l’Italia e i “ritardi” sul PNRR. O forse no.

La questione dei ritardi sui progetti finanziati dai fondi europei facenti capo al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che da qualche giorno è emersa sugli organi di informazione (cliccate sull’immagine qui sopra per leggere uno dei tanti articoli al riguardo), appare come l’ennesima manifestazione del cronico deprecabile modus operandi della politica italiana, frutto di un mix di incapacità, incompetenza, superficialità, menefreghismo, quando non di vera e propria cialtronaggine, che da lustri caratterizza bipartisanamente l’operato della classe politica nostrana, i cui rappresentanti attuali non sono che i discepoli di numerosi precedenti pessimi maestri – il che, sia chiaro, non li esime dalle conseguenti responsabilità, anzi.

Ecco, verrebbe da pensare tutto ciò, nel leggere quelle notizie e i dettagli di alcuni dei ritardi segnalati.

E se invece l’italico modus operandi consueto fosse “strategico”, fatto apposta per svicolare da obblighi, vincoli, responsabilità altrimenti inderogabili? Se di “ritardi” veri e propri non si trattasse ma fosse una altrettanto solita, bieca furbata all’italiana?

È un pensiero conseguente al primo, quest’altro, che sorge nel leggere altre notizie, ad esempio questa relativa ad altre “grandi opere” in programma di questi tempi:

Uhm… non vi fa venire in mente nulla, a proposito di modus operandi?

Vi aiuto io, con un altro caso recente:

E infatti già qualcun altro ben più titolato di me ha formulato lo stesso pensiero:

Bene: ora, se leggerete, sentirete o vedrete qualche politico italiano che dice cose al riguardo, accampa scuse, si straccia le vesti, fa lo scaricabarile o promette prodigi, mi auguro che vi prenderete qualche attimo di riflessione in più per cogliere il senso reale delle sue parole.

A pensar male si fa peccato ma si indovina spesso, rimarca la nota frase pronunciata da Pio XI e resa celebre da Giulio Andreotti. Che per analizzare questioni del genere è comunque un modus operandi – anzi, modus cogitandi individuale sempre utile, questo sì.

I soldi del PNRR, o la scoperta dell’acqua calda

Così scrivevo qui sul blog più di un anno fa, nel luglio 2021:

Certo che, a leggere e ascoltare dai media “d’informazione” (virgolette inevitabili) tutti gli interventi, le azioni, le opere, i provvedimenti, i progetti che fanno (farebbero) parte del cosiddetto PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e saranno (sarebbero) finanziati con i soldi del Recovery Fund europeo, o Next generation EU che dir si voglia, con tot miliardi qui, tot miliardi là, tot miliardi sopra e tot miliardi sotto, mi si fa vivida la sensazione che, a metter dentro tutto quanto, non solo non bastino i 191,5 miliardi concessi dalla UE all’Italia ma nemmeno il doppio e tanto meno il triplo o il decuplo. []

Ed ecco che martedì 29 è uscita la notizia sottostante, in questo caso ripresa da “Open” (cliccateci sopra per leggerla):

Bene, ora fate come me: prendete una pentola, riempitela di acqua, mettetela sul fornello e, quando bolle, metteteci dentro la mano. Poi, urliamo tutti insieme: EHI, MA SCOTTA! CHE SCOPERTA INCREDIBILE!

Eh, proprio “incredibile”, già.

“Rilanciare” i borghi italiani… alle ortiche!

[Il borgo semiabbandonato di Savogno, nella Val Bregaglia italiana, provincia di Sondrio.]

Borghi, così li chiama il Governo italiano nel suo Piano Nazionale Ripresa e Resilienza, per brevità chiamato PNRR. Borghi che sono numeri anziché progetti, che sono fondi da spendere anziché comunità, che sono bandi da vincere invece di competenze da attivare, che sono mete turistiche in divenire e non luoghi dell’abitare. […]
Siamo al limite tra due orientamenti definitivi, da un lato una chiamata generale all’azione e dall’altro una gara tra paesi – isolati, spopolati, depressi e privi di servizi essenziali – che si contendono le risorse (50mila euro ognuno) come le vesti di Cristo, mentre si continua a parlare di imprese culturali e si applica alle aree interne un linguaggio aziendalista che poco o nulla ha a che fare con la rigenerazione degli spazi e la riattivazione delle comunità, con processi – lunghi e complessi – che hanno una finalità legata alla stessa esistenza dei cosiddetti luoghi marginali.
Li vedremo trasformati si, magari in resort per curiosi altospendenti e co-working per nomadi digitali che non vedono l’ora di tornare nella metropoli in cui sono andati a vivere dopo aver lasciato il borgo natio. Questa non è una strategia, è una risposta all’emergenza e basta.
Dal Piano Nazionale Borghi scompare la rete – l’associazione tra Comuni – e scompaiono anche gli abitanti in favore dei turisti, scompare la realtà e trionfa la rappresentazione. Mentre si cerca di mettere insieme quel sapere migliore – rappresentato da professionisti – che, a quanto pare, è valido da proporre soltanto per convegni in pixel. Un modello culturale a dir poco semplificato che si impone in barba a qualsiasi processo partecipativo, persino a quello su cui si fonda la Strategia Nazionale Aree Interne.

Sono alcuni passaggi di un articolo di Marta Fioretti intitolato Rilanciare i borghi italiani? Un miliardo e nessun Piano, secondo il Ministero della Cultura basta valorizzarne 20 per risolvere la crisi delle aree interne e pubblicato su ortìcalab.it, nel quale è ben riassunta la situazione di tali interventi di “rilancio” delle aree interne italiane, quelle dei borghi storici, gioielli di cultura ma troppo spesso trascurati. E la trascuratezza nasce in primis dalla politica e dalla forma mentis obsoleta e distorta con la quale si mettono in campo presunti piani di rinascita che, come scrive bene Fioretti nell’articolo, del “piano” – cioè del progetto, della strategia, della visione a lungo termine, dell’«insieme di regole prestabilite per condurre a termine un compito» (clic) – non hanno nulla, ma rappresentano solo un’accozzaglia di indicazioni – spesso confuse e contradditorie – per spendere qualche finanziamento pubblico le quali peraltro, a volte, sembrano scritte apposta per favorire certi e sfavorire cert’altri – lo asserisco per diretta esperienza personale, la stessa che mi ha fatto decidere di non partecipare più a tali sconclusionati piani pubblici e ai relativi bandi.

La chiusura dell’articolo di ortìcalab.it è altrettanto perfetto, descrivendo una situazione che in concreto:

È il totale scollamento delle strutture ministeriali rispetto ai territori e alle amministrazioni pubbliche che si ritroveranno a gestire i fondi europei del PNRR e – probabilmente – anche a difendere le conquiste raggiunte insieme alle associazioni, ai giovani abitanti, agli agricoltori, agli allevatori, ai produttori che hanno consentito fino a qui la salvaguardia di un paesaggio, la tutela di un patrimonio e la sopravvivenza delle energie di una comunità.
L’esperimento che dovrebbe trainare la rinascita di centinaia di borghi si riduce ad un approccio vecchio e superato dalle pratiche della contemporaneità.

No, questa al momento non è la strada da percorrere: molto meglio quella dell’iniziativa privata, che avrà pure i suoi rischi e le sue ipocrisie ma, se ben progettata, strutturata e condotta, è l’unica che in Italia può conseguire risultati benefici e virtuosi per i territori di competenza e, soprattutto, per le comunità che le abitano. Per quanto riguarda la politica, invece, e rispetto a tali situazioni, mi vengono in mente quelle celebri parole di Thoreau dalla Disobbedienza Civile:

Il governo migliore è quello che non governa affatto.

Perché almeno così non farà danni, certo.

Recovery (senza) fund

Certo che, a leggere e ascoltare dai media “d’informazione” (virgolette inevitabili) tutti gli interventi, le azioni, le opere, i provvedimenti, i progetti che fanno (farebbero) parte del cosiddetto PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e saranno (sarebbero) finanziati con i soldi del Recovery Fund europeo, o Next generation EU che dir si voglia, con tot miliardi qui, tot miliardi là, tot miliardi sopra e tot miliardi sotto, mi si fa vivida la sensazione che, a metter dentro tutto quanto, non solo non bastino i 191,5 miliardi concessi dalla UE all’Italia ma nemmeno il doppio e tanto meno il triplo o il decuplo. Che a momenti manca solo di sentire che verranno finanziati pure un ponte autostradale tra Civitavecchia e Olbia, la fornitura di pietre filosofali a tutti i cittadini maggiorenni e magari pure l’ampliamento e l’ammodernamento del tunnel tra il Gran Sasso e il CERN di Ginevra, e poi le avranno dette tutte!