Einstein e la complessità della Natura

Meteo Valle d’Aosta ha di recente pubblicato il video parecchio impressionante di una ricognizione aerea nella zona a monte dell’abitato di Breuil-Cervinia dalla quale qualche giorno fa è scesa la colata di acqua, fango e detriti che ha invaso il centro del paese e provocato numerosi danni.

Potete vedere il video su Facebook cliccando sull’immagine qui sopra oppure su Instagram qui.

Come scrive Meteo Valle d’Aosta, dando spiegazioni di ciò che si vede nel video, «non è stata una semplice alluvione causata dalle piogge copiose, ma ben di più. […] Ritroviamo ancora una volta il cambiamento climatico come fattore fondamentale per spiegare questi eventi, cambiamento climatico che agisce sia aumentando l’intensità dei singoli fenomeni, sia la fusione del permafrost in quota.» (Il commento completo lo leggete nei post sopra citati; nel sito di Meteo Valle d’Aosta trovate anche un’analisi scientifica ben più articolata di quanto è accaduto). Già, perché l’effetto finale e “banale” nella sua drammaticità della colata di fango e detriti ha origine da una correlazione di cause diverse e di fenomeni coincidenti che hanno partecipato all’attivazione di una dinamica complessa, seppur alla fine sembra scaturirne una “semplice” e grossolana colata detritica.

Cose del genere mi riportano sempre alla mente un’affermazione di Albert Einstein, tratta da una sua lettera del 1954 o 1955 e poi riportata in diverse opere:

La Natura è una struttura magnifica che possiamo capire solo molto imperfettamente, il che non può non riempire di umiltà qualsiasi persona razionale. Si tratta di un autentico sentimento religioso che non ha niente a che fare con il misticismo.

Troppo spesso, generalmente non per colpa ma a volte sì, tendiamo a semplificare troppo la nostra considerazione nei confronti della Natura e dei suoi fenomeni, finanche a esagerare la semplificazione e per ciò a proferire vere e proprie scempiaggini: per molti il tema del clima e del suo cambiamento in corso, che si riverbera innanzi tutto sull’ambiente naturale, risulta particolarmente prolifico al riguardo.

Io penso invece che, come affermava Einstein, di fronte alla Natura come a poche altre cose con le quali noi umani abbiamo a che fare, dovremmo essere umili e razionali, cercare di comprendere il più possibile ciò che stiamo constatando prima di proferire opinioni e in ogni caso restando ben consapevoli che la nostra resterà una comprensione mai del tutto compiuta – per questo a suo modo “religiosa” – e in costante divenire. La razionalità dunque è indispensabile perché mette al riparo dalle suddette scempiaggini (d’ogni sorta siano) e perché l’adattamento al cambiamento climatico in corso e la messa in atto delle azioni che ne possano mitigare al meglio gli effetti nascono proprio da quella necessaria razionalità, che a sua volta si sviluppa tanto meglio quanto più scaturisce da un atteggiamento di umiltà verso la Natura e i suoi fenomeni. Sapere di non saperne abbastanza, al riguardo, è e sarà ancora a lungo la migliore manifestazione di intelligenza che possiamo elaborare, e la prima azione da compiere per relazionarci con gli ambienti naturali nel modo più armonioso possibile.

Cogne e il Ponte sullo Stretto (un post che non ha bisogno di commenti)

Ecco.

Complimenti vivissimi, le montagne ringraziano sentitamente.

(Se volete leggere gli articoli ai quali fanno riferimento le immagini, entrambi tratti da “Open.online” per maggior coerenza giornalistica, cliccateci sopra.)

Le ragioni della natura e la nostra esperienza

[Cogne, Valle d’Aosta. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Regione Valle d’Aosta“.]
«La natura è piena d’infinite ragioni, che non furon mai in isperienzia.»

Così scrisse Leonardo da Vinci per rimarcare l’imprevedibilità delle forze naturali, contro le quali l’uomo può ancora fare ben poco, subendone le conseguenze sovente tragiche quando quella “ragione naturale” sfugge al nostro intendimento e a ciò che di conseguenza facciamo per cercare di governarla. Spesso inutilmente.

[Cervinia, Valle d’Aosta. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Regione Valle d’Aosta“.]
Agli amici della Valle d’Aosta e del Ticino, regioni particolarmente colpite dall’ultima ondata di maltempo in modi che nessuna ragione umana avrebbe potuto pensare, va tutta la mia solidarietà. Che singolarmente non conta nulla, ovvio, ma che mi auguro possa unirsi alla vicinanza di tanti altri che nel vedere immagini come quelle qui riproposte hanno sentito il proprio animo rabbuiarsi.

[Valle Maggia, Cantone Ticino. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Radiotelevisione Svizzera“.]
Se non possiamo fare esperienza delle ragioni della natura, come scrisse Leonardo, noi uomini almeno di quelle immagini e di ciò che raccontano la dobbiamo fare. Necessariamente.

Il maltempo estremo nelle valli alpine, tra rassegnata abitudine e necessaria prevenzione

Sono terribili e inquietanti le immagini del maltempo che ha colpito molte valli alpine, alle cui genti va tutta la vicinanza e la solidarietà, per quel che può servire. Luoghi di bellezza naturale assoluta che in breve tempo si sono trasformati in specie di gironi infernali nei quali non il fuoco ma l’acqua si è abbattuta con inaudita violenza su ogni cosa dando la vivida e spaventosa impressione di non poter lasciare scampo a niente e nessuno. Non che i danni provocati dal maltempo altrove siano meno terribili, ovviamente, ma di certo immagini come quelle giunte da Noasca, in Valle dell’Orco, con la Cascata di Noaschetta che letteralmente esplode dal pendio sopra le case del paese e rende furiose le acque del torrente Orco, fanno veramente paura. E il maltempo poi non risparmia nessuno, piccoli comuni come Noasca e grandi località rinomate come Cervinia – al pari di paesi ben più efficienti e organizzati, oltre che dotati di una migliore gestione dei territori, come la Svizzera.

Purtroppo questi episodi sono l’ennesima manifestazione dell’estremizzazione in corso dei fenomeno meteorologici nonché della loro crescente frequenza, che fa dei territori montani, già di norma delicati e fragili, zone che abbisognano di un’attenzione assai sensibile, ben più che in passato, quando ancora il cambiamento climatico non era in corso con effetti importanti. Se resta come sempre ineludibile la predominanza della Natura e delle sue forze sulla pur ipertecnologica civiltà umana odierna – la quale a volte invece si sente invincibile al punto da credere di poterle imbrigliare e controllare, quelle forze, finendo inesorabilmente per essere strapazzata e vinta – risulta sempre più indispensabile costruire (a volte ri-costruire) l’equilibrio tra uomo e Natura nell’ottica della realtà corrente e in divenire, che evidentemente non è quella di solo pochi lustri fa e non sarà la stessa che vivremo tra venti o trent’anni. Per fare ciò, occorre innanzi tutto destinare risorse molto maggiori a tale attività di quelle fino a ora stanziate (scarse anche per l’altrettanto scarsa attenzione della politica nazionale verso la questione), ma ancor più bisogna elaborare una consapevolezza ecoambientale finalmente piena e compiuta, che in tal modo faccia da solida base d’azione per l’efficiente e virtuosa gestione politica dei territori, senza più ideologismi di qualsivoglia natura e progetti dall’impatto ambientale a rischio troppo elevato quando non da subito palese, dei quali purtroppo le nostre montagne, e le iperturistificate Alpi in particolare, sono già oggi fin troppo piene.

Chissà se dalle devastazioni cagionate ai territori, dalla sofferenza e dai disagi che le comunità residenti devono sopportare sapremo tratte delle utili lezioni per il futuro, oppure se già domani ci saremo dimenticati di tutto quanto e torneremo a pensare cose del tipo «sono eventi eccezionali, non accadrà di nuovo!»

Già, chissà.

In calce a quanto sopra, sono molto d’accordo con quanto ha scritto questa mattina Pietro Lacasella su “L’AltraMontagna”: «È curioso invece notare una generale assenza di preoccupazione per gli eventi meteorologici estremi che si sono abbattuti, negli ultimi giorni, sui territori montani. […] Viene spontaneo chiedersi il motivo di questo silenzio: forse perché la montagna, e i suoi abitanti, interessano solo quando offrono spunti di propaganda? Forse perché la montagna viene intesa unicamente come un luogo rilassante dove alzare i calici e trascorrere le vacanze? Forse perché questi eventi meteorologici probabilmente si inseriscono in un quadro di cambiamento climatico già previsto dagli esperti, che disturba le coscienze, ma sostanzialmente ignorato dall’attuale classe dirigente?»

Tra Romagna e Grigioni la questione “uomo e natura” resta drammaticamente aperta

[Immagine tratta da qui.]
Lasciano ogni volta sgomenti la visione delle immagini e la lettura delle cronache dei disastri meteoclimatici  – sempre con vittime, purtroppo – come quello in corso tra Romagna e Marche, una sensazione che risulta ancora più pesante quando si fa memoria della frequenza con la quale in Italia, da Nord a Sud isole comprese, accadono certi eventi e non per un caso, anche al netto dell’estremizzazione dei fenomeni meteorologici dovuta al cambiamento climatico.

In questi giorno sto seguendo l’evolversi di un altro disastro naturale potenziale ma al momento ancora “latente”: quello che coinvolge il villaggio svizzero di Brienz/Brinzauls, nel Canton Grigioni, messo sotto minaccia da una grande frana che nelle ultime settimane ha preso a muoversi sensibilmente verso valle e per questo completamente evacuato e “devitalizzato” – cliccate sull’immagine lì sotto per saperne di più al riguardo.

[Immagine tratta da qui.]
Ne volevo scrivere di Brienz/Brinzauls, visto che la sua inopinata vicenda mi è nota da tempo (dacché non è solo la frana a muoversi ma l’intero paese, si veda qui). Poi è accaduto ciò che sta succedendo tra Romagna e Marche e, nonostante l’evidente differenza sostanziale tra i due eventi, mi viene da ricavarne alcune riflessioni valide in entrambi i casi, tanto ovvie se non banali quanto, mi pare, sempre troppo poco considerate.

La prima: siamo una civiltà super avanzata, ipertecnologica, apparentemente dominante su tutto e tutti sul pianeta ma quando la Natura s’incazza – passatemi il francesismo – non c’è nulla da fare, torniamo ad esserne totalmente in balìa come qualsiasi altra creatura ben più rozza e primitiva. Ovvero come ciò che in effetti rimaniamo nonostante la nostra strabiliante tecnologia, la quale ancora, pur con i suoi successi di cui godiamo quotidianamente, non ci ha fatto fare che pochi passi all’esterno delle caverne dalla quale siamo usciti solo qualche migliaio d’anni fa. Forse è anche per questo che i successi tecnologici della nostra civiltà spesso li sfruttiamo grossolanamente e malamente, cioè non a nostro favore ma a svantaggio e danno.

La seconda: posta la prima, trovo che sia fondamentale analizzare le cause in forza delle quali accadono sempre più spesso eventi meteoclimatici così estremi, ma mi pare necessario compiere anche un passo di lato e assumere finalmente la piena consapevolezza che nei confronti di questa generale situazione di fatto dobbiamo formulare la più compiuta ed efficace resilienza. Che, dal mio punto di vista, significa riequilibrare la nostra relazione con il territorio col quale interagiamo avendo cura di riconoscere le sue caratteristiche materiali e immateriali sempre inclusi i fattori di rischio in esso presenti e, appunto, al momento per noi ineludibili. Insomma, viviamo una realtà nella quale certi eventi stanno diventando sempre più diffusi e frequenti: non prenderne atto, gestendo le circostanze del momento come mere “emergenze” (termine veramente troppo inflazionato, ormai!) per ricominciare daccapo come se nulla sia successo è quanto di più stolto, o meno evoluto possibile, l’uomo possa fare. Fermarsi alla discussione sulle sole cause di ciò che sta accadendo o di chi/cosa ne sia la colpa senza elaborare soluzioni che non le facciamo manifestare di nuovo, come purtroppo accade puntualmente, è un po’ come stare su una nave che sta affondando dibattendo sul perché vada a fondo e di chi sia la colpa senza risolvere materialmente il problema che la sta facendo colare a picco.

La frana di Brienz/Brinzauls e le alluvioni in Romagna e nelle Marche sono due eventi differenti ma che denotano entrambi l’inabilità dell’uomo di contrastarne gli effetti a prescindere dalle cause, ovvero la sottomissione ancora pressoché totale della civiltà umana alla Natura e ai suoi fenomeni. E se non siamo in grado di contrastarli, non dobbiamo né sfidarli attraverso una gestione scriteriata dei territori antropizzata e nemmeno tralasciare la consapevolezza e la cognizione dei rischi presenti in molti dei territori (le eccezioni sono rare) da noi abitati, solo poche volte veramente imprevedibili ma anche in questo caso comunque mitigabili – è il caso dei terremoti, che non sappiamo ancora prevedere ma i cui rischi possiamo mitigare con adeguate opere antisismiche – e al contempo ovviamente cercando di mitigare gli effetti del cambiamento climatico come da decenni ci viene detto di fare (altra umana trascuratezza diffusa, già).

Oppure, possiamo cercare di azzerare del tutto o quasi il rischio parimenti azzerando quanto abbiamo edificato nei nostri territori negli ultimi due secoli e ricominciando daccapo con maggior buon senso generale. Ma non credo sia un’opzione realizzabile: richiederebbe al Sapiens una forza mentale e d’animo che oggi non pare possedere. Le avrà lasciate nelle caverne quando se n’è uscito qualche decina di secoli fa, forse.