Mark Twain, “Storia di doppi e doppiette”

cop_Storia-di-doppi-e-doppietteErnest Hemingway, che non abbisogna certo di presentazioni e il quale di letteratura americana è indubbio che fosse un profondo conoscitore, disse di Samuel Langhorne Clemens, universalmente noto come Mark Twain: “Tutta la letteratura americana moderna statunitense viene da un libro di Mark Twain, Huckleberry Finn.” A me verrebbe da spingermi ancora oltre, affermando che Twain fu uno scrittore fondamentale per l’intera letteratura mondiale del Novecento, per come seppe rendere intrisa di innumerevoli e fortissime peculiarità letterarie l’intera sua produzione, dai più brevi racconti fino ai celeberrimi romanzi. Del suo stile inimitabile, creativo, frizzante, sagace, sovente ribollente e caustico e sempre affascinante è ottimo esempio Storia di doppi e doppiette (Robin Edizioni 2008, 1a ediz. Biblioteca del Vascello 1992, a (ottima!) cura di Salvatore Marano: orig. A Double-Barrelled Detective Story, 1902), sorta di racconto lungo – o romanzo breve – che fu tra le ultime opere “compiute” del grande scrittore americano, in un periodo della sua vita – gli ultimi 10/12 anni, appunto – contraddistinto da momenti di profonda depressione, causata anche dal dissesto delle finanze personali dovuto ad alcune iniziative editoriale intraprese e rivelatesi fallimentari. Nonostante tali problemi, Storia di doppi e doppiette dimostra però benissimo l’assoluta lucidità e vivacità intellettuale e creativa che Twain mantenne pure in quegli ultimi anni, costruendo una storia particolarissima, ricca di sorprese, di improvvise giravolte narrative, di teatrali colpi di scena…

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E se domani mattina sparissero di colpo editori, libri e librerie? Sicuri che ci sarebbe una rivolta popolare?

Prendo spunto da un articolo del sempre illuminante Christian Caliandro, intitolato Contemporaneo, patrimonio, stupidità e apparso sul numero 13 della rivista d’arte Artribune, nel quale l’autore propone una interessante provocazione:

Proviamo a immaginare uno scenario: cosa accadrebbe se una mattina, contemporaneamente, scomparissero dall’Italia tutti i musei, le biblioteche, le librerie, le gallerie? Poco o nulla, con ogni probabilità. A parte gli immancabili appelli di intellettuali infuriati, e le proteste di minoranze probe e coscienziose, la maggior parte degli italiani quasi non se ne accorgerebbe, o commenterebbe facendo spallucce.

Ora focalizziamo e approfondiamo tale provocazione sul comparto editoriale, supponendo che, appunto, da domani mattina spariscano editori e librerie, dunque svanisca la possibilità di leggere libri. Cosa potrebbe accadere, secondo voi? Sommosse, rivoluzioni, proteste tumultuose contro le classi dirigenti che avranno permesso ciò senza fare nulla di concreto? Forse di primo acchito verrebbe da Christian-Caliandro_imagerispondere: ma certo, accadrà senza dubbio qualcosa del genere! Personalmente, invece, temo che accadrebbe quanto Caliandro ipotizza nel brano sopra riportato del suo articolo: sì, ovviamente qualche protesta anche pubblica ci sarebbe, nelle piazze, fuori dalle serrande abbassate di qualche libreria o magari pure davanti a qualche ministero… Ma quanta gente ci sarebbe, secondo voi, a protestare? Una folla oceanica? Oppure una minoranza proba e coscienziosa la quale, naturalmente, essendo composta da lettori probabilmente forti e dunque di presumibile cultura e relativo alto senso civico, non arriverebbe mai a mettere in atto proteste particolarmente veementi e di matrice sovversiva, se non per via dei soliti “antagonisti” infiltrati. Di certo la loro protesta sarebbe ben più civile e ragionata di quella che verrebbe messa in atto da chissà quanti facinorosi nel caso (sempre ipotetico/fantascientifico, ovvio) che domani mattina venisse abolito il calcio con tutti i suoi annessi e connessi.
Posto ciò, viene da chiedermi una conseguente domanda, che vi propongo in considerazione di come il libro e la letteratura – dunque il comparto editoriale – sia il principale e più popolare segno di “cultura” diffuso nella nostra società: cosa siamo disposti veramente a fare, per difendere la cultura? Ovvero, per porre la stessa questione da un punto di vista complementare: la cultura va difesa a ogni costo, certamente, ma per chi e per quanti la si deve difendere?
La cultura – e, appunto, la lettura di libri, il primario esercizio culturale che noi tutti si possa mettere in atto, come dicevo poc’anzi – è fondamentale per ogni civiltà che si voglia definire realmente tale; di contro, nella nostra epoca contemporanea ricca di difetti e storture, è la domanda che regola l’offerta di un bene, e se non c’è la prima inevitabilmente la seconda diviene non sostenibile. Bene (anzi, male!), con la crisi profonda che attanaglia la nostra società, e che risulta particolarmente dura per il comparto editoriale, da anni in costante calo di vendite e di fatturati – o, se preferite, in costante aumento di debiti – è tanto spaventoso quanto realistico sostenere che, oggi, se il mercato dell’editoria svanisse domani mattina, il danno economico generale non sarebbe affatto grave – e forse è anche per questo che la politica ormai da anni non muove un dito per sostenere l’editoria e il settore culturale in genere, piuttosto configurandosi spesso come un elemento repressore degli stessi (basti cop_laciviltadellospettacolopensare ai costanti ed efferati tagli di fondi!) Non solo: come ha ben sostenuto Mario Vargas Llosa nel suo recente La civiltà dello spettacolo (Einaudi 2013; qui una bella recensione di Francesco Giubilei dal sito di ScrivendoVolo), buona parte dei libri editi che oggi vendono di più e che quindi contribuiscono maggiormente alla sopravvivenza dei principali editori sono quelli che in verità “letteratura” nel senso più alto e virtuoso del termine non lo sono affatto, ma che sono invece mero intrattenimento. Rappresentano “una letteratura che senza il minimo imbarazzo si propone prima di tutto e soprattutto (quasi esclusivamente) di divertire”, in buona sostanza riproponendo sulla carta stampata e rilegata gli stessi meccanismi di facile intrattenimento che soprattutto la TV ha imposto universalmente negli ultimi decenni. Continua Vargas Llosa: “La cultura in cui siamo immersi non favorisce, anzi scoraggia, gli sforzi strenui destinati a culminare in opere che pretendono dal lettore una concentrazione intellettuale. […] I lettori di oggi vogliono libri facili, che li intrattengano, e questo tipo di domanda esercita una pressione che diventa un potente incentivo per i creatori”. Cosa significa tutto ciò? Molto semplice: che nel caso domani mattina sparissero editori e librerie, la maggior parte del pubblico che legge libri (che è quella parte che ne legge ben pochi all’anno, a volte solo uno, come dimostrano bene le statistiche) in fondo potrebbe facilmente sostituirli con qualcos’ altro che possa garantire un simile intrattenimento, visto che alla fine di tutto è questo lo scopo al quale anche molta letteratura si è disgraziatamente piegata. Tuttavia, se il libro decide di mettersi sullo stesso piano dell’immagine – televisiva o cinematografica – in verità firma la propria condanna a morte, dacché mai un media che richiede inevitabilmente uno sforzo mentale (anche minimo) per la propria comprensione e assimilazione potrà competere con quei suddetti media che, grazie all’immagine e ancor più grazie alle strategie di comunicazione visiva messe in atto al giorno d’oggi (ormai del tutto al servizio di contenuti di infimo livello, come saprete bene) offrono tutto bell’e pronto al pubblico fruitore senza bisogno di alcun altro sforzo, anzi, con appagamento ludico ben più immediato e intenso.
Dunque, per tornare a quelle due domande che ho posto poco sopra: cosa faremmo se dovessero sparire i libri e la letteratura? E in quanti saremmo ad agire, a fare qualcosa? Inoltre – aggiungo – con la realtà dei fatti oggi constatabile, saremmo veramente in grado di fare qualcosa? Oppure noi operatori e appassionati dei libri e della lettura siamo sempre più una minoranza le cui eventuali grida di protesta si confonderebbero con lo sbraitare futile e cacofonico che intasa l’etere nostrano?
Forse, sarebbe il caso di lasciare confinata all’ambito fantascientifico/catastrofista un’ipotesi del genere tuttavia riflettendoci sopra per bene, ovvero dovremmo ricominciare e da subito a comprendere appieno quanto la cultura sia fondamentale per la società civile, e quanto anche il semplice gesto del leggere un libro rappresenti un mattone che, se sommato a infiniti altri, è in grado di costruire la più solida e resistente struttura civica sulla quale un paese può e deve sperare di poggiarsi e così di progredire continuamente. Non a caso – lo ribadisco ogni volta che posso – i libri sono sempre stati come fumo negli occhi di tutti i regimi antidemocratici e dittatoriali, per un semplice motivo: fanno pensare. E il pensiero è sinonimo di libertà, sempre, Quindi, o ci facciamo definitivamente assoggettare a un intrattenimento sempre meno intelligente ovvero sempre più imbambolante e rincretinente, oppure continuiamo a restare individui liberi. Per quanto mi riguarda, la domanda nemmeno si pone, ergo compio per l’ennesima volta un gesto rivoluzionario: me ne vado in libreria!

In lode e gloria del racconto (Joe R. Lansdale dixit #2)

Scrivere romanzi mi piace, ma non ho mai nascosto di preferire i racconti. Intanto perché mi consentono di sperimentare a volontà. Certo, coi romanzi tento di fare lo stesso, ma è nei racconti che posso spaziare come e quanto desidero. Le opportunità sono maggiori, così come il tempo necessario a scriverne uno è di gran lunga inferiore a quello di un romanzo, anche se dal punto di vista economico sono le grandi dimensioni a fornire un miglior rapporto tempo/benefici, cosa che dalle mie parti è molto apprezzata.
Ciò detto, non è che i racconti siano più facili da scrivere per via della loro brevità e del minor dispendio di tempo. Qualcuno – non ricordo chi – ha sostenuto a ragion veduta che un romanzo costituisce la scappatoia più conveniente per scrivere un racconto.
Niente mi attizza di più di una bella raccolta di racconti, e se c’è una cosa che mi ha sempre stupito, dato l’impatto che il lavoro e gli impegni familiari esercitano oggi giorno sulle nostre vite, è come il racconto non sia diventato il genere letterario più diffuso, invece di quei mallopponi capacissimi di schiantare un bue, se gli cadono addosso. Sulla carta, per come la vedo io, non dovrebbe esserci niente di più piacevole della comoda lettura di un buon racconto, anche soltanto uno al giorno, piuttosto che essere costretti ad aspettare le vacanze estive o un viaggio in aereo per spararsi, una o due volte l’anno, un romanzo di ragguardevole stazza.
Data la mia professione, immagino che ogni anno potrei farmi fuori senza grossi problemi un non esiguo numero di romanzi e raccolte di racconti; ma se amate la lettura, e il fattore tempo ha la sua fondamentale importanza, perché non dovreste prendere in considerazione il racconto invece del romanzo?
A casa mia, negli Stati Uniti, parrebbe in atto una certa rinascita del racconto, ma in confronto alla popolarità del romanzo si tratta ancora di un fenomeno di scarso rilievo. Però è anche vero che il sottoscritto non ha ancora capito bene come funziona il forno a microonde…

(Joe R. Lansdale, introduzione a Altamente esplosivo, Fanucci Editore 2010, traduzione di Luca Conti, pagg.9-10)

Un efficace e ovviamente prestigioso assenso – anche se indiretto – da parte del celebre (e celebrato) scrittore americano al mio post sulla stessa questione di qualche tempo fa…
(E a breve, qui nel blog, la recensione di Altamente esplosivo…)

Irvine Welsh, “Ecstasy”

cop_Welsh-ecstasy“Violento, incalzante, cupo, irridente”: basterebbero questi quattro epiteti del collega Nick Hornby per descrivere in modo già abbastanza chiaro Irvine Welsh; se si aggiungesse pure “scurrile” la chiarezza diverrebbe pressoché completa… L’autore dell’ormai “generazionale” Trainspotting raccoglie in questo Ecstasy (TEA 1999, traduzione di Mario Biondi) tre romanzi brevi (o racconti lunghi – la diatriba è sempre aperta: oltre quale numero di pagina avviene la mutazione da racconto a romanzo?…) nei quali, come è facilmente intuibile, la droga più estasiante che ci sia la fa’ da padrone, conducendo la vita e le vicende di quella “solita” parte oscura della società contemporanea della quale Welsh si è fatto cantore, tra rave parties, violenza giovanile, hooligans calcistici, perversioni sessuali assortite e quant’altro possa tracciare i confini di un (apparente) vero e proprio inferno, nel quale i condannati a starci ci stanno ben volentieri e, anzi, una tale “condanna” se la sono cercata e ne vanno fieri…

Leggete la recensione completa di Ecstasy cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Opere letterarie immortali vs. pacche sul culo… (Joe R. Lansdale dixit #1)

Ogni volta che uno scrittore o una scrittrice si accinge al suo lavoro, dovrebbe farlo pensando che magari è l’ultima volta che gli sarà concesso di tenere la penna in mano, o che forse quella sarà l’unica sua opera destinata a raggiungere i posteri. Questa non è garanzia automatica di successo ma di sicuro è sempre meglio che schiaffare su carta la prima cosa che vi passa per la testa e spedirla in circolazione, come si dice, in brache di tela, al massimo con una semplice pacca sul culo e un augurio di buona fortuna.

(Joe R. Lansdale, introduzione a Altamente esplosivo, Fanucci Editore 2010, traduzione di Luca Conti, pag.11)

Chissà perché, ma ultimamente quella pacca sul culo citata da Lansdale mi pare piuttosto in voga, tra gli aspiranti scrittori…
(E a breve, qui nel blog, la recensione di Altamente esplosivo…)