La stagione sciistica 2024/2025 è stata positiva per molte località: ma tra le “rose e fiori” dei numeri è bene stare attenti alle spine!

(Articolo originariamente pubblicato su “L’AltraMontagna” venerdì 11 aprile: lo trovate qui.)

[Immagine tratta da www.radiocittafujiko.it.]
La stagione sciistica 2024/2025 sulle montagne italiane si sta ormai per concludere – in molte località si è già chiusa – e dunque a breve appariranno sulla stampa gli articoli che, come ad ogni fine stagione, riporteranno i numeri conseguiti dai vari comprensori nel corso dell’inverno: riguardo le presenze, in merito agli skipass venduti, sull’aumento percentuale rispetto allo scorso anno, e così via. Numeri che, è facile ipotizzarlo, saranno nella maggior parte dei casi in crescita, anche perché quella conclusa è stata una stagione nivologicamente abbastanza positiva rispetto agli anni recenti ovvero meno negativa di altre passate – ma molto più negativa rispetto a quale lustro fa, quando nei weekend di Pasqua si sciava ovunque senza nessun problema mentre da anni non accade più, se non nelle stazioni poste alle quote maggiori. In ogni caso anche quest’anno il trend di diminuzione delle nevicate si è confermato, soprattutto al di sotto dei 1800-2000 metri di quota: limite che, non a caso, è indicato come quello che, al di sopra, oggi può garantire la sostenibilità dei comprensori sciistici e, al di sotto, la loro irragionevolezza. In fin dei conti, anche nell’ultima stagione si è sciato bene per tre mesi o poco più e durante le festività di fine anno, il periodo più importante per far quadrare i conti turistici a stagione terminata, di neve naturale ce n’era ben poca sulle piste da sci italiane, ovviamente sostituita ove possibile da quella artificiale, con tutti i costi del caso.

[Madesimo (Sondrio). Immagine tratta da facebook.com/skiareavalchiavenna.]
Dunque, come accennato, usciranno numerosi articoli che rimarcheranno gli aumenti di presenze, le percentuali positive, finanche i “record” ma, pur essendo dati significativi e forzatamente positivi per i comprensori sciistici, è bene ricordare che non sono questi a sancire il successo economico di una stagione invernale dal punto di vista dello sci. I comprensori sciistici sono aziende, soggetti economici in forma industriale (a volte afferenti alla categoria della “grande impresa”) che rispondono alle dinamiche finanziarie e sottostanno ai rilievi contabili, ergo sono i bilanci – in senso generale, non solo negli utili conseguiti – a suggellarne la vitalità o l’eventuale crisi, e ad un aumento di presenze nel corso di una stagione turistica non è detto che corrisponda un aumento degli utili e dunque la sostenibilità economica complessiva dell’attività, posto che per i comprensori sciistici i costi di gestione aumentano da anni in maniera sensibile e ciò si riflette in maniera diretta sul costo degli skipass, i quali sono parimenti in aumento costante nelle ultime stagioni anni, con punte per alcune località di quasi il 30% in tre anni (a Livigno e Bormio, ad esempio).

[Ovindoli (L’Aquila). Immagine tratta da facebook.com/MonteMagnolaOvindoli.]
Come si rimarca spesso da più parti, è da tempo che quello dello sci su pista viene considerato un mercato maturo, il quale ha già raggiunto il proprio picco di presenze stagionali (secondo alcuni fin dai primi anni Duemila) e ora appare stagnante oppure variabile su percentuali minime che spesso, anche se in aumento, non compensano la maggior incidenza dei costi di gestione dei comprensori. Ciò spiega la presenza frequente e importante di finanziamenti pubblici nei conti delle stazioni sciistiche italiane, un supporto senza il quale è facile prevedere che molte di esse avrebbero notevoli difficoltà a rimanere attive; di contro, la maturazione del mercato impone ai comprensori costanti aggiornamenti del parco impianti e delle piste da discesa al fine di mantenersi concorrenziali nella speranza di strappare gli sciatori alle altre località ma, tutto ciò, con ulteriori aggravi di spesa da mettere a bilancio. Insomma, il rischio per i comprensori sciistici è quello di infilarsi in un “circolo vizioso” dal quale, una volta entrati e posta la realtà attuale delle nostre montagne così dipendente dall’evoluzione della crisi climatica nonché da fattori macroeconomici che in concreto stanno restringendo la platea turistico-sciistica, è pressoché impossibile uscirne, con tutte le conseguenze relative… [continua su “L’AltraMontagna, qui.]

 

La «neve necessaria»

La persona tossicodipendente avverte la necessità irrefrenabile e frequente di assumere droga, nonostante il danno fisico, psicologico, affettivo, emotivo o sociale che tale assunzione può comportargli come conseguenza.

Mmm

Dov’è che ho sentito delle affermazioni di tono simile?

Ah, ora ricordo! Ecco qui:

Oggi, la produzione di neve artificiale è diventata una necessità. Più che parlare di una neve diversa, sarebbe opportuno riconoscerla come una neve necessaria.

Le ha proferite l’Anef, l’associazione che riunisce i gestori degli impianti sciistici italiani!

Dunque, per quanto riguarda la neve artificiale in relazione a molti comprensori sciistici, tocca parlare di una bizzarra, inopinata ma tangibile “tossicodipendenza”? Nel senso che, come il tossicodipendente necessita di assumere continuamente droga per andare avanti nella propria esistenza, anche le località sciistiche per continuare con la loro attività non possono più fare a meno della neve sparata dai cannoni, per loro stessa ammissione e nonostante le conseguenze ambientali e culturali cagionate alle montagne dove operano.

Be’, in entrambi i casi quel che ne esce è una realtà artificiale, a ben vedere. Che poco o nulla c’entra con la realtà ordinaria, con la “normalità” delle cose, con il benessere autentico delle montagne e dei loro paesaggi. Se non come fanno sentire “bene” certe sostanze, appunto.

Vogliamo finalmente renderci conto che le montagne siamo noi?

[Foto di Cristina Gottardi su Unsplash.]

Possiamo continuare a vivere alla ricerca dell’adrenalina e dell’edonismo sapendo che intorno a noi le montagne e la loro biodiversità stanno morendo? Questa mentalità tossica, sia che si esprima sugli sci da discesa lungo lingue di neve finta e chimica) che si snodano tra foreste abbattute e bostricate, sia che si esprima su azioni performanti estreme e competitive o su raccolte monstre di funghi, fiori e frutti di bosco, o ancora su atteggiamenti irrispettosi e cafoni che disturbano la fauna alpina, come l’eliski e l’eliturismo, è qualcosa che mi ricorda vagamente la necrofilia. Vogliamo finalmente renderci conto che quelle montagne siamo noi?

[Matteo RighettoIl richiamo della montagna, Feltrinelli, 2025, pagg.80-81.)

La necessità di concepire e adottare un senso del limite come segno massimo di civiltà contro la gigantesca cafonata di pensare che di limiti non ce ne siano, in pratica.

Le montagne, anche le più ciclopiche le cui pareti sembrano innalzarsi all’infinito verso il cielo, prima o poi terminano sulle rispettive vette. Lassù è bello fermarsi e contemplare il mondo, sapendo che oltre non si può andare e che è giusto che sia così, è naturale. Anzi: dalla vetta bisogna ridiscendere, ritornare ben entro il limite da essa delineato dove si può vivere pienamente: il mondo è al di qua, non oltre.

Perché noi non sappiamo essere come le montagne e tanto meno pensare (Aldo Leopold docet) come le montagne?

Una proposta “provocatoria” per il futuro dei comprensori sciistici

[Veduta di Sestriere, in Piemonte, località totalmente vocata allo sci. Fonte dell’immagine www.facebook.com/sestriereofficial.]
Un’altra delle motivazioni che i gestori dei comprensori sciistici adducono di continuo a sostegno della loro attività e a giustificazione di tutto quanto ne consegue, a partire dalle frequenti enormi elargizioni di soldi pubblici, è che i loro comprensori assicurano l’economia dei territori che li ospitano, vi generano indotto, danno lavoro ai locali e così mantengono in vita le comunità.

Ciò per diversi aspetti è vero, anche perché le possibilità alternative al modello economico dell’industria dello sci nel corso del tempo sono state soffocate quasi totalmente – infatti è per questo che riguardo lo sci si parla di “monocultura turistica”.

Di contro, posta la realtà così ricca di problematiche e di variabili che le nostre montagne devono affrontare in maniera sempre più pressante – a partire da quella climatica che però, appunto, non è affatto l’unica – mi chiedo: oggi è lecito e accettabile che il destino socioeconomico, ma pure culturale, di interi territori montani sia messo nelle mani di soggetti privati il cui scopo fondamentale, ovviamente e logicamente, non è garantire il futuro dei territori in cui operano ma conseguire il maggior lucro possibile dalla propria attività?

Soggetti privati di natura imprenditoriale, peraltro, la cui attività è legata al rischio d’impresa e all’andamento del mercato di riferimento come per qualsiasi altra attività economica privata. Dunque, è ammissibile che un territorio montano e la sua comunità possano pur indirettamente contemplare un rischio d’impresa ed essere sottoposti ad un mercato economico che con essi non c’entra nulla, se non per le eventuali ricadute generate dal suo andamento?

[Nel comprensorio del Dolomiti SuperSki. Immagine tratta da www.val-gardena.com.]
Al netto che la realtà “ordinaria” è quella appena descritta, a me viene molto da pensare intorno a tali interrogativi. D’altro canto è già successo che società di gestione di comprensori sciistici fallissero lasciando in braghe di tela, come si usa dire in questi casi, i territori dove operavano: a volte le conseguenze sono state ridotte grazie alla capacità del territorio di riprendersi, in altri casi sono state letali, trasformando le località ex sciistiche in luoghi fantasma. E ciò è successo non tanto per il fallimento del modello sciistico locale ma per l’assenza di alternative economiche, come prima denotato, circostanza che da un lato ha reso il territorio ostaggio dello sci e dall’altro ne ha svigorito le specifiche potenzialità imprenditoriali.

Posta questa situazione, e per superarne la notevole ambiguità oltre che la rischiosità per i territori montani (e altre cose poco o nulla citate, al riguardo, come la questione degli aiuti di stato) formulo una proposta provocatoria ma non troppo: la totale presa in carico pubblica dei comprensori sciistici. Cioè l’acquisto di impianti e piste da sci da parte degli enti pubblici locali, con il conseguente affidamento della gestione a soggetti scelti tramite gara anche in base al valore dei progetti imprenditoriali presentati al riguardo, e con il riconoscimento dei maggiori benefici economici derivanti dall’attività dei comprensori agli enti pubblici stessi, dunque direttamente alle comunità locali, da reinvestire nei servizi di base e nelle necessità comuni dei territori interessati.

Sarebbe la cosa più sensata da fare, a ben vedere.

[Veduta della ski area di Prali i cui impianti sono di proprietà pubblica, del Comune e dell’Unione Montana Valli Chisone e Germanasca. Fonte dell’immagine www.piemonteitalia.eu.]
Ve l’ho detto (scritto) che è una proposta provocatoria. Ma forse lo è molto meno di quanto appaia, già.

Sugli apres ski in montagna: quant’è sottile il confine tra “accettabilità” e “indecenza”?

[Un apres ski a Courmayeur. Immagine tratta da facebook.com/lovesuperg.]
Nelle scorse settimane, anche a seguito di alcuni articoli che ho dedicato al tema, ho ricevuto molti messaggi da amici e conoscenti riguardo gli “apres ski”, un’usanza che, a quanto sembra, si sta diffondendo sempre più e da alcuni è ritenuta addirittura alternativa allo sci sempre più in difficoltà.

Sono messaggi variamente (e per me comprensibilmente) critici, visto come tanti di quegli eventi si manifestano, sostanzialmente trasformando angoli montani in quota, anche oltre i 2000 metri, in vere e proprie discoteche all’aperto. Gli apres ski ci sono sempre stati, sia chiaro, ma in passato con modalità di ben più basso profilo e molte meno pretese di quelli attuali.

Per quanto mi riguarda, al netto del modello di fruizione della montagna sottinteso a questi apres ski, che non gradisco, non avrei nulla contro. Anzi, è bello divertirsi in compagnia dopo una giornata di sci e tirare l’ora di cena con il sottofondo di una buona musica. Ma perché devono esagerare così tanto, quelli che li propongono? Luci stroboscopiche, laser, musica sparata a decibel da concerto, casino senza limiti, in montagna tra i boschi e come detto, a volte a quote elevate e in luoghi prossimi a zone protette… ma che senso ha? I limiti, appunto: sono in montagna, non in una piazza cittadina o, appunto, in un locale al chiuso, ve ne rendete conto? Temo di no, dunque temo che ignorino o trascurino del tutto cosa comporti l’essere in ambiente naturale, peraltro in uno dei più meravigliosi e delicati che abbiamo a disposizione, che si dice da decenni e in mille modi di dover tutelare e valorizzare al meglio! Che li facciano quanto volete gli apres ski ma, maledizione, datevi un limite di decenza ambientale!

D’altro canto che ne direbbero, quelli che gli apres ski organizzano e cui partecipano, se nella loro discoteca o nel disco bar preferiti in città al venerdì e/o al sabato sera organizzassero tornei di scacchi o letture di poesie delle avanguardie del primo Novecento, eventi per i quali occorre silenzio e contegno pressoché assoluti? Ovviamente, non sarebbero i luoghi adatti per ospitare eventi del genere. E perché invece alla montagna, anche a quella già antropizzata dalla presenza di impianti e piste da sci, possono essere imposti eventi così dissonanti e fuori luogo? Che senso ha, che idiozia è mai questa?

Per ogni cosa ci vuole buon senso, congruità e senso del limite. Posti tali semplicissimi (per una società civile) princìpi, a mio modo di vedere si può fare di tutto. Anche gli apres ski, in un ambito di regole ben chiare nei riguardi dei luoghi e delle loro specificità, da rispettare da chiunque. Per essere chiari: nel caso di situazioni di eventi con discoteca all’aperto o musica dal vivo rimane sempre vigente il limite dei 95 dBA a centro pista richiesto dal DPCM 215/99, ma ogni comune può chiedere limiti più stringenti – ad esempio, può essere chiesto un limite su base oraria di 65-75 dBA alla facciata delle case più vicine e quindi a centro pista il livello scende. Certi locali nei comprensori sciistici non hanno case intorno, ovvio, ma hanno qualcosa di ancora più delicato e da tutelare sia materialmente che immaterialmente ovvero culturalmente: la Natura. Pensare di poter sparare la musica ai livelli acustici di una discoteca in città o sulla spiaggia di Riccione anche a 2000 metri di quota non è solo una cretinata formale, ma pure una grande manifestazione di inciviltà e volgarità. In ambito montano all’aperto basterebbero livelli di decibel ben più bassi, ci si divertirebbe alla grande lo stesso (se si è persone normali, ovviamente). Senza contare che esiste pure la silent disco, a ben vedere!

Dunque, detto ciò: che si aspetta a manifestare più decenza, in tanti di questi apres ski? Ribadisco il mio pensiero: liberissimi di farne quanti ne vogliono e di divertirsi un sacco, quelli che li propongono nei loro locali in montagna, ma con senso del limite e decenza! Altrimenti non si potrà che dar ragione piena ai tanti che al riguardo si dicono radicalmente critici – e, ripeto, con i quali dal punto di vista culturale non si può che essere d’accordo a prescindere, già.