Perché il nostro futuro dipende da biblioteche, dalla lettura e dal sognare ad occhi aperti… (Neil Gaiman dixit)

In questi giorni sto leggendo un romanzo del quale uno degli autori è Neil Gaiman, senza dubbio tra i più noti scrittori britannici contemporanei. Mi è per questo tornato in mente di aver letto, qualche tempo fa, un suo lungo articolo – originariamente parte del testo di una conferenza tenuta a Londra il 14 Ottobre dello scorso anno e poi uscito sul quotidiano inglese The Guardian – veramente molto interessante e sentito, fin dal titolo: “Perché il nostro futuro dipende da biblioteche, dalla lettura e dal sognare ad occhi aperti”, il quale in verità riassume fin troppo sbrigativamente i molti argomenti trattati in esso da Gaiman. Partendo da un’appassionata analisi dell’importanza della lettura presso i più giovani (cosa scontata ma mai troppo, vista anche la realtà dei fatti), l’autore britannico giunge ad illuminare l’altrettanto importante ruolo del lettore adulto nell’essere esempio e guida, in veste di genitore, per i bambini ma pure per l’intera società, che solo attraverso la maggior diffusione della cultura si può e si potrà definire sempre più avanzata, finendo per sostenere l’indispensabile presenza delle biblioteche nelle nostre città quali autentici baluardi culturali e luoghi in cui trovare quelle stesse atmosfere magiche che solo i libri (e ben più che la TV, come spiega Gaiman) sanno donare.
Una dissertazione, insomma, da leggere con attenzione e sulla quale meditare: nella sua (in fondo) schietta semplicità risulta parecchio lucida e assolutamente programmatica.
Di seguito riporto alcuni significativi estratti del testo, che può essere letto nella versione originale dal sito del Guardian QUI, e ottimamente tradotto in italiano da Valentina Nicoletti QUI, dal blog letterario Dusty Pages in Wonderland.

Gli adulti possono facilmente distruggere l’amore di un bambino per la lettura – non scoraggiate i bambini dal leggere, solo perché pensate che stanno leggendo la cosa sbagliata. Per i bambini non esistono né la lettura sbagliata, né la cattiva narrativa.

La narrativa ha due funzioni. In primo luogo, è un vera e propria droga alla lettura. La necessità di sapere cosa succede dopo, il bisogno di voltare pagina, l’esigenza di andare avanti, anche se ciò che leggiamo ci appare difficile, perché qualcuno è in difficoltà e bisogna sapere come tutto andrà a finire… è una vera e propria droga. Poi ti costringe a imparare nuove parole, a pensare nuovi pensieri per andare avanti, per scoprire che la lettura di per sé è piacevole. Una volta imparato questo, siete sulla buona strada per leggere di tutto.

E la seconda cosa che la narrativa produce è la costruzione dell’empatia. Quando si guarda la TV o un film, si osservano cose che accadono ad altre persone. La prosa narrativa è qualcosa che si costruisce attraverso la combinazione di 26 lettere e una manciata di segni di punteggiatura e voi,  solo voi, usando la vostra immaginazione, create un mondo e la gente che lo abita, in modo che possiate guardare attraverso altri occhi. Si arriva a sentire cose, visitare luoghi e mondi che altrimenti non avreste mai conosciuto. Si impara che anche il resto delle persone là fuori è un “io”. Ci si comporta come qualcun altro, e quando si torna al proprio mondo, si procede in modo che questo si trasformi leggermente.

La narrativa è in grado di mostrare un mondo diverso, trasporta in un luogo in cui non si è mai stati. Una volta che hai visitato altri mondi, come quelli in cui si mangia frutta fatata, non si può mai essere del tutto a proprio agio con il mondo nel quale si è cresciuti, e il malcontento è una buona cosa: le persone scontente possono modificare e migliorare i loro mondi, li vivono meglio e li rendono diversi.

Un altro modo per distruggere l’amore di un bambino per la lettura, ovviamente, è quello di assicurarsi che non ci siano libri di ogni genere in giro e non dare loro un posto dove leggere quei libri. Io sono stato fortunato, avevo un ottimo locale biblioteca da piccolo. Ho avuto quel tipo di genitori che potevano essere persuasi ad accompagnarmi biblioteca sulla strada per andare a lavoro durante vacanze estive, e il tipo di bibliotecari ai quali non importava che un piccolo ragazzo non accompagnato tornasse in biblioteca ogni mattina per sbirciare nelle schede del catalogo per bambini alla ricerca di libri con fantasmi, magia, razzi spaziali, oppure vampiri, investigatori, streghe e altre meraviglie.

Le biblioteche sono sinonimo di libertà, libertà di leggere, libertà di idee, libertà di comunicazione. Creano l’educazione (che non è un processo che termina il giorno in cui lasciamo la scuola o università), intrattenimento, creazione di spazi sicuri e facile accesso alle informazioni.

L’alfabetizzazione è più importante che in passato in questo mondo di testo ed e-mail, un mondo di informazioni scritte. Abbiamo bisogno di leggere e scrivere, abbiamo bisogno di cittadini globali che possano leggere comodamente, comprendere ciò che stanno leggendo, capire le sfumature e farsi capire.

Abbiamo l’obbligo di leggere per piacere, in privato e in luoghi pubblici. Se leggiamo per piacere, se gli altri ci vedono leggere, allora impariamo, esercitiamo la nostra immaginazione. Mostriamo agli altri che la lettura è una buona cosa.

Abbiamo (noi scrittori, n.d.s.) l’obbligo di dire ai nostri politici quello che vogliamo, di votare contro i politici di qualsiasi partito che non capiscono il valore della lettura nella creazione di cittadini meritevoli, che non vogliono agire per preservare e proteggere le conoscenze e favorire l’alfabetizzazione. Questa non è una questione di politica di partito. Questa è una questione di umanità comune.

Le “parole” sono le ancelle d’una Circe bagasciona (Carlo Emilio Gadda dixit)

Una difficilissima elaborazione e costruzione morale fatta di incredibili sforzi e autoinibizioni individuali e puri e leganti entusiasmi, darà una più perfetta socialità di quella in che siamo oggi immersi. […] Una lentissima costruzione morale, una grande cultura, una chiara visione di infiniti problemi tecnici, sociali, igienici, economici, morali, fisiologici, ecc., una calda passione per l’ordine e per il benessere generale e soprattutto una volontà tenace ed eroica potrà avviarci a una migliore socialità. Le parole non bastano e sdraiarsi nel comodo letto della vanità ciarliera è come farsi smidollare da una cupa e sonnolenta meretrice. Le ‘parole’ sono le ancelle d’una Circe bagasciona, e tramutano in bestia chi si lascia affascinare dal loro tintinno.

(Carlo Emilio Gadda, Meditazione milanese, 1a ed. a cura di G.C. Roscioni, Torino, Einaudi, 1974.)

Gadda, il quale – inutile dirlo – fu uno dei maggiori geni letterari del Novecento italiano, cercò anche di fornire alla propria scrittura e alla lettura di essa una base di natura filosofico-teoretica, la quale tuttavia ebbe una genesi piuttosto travagliata, con diverse versioni mai portate a termine. Quello che poi è divenuto il testo reperibile (con difficoltà, a dire il vero) in libreria uscì postumo, e non è altro che la messa su carta stampata delle annotazioni appuntate nei suoi quaderni circa i temi sui quali rifletteva nel mentre che scriveva i suoi romanzi. Una Meditazione milanese che non è di sicuro il primo testo di Gadda che viene in mente di leggere, ma nella sua particolarità è senza dubbio un’opera che aiuta molto a comprendere come scriveva il grande autore milanese, cosa scriveva e perché scriveva in quel modo.

La “crudele” verità sugli italiani e i libri, nelle sagaci vignette di Cruel

Cruel, alias Carlo Crudele, è un disegnatore salernitano attivo dal 2008, che spesso dedica qualcuna delle sue sagaci vignette ai libri, alla lettura e allo stato (desolante) di essa dalle nostre (desolanti) parti. Ve ne presento qui un paio in assaggio, mentre per scoprirne altre e conoscere meglio Cruel – se già non lo “trovate” in giro per giornali o TV – potete visitare la sua pagina facebook oppure il suo blog.

Cruel_1

Se il gergo non fa altro che istupidire la gente (Tom Robbins dixit #2)

Tra gli uomini, l’incapacità di percepire correttamente la realtà è spesso responsabile di comportamenti anomali. Ogni volta che alla parola capace di descrivere accuratamente un’emozione o una situazione si sostituisce un termine gergale, sciatto e multiuso, si pregiudica il proprio orientamento nella realtà e ci si spinge sempre più lontano dalla riva sulle acque caliginose dell’alienazione e della confusione.
La parola “forte”, per esempio, ha una connotazione ben precisa. “Forte” significa “gagliardo, robusto, resistente”. Come parola, è uno strumento prezioso per descrivere una persona, un attrezzo, un tessuto. Quando però viene applicata in modo generico e inappropriato, come nell’uso gergale, non fa che oscurare la vera natura della cosa o della sensazione che dovrebbe rappresentare. Si trasforma in una parola-spugna, dalla quale si possono strizzare significati a secchiate, senza mai sapere quali sono quelli giusti. Quando una persona dice che un film è “forte”, non ti dà il minimo elemento per capire se la storia è divertente, tragica, avvincente o romantica; se la fotografia è splendida, la recitazione sentita, la sceneggiatura intelligente, la regia magistrale, o se piuttosto la protagonista aveva una scollatura per la quale varrebbe la pena di morire. Il gergo possiede un’economia e un’immediatezza che possono senz’altro avere le loro attrattive, ma svalutano l’esperienza standardizzandola e offuscandola, frapponendosi tra l’umanità e il mondo reale come un… un velo. Il gergo non fa altro che istupidire la gente, punto e basta, e la stupidità alla fine genera la follia.

(Tom Robbins, Coscine di Pollo, B.C.Dalai Editore 2010, traduzione di Bernardo Draghi, pag.82-83.)

Una piccola ma intensa lezioncina di semantica in perfetto Tom Robbins style. Che mi trova perfettamente concorde, dacché la generale scarsa attenzione al senso e al significato delle parole, e la conseguente perdita di ricchezza linguistica, è un’altra deleteria sconfitta della nostra società contemporanea.
E a breve, qui nel blog, la recensione del romanzo sopra citato.

“Il futuro è un letto ad acqua a tre piazze” (Tom Robbins dixit)

Le informazioni a proposito del concetto di tempo non possono essere impartite in maniera semplice e diretta. Come pezzi di mobilia, per farle passare dalla porta bisogna inclinarle e ribaltarle. Se il passato è un buffet di quercia le cui zampe debbono essere svitate e i cassetti estratti prima che, così modificato, possa essere appoggiato sul fianco nell’atrio della nostra mente, allora il futuro è un letto ad acqua a tre piazze che difficilmente ha qualche possibilità, soprattutto dovendolo portare in ascensore.
I miliardi di persone che insistono nel percepire il tempo come un incessante perseguimento del futuro, continuano a comprare letti ad acqua che non riusciranno mai a procedere oltre la veranda o l’ingresso di casa. E se la missione dell’uomo consiste nel risiedere nella pienezza del presente, allora non c’è più posto per i letti ad acqua, comunque vadano le cose, nemmeno avendo la possibilità di calarli attraverso un lucernario.

(Tom Robbins, Coscine di Pollo, B.C.Dalai Editore 2010, traduzione di Bernardo Draghi, pag.362.)

Tom Robbins, uno dei pochi autori di letteratura in circolazione, oggi, capaci di dire cose che pochi dicono in un modo che pochi sanno ugualmente utilizzare. Uno che alle dita ha otto anelli molto appariscenti “perché 23 non posso metterli“. Un pazzo, sotto certi aspetti – ma sapete, a volte la pazzia è soltanto il modo con cui la gente incapace di capire chiama la genialità.
E a breve, qui nel blog, la recensione del romanzo sopra citato.