Parliamo di “turismo insostenibile” in un luogo turistico sostenibile – domenica 1° giugno a Oltre il Colle, sulle Alpi Orobie

[Veduta panoramica della zona di Oltre il Colle con il Monte Alben alle spalle. Foto di Alberto Restifo su Unsplash.]
Parlare di “turismo insostenibile” in un luogo di montagna immerso in un paesaggio di grande pregio che dunque potrebbe (magari vorrebbe o vorrà) sviluppare un turismo sostenibile – nel senso vero del termine – e ben integrato con la propria realtà socioeconomica e culturale, oltre che ambientale, è un’opportunità tanto intrigante quanto importante. Forse è anche una sfida, innanzi tutto per la stessa comunità che abita quel luogo ma che a sua volta può godere della possibilità di elaborare una propria proposta turistica, meditata e oculata, come molti altri luoghi simili non hanno potuto e saputo fare e ora ne pagano le conseguenze.

Tutto quanto accadrà domenica prossima, 1° giugno, a Oltre il Colle (Bergamo), mirabile località delle Prealpi Bergamasche posta in una delle zone più peculiari delle Orobie, quando avrò l’onore e il piacere di partecipare alla presentazione del libro di Alex Giuzio Turismo insostenibile. Per una nuova ecologia degli spazi del tempo libero (Altreconomia, 2025): con Giuzio, giornalista e scrittore che si occupa di temi ambientali, economici e normativi legati al turismo, e con Consuelo Bonaldi, del CAI Valserina, dialogheremo e rifletteremo sulle fenomenologie che caratterizzano il turismo contemporaneo, sulle dinamiche che vi stanno alla base, sulle conseguenze della loro mancata gestione – che si fanno particolarmente evidenti e impattanti proprio nei territori pregiati tanto quanto delicati come quelli di montagna – e di quali soluzioni concrete e approcci alternativi poter attuare per promuovere un turismo più equilibrato e rispettoso in luoghi emblematici come Oltre il Colle, grazie al quale salvaguardare il territorio, la sua bellezza e l’identità e al contempo sostenere concretamente la comunità locale e la sua quotidianità.

Il tutto, dialogandone anche – anzi, soprattutto – con gli stessi residenti, con i villeggianti che hanno la proprie “seconde case” in zona e con gli amministratori locali che vorranno (e mi auguro vorranno) partecipare alla serata.

[Veduta sul Pizzo Arera, massima vetta soprastante Oltre il Colle, dai boschi nei dintorni della località. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]
Insomma, sarà indubbiamente una bella e preziosa occasione di conoscenza, dialogo, confronto, azione civica e riflessione collettiva sul presente e sul futuro delle nostre (cioè di tutti noi) montagne, e di chi ci vive e lavora, di chi le frequenta per diletto e per passione. Oltre che un’opportunità per conoscere un libro importante, che merita di essere letto e compreso a fondo.

Mi auguro perciò che vorrete partecipare numerosi, che siate della zona oppure no.

Evviva il CAI della Valle di Scalve!

Un’altra “Bandiera Verde” che ho avuto il piacere di veder conferire, sabato 3 maggio scorso a Orta San Giulio durante il relativo Summit Nazionale di Legambiente, è stata quella assegnata alla sottosezione Valle di Scalve del Club Alpino Italiano, sezione di Bergamo.

La motivazione è legata alla creazione della “Via Decia – Il Cammino dei boschi di ferro”, a mio parere uno dei progetti escursionistici più belli e compiuti che oggi si possono trovare sulle Alpi italiane.

Un «filo di quiete» che si dipana in cinque tappe e novantacinque chilometri di sentiero ad annodare due valli, la Valle Camonica e la Valle di Scalve, sulle cui montagne inscrive un racconto che narra la grande bellezza di questa porzione montana lombarda e la storia della relazione intensa tra le montagne e gli uomini che le hanno vissute e ancora le abitano. Una “narrazione sentieristica” – o un sentiero narrativo – la cui “lettura”, da fare camminando, è quanto di più affascinante vi sia, appunto.

La “Via Decia” dimostra peraltro la relazione altrettanto intensa e profonda della sottosezione Valle di Scalve con le proprie montagne nonché la cura, la sensibilità e la passione verso la loro realtà: doti che sono state ancor più esaltate, se possibile, dalla decisione di schierarsi prontamente contro il progetto del collegamento tra i comprensori sciistici di Colere – in Valle di Scalve, appunto – e di Lizzola, la cui realizzazione devasterebbe alcune delle zone di maggior pregio paesaggistico e naturalistico del territorio scalvino. Una decisione tanto risoluta quanto entusiastica da aver rapidamente convinto delle stesse opinioni l’intera sezione di Bergamo con tutte le sottosezioni, che hanno poi emesso al riguardo una dichiarazione unitaria.

Dunque, lodi e gloria – e ancora complimenti per la “Bandiera Verde” – alla sottosezione del CAI Valle di Scalve, a dir poco esemplare: un prezioso “valore aggiunto umano” che a suo modo rende le montagne scalvine ancora più belle e attrattive.

Il Monte Legnone… ma nel senso di “grosso legno”?

[Il Monte Legnone visto da Domaso, sulla sponda occidentale del Lago di Como.]
Se a dover citare le montagne più note delle Prealpi Lombarde – e probabilmente di tutte le Alpi afferenti al territorio della Lombardia, ma anche oltre – molti nominerebbero le Grigne o il Resegone, soltanto poco meno celebre di esse è il Monte Legnone nonché altrettanto “ammirato”, vista la sua posizione geografica preminente come poche altre che lo rende visibile da chiunque (o quasi) visiti il Lago di Como o si diriga verso la Valtellina e la Valchiavenna.

Il Legnone infatti è il ciclopico fulcro piramidale attorno al quale l’ampio solco morfologico della Valtellina piega verso sud e forma il bacino del Lario, a seguito di ciò che fece il Ghiacciaio dell’Adda nell’era Quaternaria fluendo verso la pianura. Visto invece dal versante opposto, quello bergamasco-lecchese, rappresenta il pilastro d’angolo della catena delle Alpi Orobie che dal monte piegano verso mezzogiorno affiancando il solco del Lago di Como. In buona sostanza, chiunque  dalla pianura lombarda si muova verso il Lario e le valli retiche – Valtellina, Valchiavenna, Val Bregaglia – o al contrario discenda da esse verso Milano, prima o poi se lo ritrova di fronte ovvero…  sopra la testa! In effetti il Monte Legnone può vantare una delle maggiori prominenze in assoluto della catena alpina: se si considerano le rive del lago come il punto più basso del territorio prossimo al monte, a una quota media di 197 m, la prominenza del versante Nord Ovest del Legnone è di ben 2.412 m: una delle più rilevanti di tutte le Alpi, appunto. Una peculiarità già rilevata dai viandanti medievali, al punto che qualcuno di essi riteneva addirittura il Legnone una delle vette alpine più elevate in assoluto.

[L’eccezionale panorama visibile dalla vetta del Legnone, qui verso nord-ovest. Immagine tratta dal volume “Dol dei Tre Signori“.]
Invece la sua sommità si ferma a “soli” 2.609 metri: ben poco in confronto ai giganti retici più a nord, ma abbastanza – anche grazie al suo isolamento – per offrire a chi giunga in vetta una delle esperienze panoramiche più incredibilmente ampie e spettacolari dell’intera catena alpina, una veduta che come poche altre fa pensare di trovarsi a bordo di un velivolo per quanto ci si senta “alti” sul territorio circostante e la sua osservazione non sia limitata da alcun ostacolo (gli altri monti della zona nel raggio di qualche chilometro sono tutti più bassi).

[Il Legnone dalla bassa Valchiavenna. Immagine tratta da visitcolico.it.]
Non è un caso dunque che il Monte Legnone fu tra le prime montagne alpine ad essere dotate di un proprio nome, ben prima che sorgesse qualche tipo di interesse verso le vette nelle popolazioni che abitavano ai loro piedi o transitavano nelle vicinanze. Ma in fin dei conti perché si chiama “Legnone”? Da dove deriva il suo nome? C’entra il legno come si potrebbe ritenere, dunque alberi o boschi particolari presenti sul monte?

No, anzi: in realtà l’origine dell’oronimo deriva probabilmente da un’altra e diversa risorsa naturale montana, l’acqua. Pare infatti che in epoca pre-romana il monte veniva denominato Lineo, dal termine celto-ligure «lin», che significa proprio “acqua”: la conformazione dei suoi versanti, infatti, con profondi canaloni che intercettano e incanalano le acque meteoriche e la neve che cadono sulla zona, lo rendono un naturale serbatoio di accumulo idrico alimentante numerosi corsi d’acqua che dal Legnone defluiscono a valle. Successivamente i Romani lo denominarono Tricuspide, perché dalla zona di Mandello del Lario, ai tempi un importante porto lacustre cui approdavano le imbarcazioni in navigazione da Como e da Samolaco, dove allora arrivavano le acque del Lario, sembrava culminare in tre diverse cime. Poi, nell’alto Medioevo, riaffiorò l’antica radice Lineo: in un documento dell’anno 879 risulta come monte Lineone, forma accrescitiva del nome originario chissà se per ragioni morfologiche o per abbondanze idriche. In ogni caso da Lineone a Legnone il passo fu breve e anche il dotto lessico latino si allineò a tale forma volgare, denominandolo in un documento del 1256 Mons Legnonum.

[L’alto Lago di Como con il Legnone, sulla destra, l’imbocco della Valtellina al centro e i monti delle Alpi del Bernina tra Valchiavenna e Val Masino sulla sinistra. Immagine tratta da terrealteoutdoor.com.]
A proposito di acqua, tra le numerose specificità – tanto naturali quanto culturali – che contraddistinguono il Legnone così come tutte le montagne dotate di particolare valore georeferenziale (il monte è ricco di leggende d’ogni sorta, ad esempio), è doveroso citare la presenza del nevaio di Valorga (Valurga nella parlata locale), considerato da molti il ghiacciaio più basso d’Europa – lo vedete nelle immagini sottostanti. Posto intorno agli 800 metri di quota, alimentato quasi unicamente dalle valanghe che cadono dall’alto percorrendo il profondo canalone nel quale si annida e preservato dalla corrente d’aria fredda che vi scorre nonché dalla copertura di detrito e di alberi abbattuti dalle slavine, fino agli anni Sessanta del Novecento rappresentava la “ghiacciaia pubblica” dei residenti in zona al punto che vi si prelevava il ghiaccio per preparare le granite alla vaniglia consumate nella sagra di San Rocco, il 16 agosto. Oggi temo sia ormai estinto, salvo che per quale residuo di valanga che un’eventuale primavera fresca come quelle d’un tempo permette di conservare fino ai mesi estivi. D’altro canto si può immaginare che i tanti valloni d’ogni taglia che incidono il ciclopico versante nord del Monte Legnone, il quale garantisce ombra prolungata e un microclima più freddo che quello del territorio d’intorno, ospitassero molti piccoli ghiacciai come quello di Valorga: realtà peraltro documentata a fine Ottocento da Giacomo Brisa, uno dei fondatori del Circolo “Stella delle Alpi” di Delebio (nonché medico condotto del paese) che nel 1897 pubblicò la prima guida escursionistico-alpinistica della montagna, il quale rimarcò appunto che «nelle riposte insenature del monte le nevi eterne formano dei piccoli ghiacciai».

Insomma, il Legnone è un monte dal fascino secondo a nessun altro e dal Genius Loci potente e particolare il quale – cito ancora Giacomo Brisa – «racchiude in sé le bellezze imponenti e severe delle Alpi e quelle gaie e civettuole delle Prealpi». Quando vi capiterà di passare al suo cospetto, transitando dall’alto Lago di Como verso la Valtellina o la Valchiavenna, guardate verso l’alto alla vostra destra e, nonostante la sua soverchiante imponenza, apparentemente severa, sappiate che invece saprà raccontarvi un sacco di storie particolari e affascinanti invitandovi a esplorare consapevolmente il suo peculiare piccolo/grande mondo alpestre.

N.B.: buona parte delle informazioni toponomastiche sul Legnone le ho tratte da www.paesidivaltellina.eu, il benemeritissimo sito web di Massimo Dei Cas, vera e propria enciclopedia storico-geografica on line sul territorio della provincia di Sondrio; le altre fonti utilizzate sono linkate nel testo. Le immagini del “ghiacciaio” di Valorga sono tratte da it.wikiloc.com.

Da oggi “Uomini e montagne”, il nuovo podcast di Orobie (e ci sono anch’io!)

Da oggi, 15 gennaio, sul sito di “OROBIE” e sulle principali piattaforme potete ascoltare “Uomini e montagne”, il nuovo podcast curato da Davide S. Sapienza con la regia e il sound design di Damiano Grasselli: un’affascinante immersione per voci e suoni tra vette che toccano il cielo e storie che sfidano il tempo, da scoprire, esplorare, conoscere lascandosi guidare un passo dopo l’altro fin nel cuore e nell’anima della montagna.

Il primo episodio si intitola “L’intelligenza dei piedi” ed è dedicato a uno degli angoli più spettacolari e emblematici delle Grigne, la parete Fasana del Pizzo della Pieve, alla cui storia si intreccia quella di un figura fondamentale per le montagne e l’alpinismo: Vitale Bramani, primo salitore con Eugenio Fasana della parete e inventore delle suole “Vibram”, negli anni Trenta rivoluzionarie e a tutt’oggi tra le più utilizzate in assoluto da chiunque vada per monti e vette.

[Immagine tratta da “Orobie Extra” del 07/01/2025. Cliccate qui per vedere la puntata.]
Nel podcast ci sono anche io: cercherò di raccontarvi il Genius Loci della parete Fasana e la relazione speciale, geografica, antropologica, culturale che lega la parete e il Pizzo della Pieve con la Valsassina, la sua gente e con chi da turista o escursionista vi passi alle sue pendici e volga lo sguardo verso l’alto cogliendone l’imponenza e la referenzialità per l’intero territorio valsassinese.

Dunque, vi invito calorosamente all’ascolto di “Uomini e montagne” e, nel caso, fatemi sapere che ne pensate!

Un nuovo podcast “montano” da non perdere

Nell’ultima puntata di “Orobie Extra”, in onda da martedì 7 gennaio scorso e condotta al solito da Cristina Paulato (cliccate sull’immagine qui sopra per vederla), gli amici Ruggero Meles e Davide Sapienza hanno presentato alcune delle novità che caratterizzeranno la rivista “OROBIE” appena rinnovatasi con il numero di gennaio in edicola: il primo reportage della serie “Uomini e montagne”, dedicato ad alcune grandi e emblematiche pareti delle Alpi lombarde – apre la serie il Pizzo della Pieve e la sua parete Fasana, la più alta delle Grigne, raccontata da Meles – e un ciclo di podcast curato da Davide Sapienza con la regia di Damiano Grasselli, drammaturgo e fondatore del Teatro Caverna, che accompagnerà i reportage ampliandone e arricchendone tanto i contenuti quanto le visioni.

Il primo, quello sulla parete Fasana, si intitola “L’intelligenza dei piedi” e ci sono dentro anche io: lo potrete ascoltare dal 15 gennaio sul sito di “OROBIE” e sulle principali piattaforme.

Ringrazio di cuore Davide – che di podcast dedicati alla Natura è ormai uno degli autori più apprezzati – per avermi coinvolto in questa bella e affascinante novità (e Meles che l’ha sostenuta), che rappresenta un modo non solo innovativo di raccontare le montagne ma pure di dare ancora più senso, sostanza e valore a molto di ciò che rappresentano per i territori, le geografie, i paesaggi e le comunità che abitano alle loro pendici, oltre che per l’identità culturale che rende peculiare la loro vita lassù nel tempo e ancor più nel prossimo futuro.

Dunque, appuntamento al prossimo 15 gennaio!