Il sostegno regionale all’agricoltura di montagna lombarda: benino ma non benissimo

[Mucche di razza bruna alpina al pascolo nella Valle dei Forni sopra Santa Caterina Valfurva. Foto tratta da www.pedranzini.com.]
Qualche settimana fa la Regione Lombardia ha stanziato oltre 17,7 milioni di Euro a sostegno di 4500 aziende agricole delle aree montane lombarde, grazie al decreto 15540 del 31 ottobre 2025 per il sostegno alla zone con svantaggi naturali di montagna. In questo modo, secondo la Regione, si premiano «l’impegno e la tenacia di chi vive la montagna mantenendo così attivo il territorio. Uomini e donne che ogni giorno custodiscono il paesaggio, assicurano presidio ambientale e tramandano le nostre tradizioni rurali. La montagna non chiede assistenza, ma strumenti per restare competitiva e attrattiva: questo bando rappresenta un segnale concreto di attenzione e di fiducia verso chi sceglie di continuare a lavorare in quota, nonostante le difficoltà.»

Ottima iniziativa, verrebbe da pensare, e in effetti lo è. Tuttavia, un rapido calcolo denota che la somma stanziata equivale a poco più di 3900 Euro ad aziendaqui trovate l’esatta ripartizione per ogni provincia lombarda; peraltro nello stanziamento vi sono incluse anche quelle di pura pianura, quindi la somma pro capite destinata effettivamente alle aziende montane è anche minore. Si tratta di un aiuto importante, senza dubbio, tuttavia importi del genere non possono certamente sostenere granché a chi lavora in montagna cercando di mantenerla «competitiva e attrattiva»: ci vorrebbe di più, molto di più e non solo a livello di finanze ma pure di sostegno politico concreto e di strategia di sviluppo articolata, organica e di lungo periodo, non legata a iniziative del momento certamente lodevoli ma pure assai propagandistiche (motivo per il quale in queste circostanze vengono sempre decantate le somme totali e non quelle singole destinate ai fruitori: decantare 3900 Euro ad azienda non dà l’idea di un grande aiuto, per l’appunto!)

[Campi di grano saraceno nei pressi di Teglio. Foto tratta da www.cibotoday.it.]
D’altro canto, di nuovo, leggendo notizie del genere non si può non pensare agli stanziamenti molto più cospicui che la stessa Regione Lombardia dedica al turismo sciistico attivo negli stessi territori montani dove spesso lavorano le suddette aziende agricole, e raffrontare le cifre in gioco e ancor più le proporzioni: quanto dedicato dalla Lombardia a tutte le aziende agricole montane equivale al costo di un singolo impianto di risalita di buona portata, come quelli alla cui realizzazione la Regione Lombardia partecipa munificamente. Impianti che invece servono ben poco a «custodire il paesaggio, assicurare presidio ambientale e tramandare le nostre tradizioni rurali», per riprendere la citazione regionale. Quindi perché la Lombardia, la cui dirigenza politica dovrebbe essere alquanto sensibile agli aspetti appena citati, finanzia più questi impianti di risalita che i propri agricoltori montani?

[Allevatori di capre di razza orobica a Valgoglio, in Valle Seriana. Foto tratta da www.ecodibergamo.it.]
Ancora una volta, insomma, siamo di fronte ad un’iniziativa istituzionale basata sul principio del «Piutost che nient l’è mej piutost», come si dice nel dialetto milanese: piuttosto che niente, è meglio piuttosto; l’ho già affermato in merito alla recente “Legge sulla Montagna”. Una condizione di evidente “assistenza”, altroché, ben più che di supporto alla competitività e all’attrattività, che in pratica rinnova il costante stato di precarietà nel quale le nostre montagne giacciono da tempo, lasciando alle loro economie peculiari solo le briciole degli stanziamenti finanziari e dell’attenzione politica al fine di preservare lo spazio d’azione per altre economie, evidentemente ben più gradite alla politica e più funzionali ai propri scopi ma molto meno consone e utili alla costruzione del miglior futuro possibile per i territori montani e per le loro comunità.

Finché si continuerà ad agire per le montagne con queste modalità, temo che il loro futuro e delle comunità che le abitano resterà parecchio fosco con ben poche possibilità di rischiararsi, anzi. Ma evidentemente, vista la realtà delle cose invece piuttosto chiara e inequivocabile, è la sorte che i decisori politici non sanno evitare per i nostri territori montani. Non si può che temere questo, oggettivamente.

I bandi per la montagna di Regione Lombardia: ottima cosa. No, anzi: non così tanto.

Leggo che Regione Lombardia ha stanziato 17 milioni di Euro per i progetti del bando “Valli Prealpine” al fine di «contrastare lo spopolamento e rigenerare i territori di montagna, con il potenziamento e la valorizzazione di beni e di servizi pubblici a favore delle comunità locali» e mi dico: ottima cosa! E lo è, in effetti, come lo sono i recenti bandi lombardi per l’agricoltura di montagna (17 milioni) o per i rifugi (5 milioni). Ma appena dopo penso che, pur mettendo insieme gli investimenti di tutti questi bandi “virtuosi”, la somma rappresenta solo una piccola parte di quella che la stessa Regione Lombardia ha stanziato, o intende stanziare, per infrastrutture sciistiche in zone poste a quote inferiori di 1800-2000 m, al di sotto delle quali lo sci non è più scientificamente garantito in forza dei cambiamenti climatici in corso. Soldi sostanzialmente buttati, insomma, ovvero tolti a molti altri progetti ben più necessari e utili alle comunità residenti in quei territori e realmente funzionali a combattere lo spopolamento e sostenere l’attrattività abitativa.

Si consideri i soli progetti di nuovi impianti tra Lizzola e Valbondione, per i quali Regione Lombardia stanzierebbe 19 milioni, di Piazzatorre (da Regione 14 milioni), Maniva (12,5 milioni), Montecampione (13 milioni)… con il totale siamo già ben oltre le cifre per quei bandi “virtuosi” sopra citati. Ce ne sono sicuramente altri di questi bandi, così come ci sono decine di altri progetti sciistico-turistici parimenti opinabili in corso in Lombardia, tra nuovi impianti di risalita, opere per l’innevamento artificiale, strade, parcheggi e altri interventi a corredo; ciò senza contare i progetti estivi (soprattutto le tante ciclovie assai discutibili) e gli stanziamenti per le prossime Olimpiadi di Milano-Cortina. Insomma, la bilancia è inesorabilmente squilibrata a favore di questi secondi, non dei primi.

Va bene così? Forse sì: ma nello stato in cui si trovano i nostri territori di montagna (e scrivo «nostri» per indicare non solo la montagna lombarda ma tutte le montagne italiane), non dovrebbe avvenire il contrario cioè una preponderanza di finanziamenti pubblici per progetti, opere e interventi a reale supporto della quotidianità delle comunità di montagna e dei servizi di base a loro necessari (si pensi ai continui tagli del trasporto pubblico che serve i comuni montani, per dirne solo una) destinandone una parte ben minore a supporto del turismo e solo dove sia sensato e logico intervenire. Senza dimenticare poi che gli stanziamenti pubblici nel settore turistico vanno spesso a vantaggio di soggetti privati che lavorano (giustamente) per il lucro, non a diretto favore delle comunità locali: che poi ci possano essere ricadute positive – il tanto celebrato e a volte fantomatico “indotto” – è verissimo, ma è evidentemente qualcosa di ben diverso dall’intervenire direttamente per finanziare scuole, ambulatori di sanità pubblica, bus o per manutenere le strade locali oppure sistemare le situazioni di dissesto idrogeologico.

Tutto questo lo evidenzio non tanto per dar contro a quei progetti sciistico-turistici – se pur la loro notevole irrazionalità rende inevitabile farlo – quanto per obiettività rispetto alla realtà effettiva delle cose oltre che osservanza del più ordinario e necessario buon senso. Il quale, non mi stancherò mai di ripeterlo, è un elemento fondamentale nella gestione politico-amministrativa e socio-culturale dei territori delicati come quelli di montagna. Combattere il loro spopolamento e sostenerne lo sviluppo a lungo termine non significa spendere tanti soldi ma spenderli razionalmente dove è realmente necessario senza inseguire affarismi, propagande, ideologismi e tornaconti particolari, visto anche che, finanziariamente, non siamo la Svizzera o il Lussemburgo. E vedere aprire nuove seggiovie lungo le piste da sci nel mentre che nei rispettivi paesi si vedono chiudere le scuole o eliminare i bus non è cosa degna di un paese realmente civile e democratico.

La mafia dei pascoli di carta

[Immagine tratta da qui.]
Quando andate per montagne e, facilmente, vi imbattete in pascoli abbandonati, stalle e fienili cadenti, prati non più falciati e prossimi al rimboschimento, e dunque vi viene da pensare e da rammaricarvi riguardo quanto sia triste l’abbandono e lo spopolamento dei territori di montagna, in molti casi siete nel giusto ma in altrettanti no. Perché a volte i montanari ovvero altre figure che ben volentieri lavorerebbero sulle montagne e ne manterrebbero la vitalità economica, dunque pure la qualità del territorio e la cura del paesaggio, ci sarebbero ma vengono posti nella condizione di non poter lavorare, lassù, se non a condizioni quasi impossibili. E tutto questo attraverso modalità speculative di stampo mafioso indotte da una legislazione in origine virtuosa ma poi, sul campo (e, tocca segnalarlo, sulle montagne italiane in maniera più frequente che altrove), troppo burocraticizzata e anche per questo facilmente sfruttata in modi loschi.

Racconta questa triste e inquietante realtà l’ultimo libro di Giannandrea Mencini, Pascoli di carta. Le mani sulla montagna, appena edito da Kellermann Editore, nel quale l’autore esplora a fondo un fenomeno ormai diffuso dalle Alpi agli Appennini, variamente definito “Mafia dei pascoli”, “Montagne d’oro” o “Pascoli di carta” e basato sull’ingente quantità di risorse messa in campo dalla Comunità europea nel settore agricolo, la quale ha generato una speculazione che inquina il settore montano dove spesso si intrecciano azioni scorrette, false dichiarazioni, animali “figuranti”, pratiche di compravendita di alpeggi al limite della legalità. Un meccanismo contributivo che fa salire il prezzo degli affitti dei pascoli e che fra mancanza di controlli, creazione di società fittizie e truffe reiterate, danneggia la montagna.

Per spiegare meglio il fenomeno – per come lo illustra l’autore stesso in questo articolo – accade che

Esistono grandi aziende di pianura che vengono a prendersi le malghe in montagna e offrono affitti che nessun allevatore locale può permettersi, poi si prendono i contributi comunitari sui pascoli appoggiando i titoli e son migliaia di euro. Nelle aste pubbliche i pascoli venivano aggiudicati al miglior offerente con delle condizioni che attiravano allevatori soprattutto di pianura che facevano figurare sulla carta la monticazione per poter accedere ai premi della Politica agricola comune dell’Unione Europea (Pac). In realtà, in alpeggio non ci andavano o ci portavano pochi animali “figuranti” rispetto a quello per il quale riuscivano a percepire i premi comunitari. Così gli allevatori locali, più legati al territorio montano e che sul serio “vivono in pendenza” con tutte le conseguenti difficoltà logistiche e sociali, non partecipano per le condizioni economiche troppo onerose e chi si aggiudica gli appalti non porta gli animali in montagna col conseguente deterioramento anche ambientale della qualità dei pascoli.

Nuovamente, la montagna è un territorio che forse come nessun altro presenta un’emblematica contraddizione tra la bellezza del suo paesaggio o, per meglio dire, la percezione al riguardo derivante dall’immaginario diffuso – quello che vede su ogni montagna l’idillica baita di Heidi, per intenderci e per citare (o “contro-citare”) quel noto testo di Sergio Reolon – e la realtà effettiva delle montagne, sovente assoggettate a pratiche del tutto bieche e perniciose tanto quanto incomprese nella loro sostanza oppure ignorate che sul serio mettono a rischio quella bellezza tanto celebrata ma poi, in concreto, molto poco compresa e realmente salvaguardata.

Un libro sicuramente da leggere, Pascoli di carta, anche se già temo che in chi ama le montagne provocherà non pochi mal di pancia – ma quanto mai necessari, per il bene futuro delle montagne stesse.