica. In effetti chi e cosa è il personaggio “Tizio Tratanti” lo spiega bene il sottotitolo di “La mia ragazza quasi perfetta”: Vita straordinaria di un comune tizio tra tanti. Tizio è infatti un individuo assolutamente normale con una vita altrettanto ordinaria, al quale però accadono certe cose bizzarre, improbabili, surreali, apparentemente impossibili: cose straordinarie appunto, e che tale rendono pure la sua vita quotidiana. Ma cosa è “straordinario”, poi, nella vita di tutti i giorni? Spesso, lo sono quelle cose in fondo piccole, minime, a prima vista insignificanti, che tuttavia escono dai conformismi sui quali siamo portati a costruire la comune quotidianità, e che con questa loro minima eccezionalità possono anche rendere incredibile una vita altrimenti piatta e sciatta. Peccato che sovente, come accennato, non siamo più in grado di percepirle e apprezzarle, viceversa abbagliati da tanti altri elementi ritenuti “straordinari” per imposizione dall’alto ma che invece non rappresentano nulla di veramente importante, di veramente utile e virtuoso per il nostro vivere quotidiano, anzi: lo rendono ancora più conformato, dunque più piatto di quanto forse già è. Tizio Tratanti, invece, vuoi per proprio talento, vuoi soprattutto per il gioco delle coincidenze e delle probabilità, in tante di quelle piccole cose straordinarie vi ci si ritrova dentro, e tra le mille avventure che ne scaturiscono cerca di ricavarci qualcosa di buono, per sé stesso e per la sua quotidianità.

Continuate la lettura dell’intervista nel sito di ScrivendoVolo… E grazie per l’attenzione che vi dedicherete!

Ah, sì, il celebre scrittore di… boh! Ovvero: se gli autori sono noti al grande pubblico ma i loro libri no…

book_money_imageDa tempo, ovvero da quanto ho preso a bazzicare come parte attiva il mondo editoriale e letterario, rifletto su quella che mi è sempre parsa una stortura bella e buona di tale mondo: la notorietà popolare di un titolo edito e dello scrittore che ne è autore, e dunque il rapporto che intercorre tra questi due “valori”. Spiego meglio la questione: ho sempre pensato che sia un libro – la sua qualità, le sue doti letterarie, la sua notorietà, appunto – a dover conferire pari virtù al suo autore, e non viceversa; cioè, per esprimere lo stesso concetto con altre parole, che la conoscenza pubblica di uno scrittore debba necessariamente passare dalla conoscenza diffusa dei suoi libri: io conosco (ovvero riconosco come “affermato”) e apprezzo quel tal scrittore perché conosco e apprezzo uno o più libri che egli ha scritto. La stortura suddetta, invece, la rilevo quando avviene il contrario – come mi pare accade sempre più spesso, oggi: il pubblico sa citare nome e cognome di tantissimi scrittori affermati, ma non saprebbe citare nessuno dei titoli dei libri che hanno scritto. Come se la bontà di un’opera di letteratura perdesse tutta la propria valenza espressamente letteraria e abbandonasse l’elemento che ne dovrebbe essere fonte – il libro, appunto – per trasferirsi tutta sul suo autore e assumere una valenza del tutto superficiale e tipicamente di natura mediatica. In soldoni: scommetto che il grande pubblico sa perfettamente chi siano Camilleri, Ammaniti o Baricco – tre nomi contemporanei scelti a caso e secondo me apprezzabili, ma la casistica potrebbe essere infinita e pure atemporale – tuttavia quanti (dei non lettori-fan, ovviamente) saprebbero citare almeno un titolo di qualche loro libro? Ecco, io ho invece sempre pensato che, per quanto riguarda il riscontro popolare del lavoro di uno scrittore, dovrebbero essere ben più conosciuti e famosi i titoli dei suoi libri piuttosto che il nome/cognome dell’autore – se non, appunto, quando riconosciuto come tale per fama acquisita dal valore di quanto scritto: On the Road, un celebre libro di Jack Kerouac (dunque a sua volta celebre per induzione) insomma, piuttosto che “ah sì, Jack Kerouac, il celebre autore di quel famoso libro che parla di… di… Boh!” (Sperando poi che almeno si sappia che Kerouac fosse uno scrittore e scrisse quel famoso libro, e non lo si creda un ex giocatore di basket o un attore di film western degli anni ’50…)
Certamente su questa realtà pesa molto l’influenza dei media, come già accennato, e la loro superficializzazione d’ogni cosa, oggetto o persona, spesso legata ad una spettacolarizzazione forzata e artificiosa a meri fini di audience. In TV, soprattutto, quando si parla (le rarissime volte che avviene e in orari “umani”, voglio dire…) di libri in verità si parla dei loro autori, e se l’autore non è televisivamente vendibile, ovvero non offre qualcosa con cui costruirne un “personaggio”, difficilmente troverà spazio, e i suoi libri tanto peggio. In un modo o nell’altro, il valore letterario proprio di un’opera scritta ed edita viene messo da parte, ignorato o represso: mica si può mettere in piedi un talk show televisivo ospitando dei libri, non vi pare?!? Ma nel principio lo stesso discorso lo si può tranquillamente sostenere per qualsiasi media nazional-popolare, sia chiaro, televisivo, cartaceo, on line o che altro, e il pericolo è che si inneschi un meccanismo di pseudo-conoscenza iper-superficiale in base al quale la cognizione diffusa del panorama letterario si fermi ai soli nomi di chi ne fa parte e non vada oltre, a ciò che veramente e inevitabilmente lo crea e compone – i libri, certo. Sarebbe come ritenersi conoscitori della storia delle missioni spaziali solo perché si conosce il nome degli astronauti più famosi – quelli degli allunaggi durante le missioni Apollo, ad esempio!
Attenzione: non sto dicendo che in ciò sia insito un sorta di tremendo e infamante peccato originale, o che questa sia una cosa deprecabile e debellabile. In verità la mia è una riflessione piuttosto banale e all’apparenza scontata, in fondo, eppure capace di rivelare in un modo alternativo la notevole superficialità della quale è fatta oggetto la “buona” letteratura dal grande pubblico – che invece non ha problemi a ricordarsi i titoli di certi libri-spazzatura da milioni di copie, imposti con battage pubblicitari da lavaggio del cervello per meri fini commerciali, giammai cultural-letterari! In questo casi gli autori non contano nulla, fors’anche perché definirli “autori” è termine esagerato se non fuori luogo…
Fatto sta che proprio di recente un caso editoriale del quale la stampa ha dato notizia pare confermare il cop_libro-rowlingsenso delle suddette mie riflessioni: J.K.Rowling, la celeberrima (e miliardaria) autrice della saga di Harry Potter, ha pubblicato un libro – un giallo, per la precisione – intitolato The cuckoo’s calling con lo pseudonimo di Robert Galbraith. Risultato – a quanto riportano le cronache: 1.500 copie vendute. Roba che a momenti un esordiente vende di più. Poi, salta fuori che quel tal Robert Galbraith è in realtà la Rowling, appunto. Risultato: vendite decuplicate. E ciò a prescindere dalla bontà letteraria dell’opera in questione, come vi apparirà chiaro. Fatemelo dire fuori dai denti: scrivesse merda, la potrebbe vendere e alla grande per il solo suo nome – e, ribadisco, quello della Rowling è solo l’esempio più fresco che ho avuto a disposizione e per questo ho citato: non ho assolutamente nulla contro di lei, anzi, giù il cappello al successo che ha ottenuto col suo celebre maghetto occhialuto! Ma, insomma, capirete bene che, in tali questioni, il libro non conta praticamente nulla: diviene come uno di quei capi alla moda orribili e dal valore estetico pari a zero eppure agognato da tanti solo perché firmato da questo o da quell’altro celebre stilista…
Lo ammetto ancora: la riflessione in sé è probabilmente banale, eppure non riesco a non ricavarne quella vivida sensazione di stortura, di qualcosa che va nel verso sbagliato, di un’evidenza – l’ennesima – tipica del panorama editoriale e letterario che tuttavia con i libri e la letteratura mi pare centri assai poco.

L’essere umano? Solo la creazione di un gran pasticcione! (Arto Paasilinna dixit)

Bisbigliando nell’oscurità della hall, si domandarono se Dio fosse soddisfatto del settore umano della sua creazione che, nel corso della storia, era riuscito a fare così tanto male. I vizi erano legione: gelosia, invidia, violenza, guerre… difficile credere che avesse veramente creato l’uomo a sua immagine e somiglianza.
Secondo Rauno Rämekorpi era evidente che nella programmazione del prodotto doveva esserci un difetto di base fin dall’ideazione. Se avessero affidato a lui l’incarico della messa in opera avrebbe buttato via cop_lediecidonnedelcavaliere_bordoil prototipo prima ancora del collaudo. L’uomo era intrinsecamente obsoleto, inefficiente e poco pratico con quelle due gambe e il corpo glabro. La testa era troppo vulnerabile e le mani maldestre. Kirsti lo pregò di non essere blasfemo, ma ormai il Cavaliere era lanciato. La parte riuscita peggio è il cervello. L’uomo era senz’altro più intelligente dell’ippopotamo, ma anche dopo il processo produttivo continuava a essere avido, depravato, crudele e furbo, insomma un pessimo elemento. Rauno Rämekorpi riteneva che un Dio che aveva fatto un così pessimo lavoro non meritava tutta quella devozione.
Rauno: Non c’è da estasiarsi tanto davanti alla grandiosità di Nostro Signore… è un gran pasticcione!
Aggiunse che se un inventore del genere fosse venuto a candidarsi per un posto da ingegnere agli uffici di Tikkurila e avesse presentato l’uomo come pezzo forte del suo curriculum, non avrebbe mai trovato lavoro. E meno male che Dio non si è messo a produrre pompe. Il sistema idraulico cederebbe alla prima prova di resistenza e la corrosione delle parti metalliche lo renderebbe in breve tempo inutilizzabile. Per non parlare delle cabine di lusso concepite dall’Onnipotente, somiglierebbero sicuramente a tane di orsi: ecologiche, certo, ma chi ci vorrebbe passare le sue vacanze da sogno?

(Arto Paasilinna, Le dieci donne del Cavaliere, Iperborea 2011, traduzione di Marcello Ganassini, pag.124-125)

Razionalismo agnostico in salsa finnica, ironico tanto quanto ben più saggio di infinite altre “profonde” (?!) elucubrazioni di diverso segno, teologico o no… (E a breve, qui nel blog, la recensione del romanzo in questione!)