In montagna con maggiordomi in guanti bianchi, yoga, eli-gourmet, cabine-vip con champagne…

Benché si ostini a non ammetterlo e a fare come se nulla stesse accadendo, l’industria del turismo invernale sa benissimo che lo sci, il suo principale core business per decenni, finirà presto e quasi ovunque sulle nostre montagne, purtroppo. Ma come pensa di reinventarsi e di attuare quella transizione da più parti invocata verso forme di turismo più consone al periodo che stiamo vivendo?

Evidentemente così, anche.

Persino il super conformistico “Corriere della Sera”, nell’articolo a cui si riferisce l’immagine (datato 2 gennaio 2024), non manca di sollevare perplessità: «La stagione sciistica è sempre più alla ricerca di avventure per pochi. Anche perché, di neve, non ce n’è poi molta.»

Dunque avanti con «maggiordomi sulle piste in guanti bianchi, cabine-vip con champagne, risalite con i gatti delle nevi, discese notturne in fat bike, safari gourmet, lezioni di yoga», eccetera. Fateci caso: tutte cose per le quali gli impianti di risalita formalmente non servono più. Cioè quanto sostenevo prima sulla consapevolezza presente ma negata dei gestori delle località montane riguardo la prossima fine del loro “business” principale: l’addio inevitabile allo sci per tutti, appunto.

Tuttavia, al netto di qualsiasi considerazione positiva o negativa riguardo queste “nuove” offerte turistiche (e sui loro costi insostenibili per i più), di nuovo mi chiedo: e il benessere delle comunità residenti nei territori montani? E i loro bisogni quotidiani, le loro necessità, il sostegno alle economie locali extra turistiche, i servizi di base? Forse che i maggiordomi in guanti bianchi e gli istruttori di yoga nelle proprie pause andranno ad aprire gli ambulatori medici, a operare negli uffici postali, a sistemare le strade comunali dissestate e a guidare i bus dei trasporti pubblici?

Magari sì, chissà.

«Cosa ho a che fare io con gli schiavi?»

Sia chiaro da subito: a me del fatto e del soggetto ai quali la notizia (“notizia”, poi!) fa riferimento non interessa assolutamente nulla. Mi preme invece rimarcare nuovamente la lucidità intellettuale e l’illuminante sagacia del professor Claudio Vercelli, sempre capace di leggere la realtà contemporanea con acume tale da rivelarne quella che, senza osare “titoli” troppo altisonanti, per essi appare come la verità più obiettiva ovvero, in quanto tale, quella troppo spesso ignorata, più o meno consapevolmente. Anzi, quasi certamente ignorata con consapevolezza, per quanto palesi il «senso profondo di sfascio», come scrive bene Vercelli, che sta “distruggendo” una parte fin troppo ampia del paese, che di tale distruzione ride e gode – alla faccia di tutti gli altri, perennemente poveri, mediocri e coglioni.

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