Domenica scorsa, a Martinengo, con Davide Sapienza

Noi siamo il paesaggio. Non solo perché ne facciamo parte ma perché è un nostro costrutto: siamo noi a percepirlo sensorialmente ed elaborarlo culturalmente. L’invenzione del paesaggio è dunque un atto di pura poiesis, di “fare dal nulla”, e la poiesis è la base della geopoesia.

Domenica scorsa, io e altre fortunate persone abbiamo fatto il paesaggio di Martinengo, dal mirabile “Filandone” in centro all’abitato attraverso i campi agricoli fino alla meravigliosa Cascina Zigò, grazie a “Geopoeta, nelle terre della percezione” e al suo autore, Davide S. Sapienza, con il quale ho avuto il privilegio di dialogare intorno ai temi fondamentali del libro. Un libro imprescindibile da leggere, non solo per ciò che Davide vi ha scritto ma anche perché, appunto, vi aiuta a essere e fare il paesaggio, a diventare autenticamente parte comprendendone la bellezza e il valore. Qualcosa di inestimabile, insomma.

Ringrazio di cuore Davide per tutto questo, come ringrazio Emanuela Zappalalio, Emilio Ponsini e la Biblioteca di Martinengo – curatori al solito impeccabili dell’evento – nonché i proprietari della Cascina Zigò per averci aperto un tale prezioso scrigno di antica avvenenza rurale.

Domenica 28/09, con Davide Sapienza a Martinengo

Domani (o oggi, dipende da quando leggete), domenica 28 settembre, avrò di nuovo il privilegio e il piacere di affiancare Davide S. Sapienza nella presentazione di “Geopoeta, nelle terre della percezione, il suo ultimo fondamentale libro, a Martinengo (Bergamo). Ma non sarà una “solita” presentazione: affiancherò Davide in un cammino geopoetico “bonsai” fino alla Cascina Zigò, una vera meraviglia storica, «sincera, non artefatta, senza fighettismi architettonici» – come scrive Davide sulle sue pagine social; la vedete nell’immagine – presso la quale racconteremo insieme il libro.

L’evento è a prenotazione e risulta sold out, ma se qualcuno volesse partecipare può provare con la lista d’attesa: trovate tutti i riferimenti del caso nella locandina lì sopra.

Dunque, per chi ci sarà, ci vediamo domani/oggi con Sapienza e il “Geopoeta” a Martinengo!

Oggi, 5 settembre, il “Geopoeta” comincia il suo cammino attraverso le “terre della percezione”

Da oggi, 5 settembre, è finalmente disponibile in tutte le librerie la nuova edizione di Geopoeta, nelle terre della percezione, l’ultimo libro di Davide S. Sapienza pubblicato da Meltemi Editore, con le illustrazioni di Vittorio Peretto, una videoopera di Marco Mensa nonché, inopinatamente, la mia prefazione. E vi dico subito che è un libro da leggere, senza se e senza ma.

Come ho già rimarcato qualche tempo fa, il Geopoeta è “il” libro di Davide Sapienza, il manifesto fondamentale di un pensiero che scaturisce dalla lunga esperienza di esplorazioni della Natura e dei paesaggi di uno dei più importanti scrittori italiani (e non solo) al riguardo della nostra generazione, il quale nel libro raffigura e fissa nero su bianco una visione – un’idea, una teoria che s’è già fatta pratica, una filosofia fatta di tanti assunti quanti sono i passi mossi nelle geografie del mondo – relazionale e esperienziale che è propria di Davide ma organica a chiunque altro si dimostri sensibile al mondo che lo circonda: la lettura del libro – consigliatissima, ribadisco – ve lo dimostra fin dalle prime pagine, facendovi sentire per così dire “autori”, voi stessi, delle parole che in quel momento state leggendo e leggerete.

Davide, al quale mi lega un’amicizia ormai di lungo corso, mi ha concesso l’enorme privilegio di scrivere la prefazione del Geopoeta. Per me affrontare questo impegno, tanto grande (da brividi, inizialmente) quanto affascinante, ha significato (e continua a significare) mettermi con ancora più dedizione nella sua scia cercando di calcare gli stessi passi, le stesse orme impresse sul corpo della Terra in un’esplorazione assoluta dello spazio e del tempo di questo nostro mondo, un cammino che va oltre il sentiero battuto della scrittura per crearne di nuovi e stra-ordinari con i quali poter esplorare ogni ambito che la percezione possa raggiungere.

Riprendendo quanto rimarca la presentazione editoriale del libro, con Davide – ovvero rileggendo Geopoeta per poi scriverne – ho capito ancora più a fondo e ribadito l’importanza di esplorare e ascoltare, di osservare e intuire e così costruire un percorso personale dei paesaggi che viviamo e siamo, un cammino materiale e immateriale stimola di continuo la riflessione attiva circa la nostra presenza nel mondo. Per tali aspetti (anche), la mia in fondo è certamente una prefazione al libro, che mi auguro sia realmente in grado di introdurvi alla sua bellezza geopoetica, ma nel testo c’è pure la testimonianza di un’introduzione a me stesso-lettore del libro e al personale paesaggio interiore che è lo specchio di quello esteriore, cioè di quelle “terre della percezione” delle quali Davide esplora la realtà e il mistero riportandone la narrazione. Anche per questo veramente Geopoeta – di nuovo cito la presentazione dell’editore – «è un libro che “viaggia” dentro e fuori di tutti noi, in equilibrio tra intuizione e immaginazione, riducendo al minimo l’approccio analitico. Attraverso le sue pagine, si sfida la percezione contemporanea del nostro rapporto con la Terra e l’Universo, valorizzando la conoscenza esperienziale come strumento di libertà. Quella che ci presenta Sapienza è un’opera che invita a scoprire e conoscere, lasciandosi guidare dal cuore e dalla mente lungo il cammino evolutivo.»

Insomma: Geopoeta è un viaggio bellissimo, affascinante, illuminante, che potete compiere attraverso la lettura e dovete poi ribadire con il cammino «nelle terre della percezione», quelle che abbiamo numerose intorno a noi – il paesaggio è percepibilmente potente nell’Artico, nel deserto sahariano o tra i ghiacciai himalayani, ma vi garantisco che lo è pure fuori dall’uscio di casa, ovunque si trovi – cioè quegli spazi del mondo che possiamo realmente scoprire e esplorare solo se sappiamo tenere non solo aperti gli occhi e la mente ma pure il cuore, l’animo, lo spirito. Perché ogni cosa di questo nostro mondo si rivela “geopoetica” se la poiesis rivelatrice ce l’abbiamo dentro – e c’è, in ognuno di noi: è il senso della nostra vita, ciò che ci rende pienamente viventi.

[Cliccate sull’immagine per scaricare il pdf.]

Geopoeta, nelle terre della percezione, che oltre a quanto sopra esposto dona ai suoi lettori anche la videoopera “Contrafforte Pliocenico” di Marco Mensa per Ethnos e le mirabili illustrazioni di Vittorio Peretto, è – lo denoto ancora – uno dei libri più importanti, forse il più importante, usciti in Italia sul tema della nostra relazione con il mondo, i paesaggi, la Natura, il tempo in divenire che viviamo. Una lettura realmente imperdibile, tenetene ben conto.

L’Adula, la montagna “navigante”

[Il gruppo dell’Adula visto dalla Valle di Blenio. Foto di Markus Bernet, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte commons.wikimedia.org.]
Nelle Alpi vi sono alcune montagne che, pur essendo morfologicamente importanti ma non vantando altitudini tra le maggiori, risultano meno note di altre ben più celebrate, eppure possiedono una storia geografica e un carisma alpestre assolutamente notevoli. Ma non solo: a volte possiedono doti addirittura… strabilianti.

L’Adula (3.402 m, Rheinwaldhorn in tedesco e Piz Valragn in romancio), la vetta più alta del Canton Ticino, in Svizzera, è senza dubbio una di queste. Quale altra montagna d’altro canto potrebbe vantarsi di aver “girovagato” qui e là per buona parte delle Alpi tra l’Italia e la Svizzera?

Ma andiamo con ordine – un ordine gerarchico, per così dire. Sì, perché l’Adula, pur non essendo come detto una delle vette alpine più elevate e nemmeno tra le più imponenti, è risultata sempre centrale nella considerazione antica della catena alpina e nei primi tentativi di elaborarne una identificazione geografica.

[L’Adula in una carta svizzera del 1868 e, qui sotto, in una foto satellitare del 2021. La vetta è indicata dalla freccia gialla e rossa; per ingrandire le immagini cliccateci sopra. Si noti la drammatica riduzione della superficie dei ghiacciai del monte.]

Infatti nella Cosmographia di Claudio Tolomeo, risalente al secondo secolo dopo Cristo e riscoperta in Europa nel Quattrocento, i toponimi riferiti alla regione alpina sono pochissimi, segno di una conoscenza assai scarsa della catena. Il più frequente, se si toglie il termine generico «Alpes», è proprio Adula. Ciò perché con questo toponimo si intendeva un territorio montano molto più grande di quello che è l’attuale Gruppo dell’Adula: sicuramente si identificava la zona tra gli attuali Passo della Novena e Passo del San Bernardino, quindi tra il Piemonte, l’alta Lombardia e i cantoni svizzeri adiacenti (al proposito Stefano Franscini, celebre politico e pedagogista svizzero-ticinese ottocentesco, scrive che «la contrada cis-cenerina costituisce il pendio meridionale di un anello della vastissima catena delle Alpi, vogliam dire le Alpi Lepontine, o Elvetiche, o Adule»), ma secondo alcuni addirittura le «Alpi dell’Adula» arrivavano fino all’alta Valtellina e alle sorgenti dell’Adda. Al punto che si è ipotizzato che lo stesso toponimo «Valtellina» originasse – in maniera lessicale invero parecchio “acrobatica” – da Adula, da cui derivava il termine Tulla e da questo Val Tullina.

[Il versante ovest dell’Adula, quello del Canton Ticino. Foto di Marco Lurati, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Ecco, a tale proposito: ma l’oronimo Adula che origine avrebbe, poi?

Non si sa con precisione e ciò è piuttosto strano, vista la così antica conoscenza dello stesso e la sua riconosciuta referenzialità geografica.

Forse, al riguardo, è proprio il fiume Adda a darci una buona dritta, e d’altro canto una certa apparente assonanza tra i toponimi «Adda» e «Adula» è piuttosto intuitiva. Secondo alcuni studiosi Adda è un termine di origine celtica, derivando dal vocabolo abda, nel senso di «acqua che scorre impetuosa». Secondo altri, il toponimo originerebbe dal latino Ad dua con il significato di «due sorgenti». In effetti anche dai monti dell’Adula si originano due fiumi importanti: a nord vi è una delle principali sorgenti del fiume Reno, uno dei maggiori d’Europa, a sud scendono i principali affluenti dell’alto corso del fiume Ticino, il principale affluente del Po per volume d’acqua e in assoluto il secondo fiume italiano per portata d’acqua. Peraltro, se si considera la georeferenza antica del termine Adula, quella con cui si identificava un’ampia regione delle Alpi Centrali, vi si trovano le sorgenti di altri importanti fiumi, tutti parecchio impetuosi. Dunque, pur rimanendo nel campo (sempre un po’ spinoso) delle ipotesi toponomastiche, potrebbe effettivamente essere che l’oronimo «Adula» condivida l’origine con il fiume Adda, con ciò riconferendo valore anche all’antica referenza geografica.

[Il versante nord dell’Adula, nel territorio del Canton Grigioni. Foto di 32 Fuß-Freak, opera propria, CC BY 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Ma veniamo alla dote più “strabiliante” che presenta l’Adula: quella di essere stata una montagna navigante! Già, proprio così.

Qualcuno avrà capito che, con tale definizione, mi ispiro al titolo del celebre e bellissimo libro di Paolo Rumiz, mentre spero che tutti intuiscano che non fosse la montagna vera e propria ad andarsene a zonzo per la catena alpina, ma lo ha fatto per molto tempo il suo toponimo – così che, formalmente, per certi versi vi sia “andata appresso” anche la montagna.

Come detto poco fa, in origine con il nome «Adula» si identificava non un singolo monte ma una regione alpina variamente ampia, e la citazione sulla Cosmographia di Tolomeo non fa capire a cosa il toponimo faccia riferimento nello specifico.

Nel 1495 Conrad Türst pubblica la prima carta della Svizzera: su di essa l’Adula si piazza più o meno sul Passo del San Gottardo, dal quale in realtà dista quasi 40 chilometri in linea d’aria. Con altre pubblicazioni cartografiche di ispirazione tolemaica più o meno coeve la montagna se ne va ancora più a zonzo e diventa veramente “navigante”, venendo indicata nelle più disparate ubicazioni.

[Immagine fotografica del 1906 con il villaggio di Hinterrhein, la Rheinwaldtal, lo Zapportgletscher e il versante est dell’Adula/Rheinwaldhorn. Sulla sinistra si intravede anche l’inizio della salita della strada verso il Passo del San Bernardino. Fonte commons.wikimedia.org.]
Nel 1511 una mappa che appare a Venezia, ripresa anche da Sebastiano Münster nella sua Cosmographia del 1544, di Adula ne segna persino due, una posta più a nord e una più a sud della reale posizione. Dalla seconda vengono addirittura fatti nascere molti dei principali fiumi delle Alpi occidentali come l’Aar, la Doubs, il Rodano, l’Isère, la Durance, il Var ed il Reno (cosa che, pur idrograficamente errata, darebbe credito a una delle possibili origini del nome della montagna prima citate quale dispensatrice di «acque impetuose»).

Più o meno negli stessi anni Aegidius Tschudi pubblica l’Alpisch Rhetia, uno studio storico-geografico comprendente anche una cartina della Svizzera: su di essa l’Adula si è spostata a est della Val Calanca, cioè più a sud della sua posizione reale.

Finalmente a fine Cinquecento il cartografo fiammingo Abramo Ortelio, su una delle tante carte prodotte, fa tornare e piazza per la prima volta l’Adula nell’ubicazione più o meno corretta. Tuttavia, ancora per un certo periodo alcune delle carte precedenti faranno scuola reiterando le imprecisioni geografiche e quindi il vagabondaggio dell’Adula qui e là per le Alpi centrali. Fino a che nei secoli successivi la progressiva evoluzione delle scienze geografiche, e dunque della cartografia, termineranno le navigazioni alpestri e consentiranno all’Adula di diventare “stanziale” nel punto dove oggi la possiamo ammirare in tutta la sua bellezza.

[L’Adula/Rheinwaldhorn visto dal vallone di Lanta sul versante settentrionale, con l’omonimo ghiacciaio. Foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
In ogni caso, nonostante l’Adula abbia ormai acquisito una definitiva immobilità (!), resta intatto il fascino e il carisma di una montagna non tra le più celebri in assoluto, come detto, ma sicuramente tra quelle più importanti e emblematiche per un’ampia parte delle nostre Alpi.

N.B.: buona parte delle informazioni geografiche che avete letto sono tratte da questo articolo (risalente al 1941!) sul sito web del Club Alpino Svizzero.

Senza sapienza non c’è nemmeno preveggenza

[Immagine tratta dal video della canzone Are You Lost In The World Like Me? di Moby & The Void Pacific Choir.]

Sarebbe impossibile eliminare per un tempo prolungato tutta la tecnologia, quindi anche abiti, scarpe, viveri conservabili, alcuni semplici utensili e attrezzi, il controllo del fuoco, in quanto la nostra specie, chiamata con presunzione Homo Sapiens, è nata in una condizione in cui queste tecnologie erano già disponibili, ereditate da altre specie di Homo; senza di esse le nostre sole doti naturali non basterebbero alla sopravvivenza. Non è mai esistito un Sapiens in grado di vivere senza utensili, per quanto semplici; ed è un fatto su cui riflettere, perché la crisi che provochiamo al pianeta, oltre che a noi stessi, parte da qui. La sapienza, se ci fosse, comprenderebbe la capacità di limitare lo sviluppo tecnologico entro limiti non autodistruttivi. E se davvero esistessero inventori geniali, nel produrre un’innovazione l’accompagnerebbero con gli antidoti atti a risolvere gli squilibri che essa provocherà. L’uomo non è nato con questa preveggenza.

[Franco Michieli, Le vie invisibili. Senza traccia nell’immensità del Nord, Ponte alle Grazie, 2024, pag.24.]

Veramente c’è da riflettere sul fatto che non è mai esistito un Sapiens in grado di vivere senza utensili come suggerisce Franco Michieli, naturale o meno che sia. Ovvero su come la tecnologia, da elemento in grado di sancire l’effettiva superiorità dell’essere umano su ogni altra specie terrestre, sia per molti versi un fattore che ha generato un inopinato degrado della sua sapienza. Stiamo per sbarcare su Marte ma ci sentiamo persi se restiamo senza smartphone: forse una delle due cose non è così contestuale all’altra e rivela una certa profonda stortura nella nostra evoluzione. Anche per come entrambe le tecnologie, nella loro essenza, spesso e volentieri le utilizziamo per distruggere la Terra più che per renderla un posto migliore da vivere – non solo per noi.

No, decisamente senza sapienza non c’è nemmeno preveggenza.