Nella mia pianificata esplorazione del mondo letterario giallo, mi sono appuntato sulla mappa editoriale alcune tappe imprescindibili, e a tale riguardo dopo Agatha Christie era quasi inevitabile incontrare l’alter ego americano della grande giallista inglese: Rex Stout.
Contemporaneo della Christie – peraltro per coincidenza nati e defunti entrambi a distanza di pochi anni – altrettanto prolifico, creatore di uno dei più celeberrimi personaggi della letteratura del Novecento, non solo nell’ambito del genere giallo, come Nero Wolfe, Stout rappresenta in verità l’altra faccia della medaglia del giallo “classico” – quello, per intenderci, che segue più o meno fedelmente lo schema delitto-indagine-deduzione-soluzione – tanto da essere ritenuto, a detta di molti esperti del genere, difficilmente paragonabile alla Christie. Alta cucina (Mondadori, con traduzione di Alessandro Golinelli) è un ottimo esempio del tipico stile dell’autore americano, e delle differenti peculiarità di esso rispetto a quello della scrittrice inglese: ove questa è metodica, elaborata, rigorosa nella stesura della trama, adattando per così dire la forma del romanzo ad un meccanismo preciso come un orologio svizzero – sfrondandola dunque di qualsiasi accessorio troppo fantasioso e creativo ovvero che non sia funzionale allo schema narrativo, generando per questo atmosfere generalmente tese, quasi oscure – Stout è invece più dinamico, brillante, vivace nella narrazione sovente ironica e nel tratteggio dei personaggi, a partire dai due fondamentali protagonisti delle sue storie, Nero Wolfe e Archie Goodwin…
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