Wonder Nonna (Un racconto inedito)

(P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà presto parte di una raccolta mooooolto particolare (a cominciare dalla brevità dei testi contenuti, come noterete), di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e a breve potrete saperne di più…)

Ogni mattina il compito affidato alla solerte e fredda badante era lo stesso, tempo permettendo: accompagnare sul balcone l’anziana donna, ormai quasi inferma, sistemarla sulla sedia imbottita di cuscini, metterle uno scialle sulle spalle e lasciarle un plaid lì accanto, nel caso il clima lo richiedesse. Tutti i giorni così, ed era stata proprio l’anziana donna a ordinarle ciò: di lassù, dal quarto piano del condominio nel quale abitava, aveva di fronte lo stesso panorama che mirava dalla casa in cui era nata, un tempo posta sul viale adiacente al condominio e poi abbattuta per fare posto a nuovi edifici. La cittadina si era ovviamente ingrandita con gli anni, ma il profilo delle colline a occidente, i boschi e il fiume sottostante erano in fondo sempre quelli: una veduta che la donna gradiva sempre, una delle rare cose che ancora, a quel punto della sua lunga e intensa vita, le faceva provare una dolce emozione.
Anche quella mattina, dal balcone, stava rimirando il paesaggio, la via sottostante, la piazza, anch’essa tutto sommato uguale a tanti anni fa nonostante i nuovi palazzi. Il rumore semmai era diverso, parecchio aumentato – le orecchie le aveva ancora buone, lei: un rumore fastidioso, però quei colpi secchi giù in strada li sentì nitidamente, e le urla, e il sibilo lancinante dell’allarme. Si sporse un poco di più, vide l’auto nera zigzagare tra le altre, accelerare, superare il semaforo sebbene fosse rosso e allontanarsi sempre più. Non poteva vedere la parte della via sottostante al condominio ma sentiva molte voci confuse, concitate, turbate, e altre grida, e pianti. Pensò che anche questo era diverso, oggi, rispetto a un tempo, quando abitava nella casa dall’altra parte della via. Cose così non accadevano una volta, lì.
No, non accadevano affatto.
L’auto nera in fuga stava ormai quasi scomparendo in fondo al rettilineo, ma la distinse ancora. La vecchia donna picchettò le dita per qualche istante sulla ringhiera del balcone, e una tremenda esplosione scosse il quartiere, laggiù sulla via. L’auto nera si distingueva, ora, perché avvolta da altissime fiamme. La donna sospirò.
Poco dopo giunse a trovarla la figlia: sentito il trambusto, voleva accertarsi che a lei nulla fosse accaduto. C’era anche il nipotino, con indosso una sorta di costume da Superman; in effetti erano i giorni del Carnevale, quelli. Come sempre il bambino le saltò al collo, festante.
“Guarda, nonna! Sono Superman, io! Ma anche tu, anche tu sei un’eroa… Sei… Wonder Nonna, sìììì!” disse ridanciano.
Ecco: quell’infantile, divertente ilarità era forse l’unica altra cosa che la faceva emozionare, alla sua veneranda età.

ON / OFF (Un racconto inedito)

(P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà presto parte di una raccolta mooooolto particolare (a cominciare dalla brevità dei testi contenuti, come noterete), di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e a breve potrete saperne di più…)

Dio camminava nervosamente avanti e indietro per il fenomenale vuoto infinito, visibilmente preso da crucci gravi e inquietanti. Davanti a lui, sospesa nel traboccante nulla, roteava la Terra, o almeno quello che pareva in tutto e per tutto un realistico modello in scala – se così si può dire, vista la totale assenza di riferimenti di grandezza, lì. Appena sotto vi era una sorta di enorme libro le cui pagine svoltavano appena Dio prendeva a contemplarle; su quelle dispari il testo era contrassegnato da un simbolo misterioso ma che qualsiasi assennato istinto dell’Universo avrebbe collegato ad un determinato concetto di “male”, su quelle pari la stessa cosa con un altro simbolo, legato ad un antitetico concetto di “bene”. Infine, due pulsanti, l’uno di colore rosso, l’altro di colore verde, con due ulteriori segni che, per lo stesso principio, chiunque avrebbe ritenuto rappresentazioni dei termini “morte” e “vita”.
“Maledetti, maledetti e maledetti!” imprecò Dio bloccandosi di colpo e gesticolando animatamente. “Guarda lì, roba da matti! Pagine e pagine di orrori spaventosi da sempre, e senza che vi siano segnali di un ravvedimento! E di contro? Sì, qualcosa di bello, di ben fatto ma, guarda lì… nulla più che poche, misere paginette!” Sbuffò rumorosamente. “Che devo fare, insomma?! Mi tocca cancellare un pianeta così meraviglioso solo perché dominato da una razza di imbecilli?” sbottò quasi con furia guardando i due grossi pulsanti, poi si rimise a camminare avanti e indietro, ancor più nervosamente di prima e al punto, ad un tratto, da scivolare e quasi cadere, salvandosi solo abbrancando d’istinto il pulsante rosso e sostenendosi ad esso, ma rischiando a momenti di premerlo.
“Porca… Per un soffio!” bisbigliò. Poi, tuonò ben più decisamente: “Mikael! Maledizione, quante volte ti ho detto di non passare in questo modo la cera, qui da me!”. Dal nulla apparve una forma umana alata emanante una luce soffusa ma decisa. “Scusa, capo!”
“Uff!”
“Ehm…”
“Beh, c’è qualcos’altro che devi dirmi?”
“Ecco… Mi permetto di… Ho ascoltato le tue parole, poco fa… E’ vero, la Terra meriterebbe d’essere finita, tuttavia ti rammento che, se eliminassi gli umani, anche tu… Svaniresti, ecco.”
Dio parve colpito dalle parole del suo sottoposto. “Già, hai ragione, accidenti! Uhm… Beh, a pensarci bene, la punizione peggiore per quegli scellerati è forse proprio quella di lasciarli fare… Sì, giusto. E che subiscano gli effetti delle loro stupide azioni, ecco! Amen!”
E fu così che, detto questo, Dio parve un poco più sollevato.

Routine (Un racconto inedito)

(P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà presto parte di una raccolta mooooolto particolare (a cominciare dalla loro brevità, come noterete), di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e a breve potrete saperne di più…)

Per motivi che qui, ora, verrebbe troppo lungo spiegare, il cinquantaduenne Gregor B., sposato con due figli, entro ventiquattrore sarebbe morto. E la cosa era certa, niente di probabile o ipotetico: no, inevitabile e ineluttabile, al punto che, a parte l’ovvio sconcerto, a Gregor non venne nemmeno di disperarsi. In fondo non sarebbe servito a nulla, stante l’inesorabile realtà dei fatti.
Avrebbe dovuto avvisare la moglie e i due figli – erano entrambi già grandi, il trauma non sarebbe stato così tremendo, forse. Però aveva pure quell’importantissima riunione in ufficio – per questo si era alzato molto prima del solito e ancora dormivano tutti, a casa – e i suoi capi erano settimane che raccomandavano, a lui e ai colleghi, la buona riuscita di essa. In tutta sincerità, sentirsi responsa-bile di un eventuale fallimento solo perché avrebbe dovuto arrivare lì e dire a tutti, “ehi, ragazzi, sospendete tutto, tanto entro domani sarò morto!” gli chiudeva lo stomaco. Beh, poco male per un imminente defunto! – penserete voi; d’altro canto la diligenza sul lavoro era da sempre un suo vanto e sempre lo sarebbe stato, se lo ripeteva di continuo. Semmai avrebbe parlato a casa al ritorno, di tutto quanto. Prese l’auto e s’infilò nel caotico traffico mattutino.
Lungo la strada si ricordò della partita a tennis di giovedì sera con Fred. Beh, avrebbe dovuto disdire la prenotazione del campo… Però telefonare a Fred in quel momento significava dovergli spiegare tutta la situazione, e chissà quante domande gli avrebbe fatto, l’amico. Sarebbe di sicuro arrivato tardi in ufficio. Quindi…
Oh, la spia della riserva! Doveva far benzina, altrimenti… Gli venne da sorridere, seppur amaramente: a cosa serviva fare rifornimento, ormai? Vide in fondo al viale l’insegna di una stazione di servizio. Beh, forse alla moglie l’auto sarebbe servita, si disse. E per causa sua, probabilmente. Svoltò a destra e si fermò alla pompa.
La riunione in ufficio andò benissimo, vennero firmati i contratti per due nuove grosse commesse. I suoi capi furono così contenti del risultato che prospettarono a Gregor qualche giorno-premio di ferie, magari già la prossima settimana. Avrebbe dovuto dir loro del suo destino incipiente? Forse sì… Ma accidenti, era la prima volta che sul lavoro si meritava un tale premio! Sarebbe stato come schiaffeggiare la fortuna, rovinando quel piccolo momento di gloria.
Ringraziò, concluse la giornata lavorativa e tornò a casa, non prima però di essere passato dal lavasecco per ritirare le sue camicie, come richiesto dalla moglie. “Anche se non le potrò indossare in nessuna vacanza, mai più!” pensò parcheggiando l’auto in garage con la consueta attenzione.

Lucerna, un confortevole salotto arredato con gusto… (E un invito a seguirmi, lì!)

(…) Ogni volta che giungo in questa città di luce e di scintillii, di bagliori e di stupori, sento quasi un’urgenza spirituale di divenirne parte della sua più intima essenza. Cammino lentamente lungo la riva sinistra della Reuss, scorro lo sguardo sulle facciate dei palazzi che, sulla riva opposta, affrescano l’orizzonte prossimo come su una tela impressionistica dai vivacissimi colori. La corrente è impetuosa, il lago spinge fuori da sé l’acqua con possanza, schiumante tra rapide vigorose, compressa tra gli argini sopra i quali le placide passeggiate della gente sembrano soavi traiettorie di fragili farfalle sopra una furiosa tempesta – ma appena le risacche placano il flusso, ci si meraviglia di quanto verde e trasparente sia quest’acqua cittadina – e potabile, suppongo, come d’altronde accade altrove qui in Svizzera.
Poco a valle c’è lo Spreuerbrücke, uno dei due ponti in legno che scavalcano il fiume, e quello ancora originale (dell’altro, il Kapellbrücke, e della sua storia, vi racconto a breve). Mi piace penetrare nel centro storico di Lucerna da quella parte e non dall’altra, dove usualmente i bus scaricano le comitive di turisti. Vi entro da qui perché ho la vivida impressione di entrare in una dimora antica e nobile che da subito si rivela accogliente, ospitale, confortevole. Un salotto arredato con gusto, certamente prezioso ma non sfarzoso, nel quale ci si sente a proprio agio, compartecipanti alla sua finezza, allo charme.
Vie pedonali strette che scorrono tra antichi palazzi dalle facciate affrescate spesso fantasiosamente come tele d’un discepolo elvetico di Bosch, le quali di colpo divengono ancora più strette, più intime, e d’un tratto si frantumano in altre viuzze, vicoli e vicoletti che donano l’impressione di trovarsi in un labirinto urbano. Ma basta girare l’angolo per ritrovarsi all’improvviso in una deliziosa piazzetta circondata da ulteriori nuove tele-facciate e agghindata da una tipica ed elaborata fontana in pietra, piccoli slarghi che mi allargano parecchio l’animo e lo abbracciano affettuosamente, instillandomi un senso di protezione serena, quieta. (…)

Luzern, “Luce-rna”, ovvero “città della luce”. Un nome che più azzeccato non potrebbe essere, e voglio cercare di dimostrarvelo nel modo più chiaro e, mi auguro, affascinante possibile, accompagnandovi per le sue strade, le piazze, i ponti, tra i palazzi e le torri, tra i luccichii delle acque del lago e quelle nivali sulle vette montuose che coronano il panorama cittadino.
E vi ci accompagnerò presto, molto presto…
Continuate a seguire il blog (o arrivateci, qui, dai social network) e a breve ne saprete di più.

Luzern-night-photo

Opere letterarie immortali vs. pacche sul culo… (Joe R. Lansdale dixit #1)

Ogni volta che uno scrittore o una scrittrice si accinge al suo lavoro, dovrebbe farlo pensando che magari è l’ultima volta che gli sarà concesso di tenere la penna in mano, o che forse quella sarà l’unica sua opera destinata a raggiungere i posteri. Questa non è garanzia automatica di successo ma di sicuro è sempre meglio che schiaffare su carta la prima cosa che vi passa per la testa e spedirla in circolazione, come si dice, in brache di tela, al massimo con una semplice pacca sul culo e un augurio di buona fortuna.

(Joe R. Lansdale, introduzione a Altamente esplosivo, Fanucci Editore 2010, traduzione di Luca Conti, pag.11)

Chissà perché, ma ultimamente quella pacca sul culo citata da Lansdale mi pare piuttosto in voga, tra gli aspiranti scrittori…
(E a breve, qui nel blog, la recensione di Altamente esplosivo…)