Luca Locati Luciani, “Crisco Disco”

Crisco-Disco_copPer uno come il sottoscritto, cresciuto fin dall’adolescenza in una cultura musicale quasi del tutto rock, della disco music e del periodo nella quale divenne uno dei generi più ascoltati sul pianeta conservavo soprattutto una conoscenza basata su semplici luoghi comuni – John Travolta e La febbre del sabato sera, i Bee Gees, la fama quasi mitologica dello Studio 54, Donna Summer e via dicendo… Ancor meno, per quanto appena detto, mi veniva di correlare la genesi e l’evoluzione del genere disco, con tutti i suoi annessi e connessi, ad una parallela evoluzione della cultura GLBT, nonostante alcune evidenze assolutamente mainstream – i Village People, per dirne una. A tracciare invece un quadro veramente esaustivo della questione, dal suo principio fino all’inizio degli anni ’90 è Luca Locati Luciani in Crisco Disco. Disco Music & clubbing gay negli anni ’70-’80, edito nel 2013 da VoloLibero, un corposo saggio (letto quale “testo di studio” per la personale partecipazione ad una futura trasmissione radio nazionale sul periodo) che va ben oltre la sua primaria natura, all’apparenza soprattutto musicologica, per disquisire sulla questione anche da punti di vista più universalmente culturali e finanche sociologici…

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Rex Stout, “Nero Wolfe apre la porta al delitto”

cop_nero-wolfe-apre-la-porta-al-delittoQuando personaggi d’invenzione letteraria, con tutto il bagaglio vario e assortito di caratteristiche che li identifica, diventano protagonisti di cicli molto lunghi nel tempo, tendono per così dire a uscire dal tempo stesso, fissando una sorta di modello il cui iniziale successo di pubblico fissa in un certo modo e ne sancisce la necessaria ripetitività. Per intenderci, uno Sherlock Holmes che si è abituati a vedere in azione nelle vie e tra i palazzi della Londra di fine Ottocento/inizio Novecento, stonerebbe non poco se lo si leggesse impegnato nello scoprire un sospetto sul web, ad esempio, o facendo altro di così contemporaneo e così avulso dal personaggio classico e dalla sua abituale scenografia. Di contro, bisogna però considerare che, se pure il personaggio può restare ancorato alla propria iconografia standard, per il piacere dei suoi fans letterari, il suo autore il tempo lo percorre inesorabilmente, e inevitabilmente venendone in qualche modo influenzato.
Un qualcosa del genere l’ho notato in Nero Wolfe apre la porta al delitto (Mondadori, 2007, traduzione di Laura Grimaldi; titolo originale A Family Affair, 1975), romanzo che Rex Stout pubblicò nell’anno della sua dipartita da questo mondo ovvero quasi mezzo secolo dopo le prime avventure del “suo” celeberrimo investigatore privato, uscite nel 1934 – e sarà, questo romanzo, anche l’ultimo con Wolfe come protagonista…

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P.S.: nell’immagine in testa al post, il Nero Wolfe certamente più celebre in Italia, quello della serie TV in onda tra il 1969 e il 1971 con Tino Buazzelli.

Rex Stout, “Colpo di genio”

cop_colpodigenioScommetto che a un gran appassionato del mangiare e del bere bene come Nero Wolfe, un’espressione come nella botte piccola c’è il vino buono sarebbe senz’altro piaciuta. E’ quella che in effetti mi viene da usare per questo romanzo breve di Rex Stout, Colpo di genio (Mondadori, traduzione di Laura Grimaldi), che veramente sembra un assaggio piccolo ma gustoso d’un piatto d’alta cucina, o di un pregiato vino. E viene da soffermarmi su argomenti culinari dacché anche Colpo di genio lo ha come sfondo: questa volta per il fatto che Nero Wolfe e l’inseparabile aiutante Archie Goodwin vengono invitati alla cena di una sorta di club di ricconi, per la quale farà da cuoco Fritz Brenner, lo chef personale di Wolfe, e i cui piatti saranno serviti da dodici ragazze agghindate da vestali dell’antica Grecia, come vuole la tradizione del club. Durante tale cena, e sotto gli occhi di tutti i presenti, uno degli invitati viene avvelenato, morendo poco dopo…

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MIART 2013: priMI ARTicolati passi verso un futuro migliore…

C’era parecchia attesa, e relative cospicue aspettative, sull’edizione appena conclusa di MIART, la fiera d’arte moderna e contemporanea di Milano quest’anno messa nelle mani di Vincenzo De Bellis dopo la parecchio deludente edizione 2012 e una storia passata che non ha quasi mai saputo essere degna della piazza meneghina: inutile dire che la metropoli Milano, città centrale nel sistema dell’arte italiano e non solo, priva di una propria almeno “buona” fiera del settore, è sempre parsa a molti una cosa non accettabile – come possedere un bellissimo aereo ma non un adeguato aeroporto sul quale farlo atterrare, ecco. Ciò, ovviamente, saltando a piè pari tutte le solite varie discussioni sul senso e valore delle fiere d’arte, sulla loro utilità o futilità, su che l’esserci significhi far parte del sistema dell’arte odierno oppure dimostrarsi di esso ostaggio eccetera, eccetera, eccetera…
Beh, per quanto ho potuto vedere e trarre, dico da subito che Vincenzo De Bellis credo sia riuscito a rimettere MIART sulla strada giusta. Non era semplice, e non solo per una questione di progetto e di lavoro da realizzare in concreto ma pure di immagine, non poco offuscata dalle discutibili edizioni miart2013_logopassate, appunto. Presenti le solite gallerie “senatrici” del mercato italiano, nettamente aumentate quelle provenienti dall’estero – alle quali pare siano state riservate condizioni di favore, il che ha fatto storcere il naso a qualcuno: dare spazio alle gallerie straniere per “aprire” e internazionalizzare il mercato italiano – oltre che per dare un lustro più cosmopolita all’evento fieristico, ça va sans dire! – non comporta di contro il sbarrare la strada a molte meritorie gallerie italiane che avrebbero potuto e voluto essere presenti? Questione che d’altro canto riporta alle prima citate discussioni generali sulle fiere d’arte: una fiera italiana – qualsiasi essa sia – deve essere soprattutto una vetrina per le gallerie italiane oppure, di contro, deve rappresentare un palcoscenico per quelle estere molte delle quali altrimenti non saprebbero come presentarsi al pubblico nostrano?
Sia quel che sia, il nuovo corso debellisiano ha certamente contribuito a rinfrescare le proposte che ho visto nei vari stand, con una maggiore presenza di arte contemporanea “effettiva” più che di opere già storicizzate – le quali continuo a non capire granché cosa ci facciano in un evento comunque “popolare” come una fiera del genere… Posso capire qualche pezzo di “rappresentanza”, ma interi stand dedicati a opere che, io penso, a mai nessuno o quasi verrebbe in mente di acquistare nella confusione di una fiera d’arte piuttosto che nella tranquilla riservatezza della galleria, mi sembrano spazio rubato a proposte invece più meritorie di una presentazione in tale contesto, di luogo e di pubblico, senza con ciò deprimere il senso della presenza della galleria stessa… – e una migliore disposizione degli espositori, grazie anche all’introduzione di sezioni diversificate identificanti le varie proposte – sistema già in uso da tempo altrove e dunque già dimostratosi efficace. Da notare la sempre importante e cospicua presenza del media fotografico – ormai quasi fondamentale nell’arte contemporanea – con viceversa la pittura buona solo in rari casi e semmai confermante il suo stato piuttosto comatoso, mentre altrettanto numerose le installazioni, propriamente dette (ovvio, non monumentali!) ovvero ibride, a metà strada tra installazione e scultura, insomma; il video è presente ma sempre come media di nicchia, si affaccia timidamente il fumetto e invece sembrano ancora del tutto assenti o quasi certe nuove espressioni artistiche che invece altrove stanno già riscontrando notevoli consensi di critica e di mercato – la street art, ad esempio, oppure certa altra arte legata alle nuove tecnologie, digitali o meno.
Nel complesso, insomma, e con tutti i distinguo del caso, le proposte che le gallerie hanno presentato in fiera mi pare si siano rivelate spesso interessanti, in alcuni casi notevoli come d’altronde in altri ignobili – ma certamente nella massa eterogenea di una fiera è normale che si possa trovare l’eccelso come il pessimo: in fondo, è sempre il de gustibus che trionfa… – anzi, no, ma che dico: magari fosse solo quello! In verità è ben più la pecunia che trionfa, e basti constatare certe quotazioni esagerate di opere quanto meno discutibili eppure, con i giusti appoggi (trad.: “raccomandazioni”, già!), presentate e imposte come ovvie dal gallerista di turno… Nota di merito alle gallerie berlinesi presenti: si dice che la capitale tedesca non sia più l’ombelico del mondo dell’arte maggiormente avanguardista e innovativa come qualche anno fa, tuttavia mi sembra si sappia difendere ancora bene.
Per concludere: molti sostenevano (a ragione) che fare peggio della scorsa e delle precedenti edizioni era quasi impossibile, fatto sta che il MIART 2013 firmato Vincenzo De Bellis non avrà certamente dissolto come neve al Sole tutto la patina di perplessità accumulatasi nel tempo sulla superficie della fiera milanese ma, ribadisco, mi sembra che abbia mosso i primi buoni e articolati passi sulla via giusta e verso un futuro senza dubbio migliore. Tale considerazione positiva l’ho potuta evincere non solo da quanto ho detto finora e dalla buona affluenza di pubblico durante l’intero orario di apertura (fate conto che sto facendo riferimento alla giornata di domenica 7) ma pure, devo dire, in una diversa e più positiva – o meno deprimente! – atmosfera che si respirava tra gli stand rispetto già ad un anno fa… Tutto ciò, sia chiaro, non decreta il successo “concreto” di un evento come il MIART – nel quale e grazie al quale se i galleristi non vendono sarebbe comunque da considerarsi viceversa fallimentare, pure con i padiglioni della fiera traboccanti di gente! – ma, almeno, aiuta a ricostruire l’immagine di un evento del quale Milano necessita sicuramente, e che ora può finalmente guardare con qualche buona certezza in più verso il futuro, nella speranza che De Bellis (il quale, forte del suo contratto triennale, ha dunque ancora due edizioni da curare) possa far fruttare nel migliore modo possibile il lavoro iniziato – senza nessuno che giunga a infilargli il classico (in Italia) bastone tra le ruote…