Uno strano modo (ma forse nemmeno tanto) di fare le previsioni del tempo in montagna

[Immagine tratta da www.myswitzerland.com.]
Un tempo, per scherzare e senza sapere nulla di ciò che state per leggere, sostenevo di saper prevedere il tempo fiutando l’aria, in particolar modo l’arrivo della pioggia. Ancor prima, da bambino, avevo trascritto su un quadernetto le nozioni di “meteorologia naturale” che leggevo nei libri o mi avevano raccontato: la forma delle nubi, il moto delle corolle dei fiori, il comportamento degli uccelli e dei ragni, eccetera.

Oggi, che rimarco spesso la mia scars(issim)a considerazione nei confronti dei servizi meteorologici mainstream i quali pontificano previsioni del tempo in TV e sui social che poi si rivelano inaffidabili (oltre che irrazionali, come quelle con cui si vorrebbe prevedere il “tempo della prossima estate” settimane prima solo per far notizia, quando non si riesce nemmeno a prevederlo nelle 24 ore), scopro che in una appartata e poco nota valle svizzera, la Muotathal nel Canton Svitto, esiste la tradizione dei Wetterschmöcker, letteralmente «i fiutatori del tempo», gente del posto appassionata di previsioni del tempo che elabora leggendo i segni ricavati dall’ambiente naturale: lo sviluppo della vegetazione, le nubi, i venti, ma pure le tracce dei cervi, il comportamento dei caprioli, la presenza di funghi. Li racconta questo servizio della RSI, la Radiotelevisione della Svizzera Italiana.

I Wetterschmöcker fanno le loro previsioni con una certa seriosità – anche perché la loro presenza è ormai diventata peculiare per la Muotathal, come detto – ma anche con una buona dose di umorismo. Loro stessi per primi dicono che si tratta di un gioco, attraverso il quale viene tuttavia manifestato il legame profondo degli abitanti della valle con le loro montagne e l’ambiente naturale che le caratterizza: in effetti per elaborare le previsioni i Wetterschmöcker camminano quotidianamente o quasi per boschi e monti lungo i sentieri locali, osservano il territorio e le sue più piccole variazioni, “leggono” il paesaggio, ascoltano, annotano. Lo mantengono vivo e compreso, insomma, al contempo mantenendo viva la relazione culturale con esso e dunque anche la sua identità peculiare, che infatti nella Muotathal è particolarmente brillante e apprezzata dai chi visita la valle, peraltro poco turistificata e ricca di angoli di una bellezza sensazionale.

[Immagine tratta da https://stoos-muotatal.ch.]
Vogliamo dunque scommettere che pure gli ironici Wetterschmöcker della Muotathal con le loro previsioni del tempo “fiutate” c’azzeccano molto di più degli ipertecnologici e super pretenziosi meteorologi mediatici contemporanei?

Superare un valico di montagna

[Il Passo del San Gottardo/Gotthard Pass. Foto di Walter Röllin da Pixabay.]

Cosa conferisce un particolare fascino al superamento di un valico di montagna? La premonizione del paesaggio che si troverà dall’altra parte, che rischiara la fantasia del viandante – gli elevati sentimenti che si provano nel momento del passaggio, nel punto che segna la linea di demarcazione di acque e popoli -, l’accresciuta percezione del presente e dei luoghi, e tutta una serie di altri motivi che agiscono inavvertitamente su chiunque in misura tanto più forte quanto più cultura e conoscenza ci si porta appresso. Ogni viaggio su un valico di montagna è un viaggio di scoperta.

(Carl SpittelerIl GottardoArmando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pagg.31-32; orig. Der Gotthard, 1897.)

Ogni volta che leggo questi brani di Spitteler, che hanno più di 120 anni, mi sorprendo di quanto la visione del territorio e del paesaggio che sottendono sia incredibilmente contemporanea, sia in senso scientifico che culturale. In queste così poche righe, ad esempio, vi si ritrova l’attuale concetto di “paesaggio” (il quale, per come viene usato oggi nelle discipline geografiche e umanistiche, ha non più di quarant’anni e non è affatto così risaputo, ancora), l’intuizione chiara della relazione culturale tra uomini, territori abitati e luoghi nonché del relativo valore identitario di essa, degli accenni a quella che oggi chiamiamo psicogeografia, la visione ecostorica (altra disciplina di recente teorizzazione) e quella geopoetica, così ben sviluppata dall’amico Davide Sapienza, ad esempio.

Insomma, in tal senso è quasi impareggiabile, Carl Spitteler. Tenetene conto, visto quanto sconosciuto o quasi sia, al di qua del Gottardo e a sud di Lugano.

Superare un valico di montagna

Cosa conferisce un particolare fascino al superamento di un valico di montagna? La premonizione del paesaggio che si troverà dall’altra parte, che rischiara la fantasia del viandante – gli elevati sentimenti che si provano nel momento del passaggio, nel punto che segna la linea di demarcazione di acque e popoli -, l’accresciuta percezione del presente e dei luoghi, e tutta una serie di altri motivi che agiscono inavvertitamente su chiunque in misura tanto più forte quanto più cultura e conoscenza ci si porta appresso. Ogni viaggio su un valico di montagna è un viaggio di scoperta.

(Carl SpittelerIl GottardoArmando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pagg.31-32; orig. Der Gotthard, 1897.)

Ogni volta che leggo questi brani di Spitteler, che hanno più di 120 anni, mi sorprendo di quanto la visione del territorio e del paesaggio che sottendono sia incredibilmente contemporanea, sia in senso scientifico che culturale. In queste così poche righe, ad esempio, vi si ritrova l’attuale concetto di “paesaggio” (il quale, per come viene usato oggi nelle discipline geografiche e umanistiche, ha non più di quarant’anni e non è affatto così risaputo, ancora), l’intuizione chiara della relazione culturale tra uomini, territori abitati e luoghi nonché del relativo valore identitario di essa, degli accenni a quella che oggi chiamiamo psicogeografia, la visione ecostorica (altra disciplina di recente teorizzazione) e quella geopoetica, così ben sviluppata dall’amico Davide Sapienza

Insomma, in tal senso è quasi impareggiabile, Carl Spitteler. Tenetene conto, visto quanto sconosciuto o quasi sia, al di qua del Gottardo e oltre Lugano.

Paradisi umorali

Posso rivelarvi un segreto? I paradisi che vedete disseminati lungo le rive sono in gran parte vuoti e in vendita. Il motivo? Perché costruire sull’onda del mero entusiasmo è una follia che non verrebbe mai in mente a una persona capace di riflettere. Trascinati dalle onde dell’entusiasmo si possono scrivere poesie, questo lo concedo, ma comprare e costruire seguendo l’ispirazione del momento è un genere di lirica piuttosto costoso, se non altro perché al godimento subentrano il malumore e infine la noia. Chi invece non subentra è l’eventuale acquirente. Una cosa è certa, né più né meno come l’amen alla fine della messa: chi costruisce in base all’umore, ben presto si stancherà della casa per una questione di umore.

(Carl SpittelerIl GottardoArmando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pag.205; orig. Der Gotthard, 1897.)

Così scriveva il premio Nobel svizzero a fine Ottocento riguardo la presenza di case di villeggiatura (“seconde case”, diremmo oggi) sulle rive dei laghi prealpini italo-svizzeri, denunciando in buona sostanza una “cementificazione immobiliaristica” d’antan che seguiva più l’onda di una speculazione momentanea del mercato di allora che una reale pianificazione economica e urbanistica. In fondo dopo un secolo e più nulla è cambiato, in numerosi luoghi di villeggiatura: mi vengono in mente certe località sciistiche nelle quali negli anni scorsi si è costruito moltissimo, quando pareva che tutti “dovessero” e “potessero” avere la propria bella seconda casa in montagna – tanto a quei tempi le banche concedevano mutui a chiunque, con tassi di interesse da usura ma tant’è – e immobiliaristi con al seguito impresari e palazzinari di ogni genere e sorta si diedero fare con la costruzione di case quasi sempre orribili, in economia, per le quali sembrava che tra abetaie e cime innevate si fossero calati pezzi dozzinali di periferia suburbana coi quali peraltro si è tremendamente guastato il paesaggio. Case che oggi, desolatamente vuote a volte da anni, tappezzano quelle località di tanti cartelli colorati con scritto «VENDESI» ma, come scriveva più di cento anni fa Spitteler (forse in base a motivi differenti ma descrivendo una realtà del tutto similare), gli «eventuali acquirenti» continuano a non subentrare, donando a quei luoghi pur così ameni un umore alquanto deprimente.