Il “meraviglioso silenzio” dei libri (Paul Auster dixit)

Leggere per me era evasione e conforto, era la mia consolazione, il mio stimolante preferito: leggere per il puro gusto della lettura, per il meraviglioso silenzio che ti circonda quando ascolti le parole di un autore riverberate dentro la tua testa.

(Paul Auster, Follie di Brooklyn, Einaudi, 2005, trad. di Massimo Bocchiola)

E’ anche per – anzi, contro il terribile baccano nel quale il mondo contemporaneo sprofonda, per buona parte generato da un vuoto e stupido vociare, che noi dovremmo con ancora maggior forza ricercare e trovare il silenzio donato dalla lettura, come dice Auster, e lo speciale “dialogo” che in esso si crea con il libro, il suo autore, la sua storia, i personaggi e ogni altra cosa.

Poesia e “business”, pure peggio del crimine… (Thoreau dixit)

Credo che non esista niente – neppure il crimine – maggiormente contrario alla poesia, alla filosofia e alla vita stessa che questa incessante smania per il business.

(Henry David Thoreau, citato in Life without principle, 1863, in origine What Shall in Profit, 1854)

Uhm… Considerando che Thoreau era uno che già a metà Ottocento aveva capito tantissimo di come si sarebbe evoluta la civiltà umana, ovvero da quante stolte e bieche devianze sarebbe stata traviata, considerando che era un fine e prolifico letterato, intendendo per “poesia” nella citazione qui sopra la letteratura in senso lato (visto che a quei tempi “letteratura” significava soprattutto poesia, appunto) e considerando che – a quanto pare – disse pure…

Leggi per primi i libri migliori: potresti non avere l’occasione di leggerli tutti.

…Mi viene da chiedere: forse che Thoreau vide nel futuro, per chissà quale prodigioso intuito, come e quanto si sarebbe (e si è) degradato il panorama editoriale e letterario italiano, colpevole per mano dei suoi maggiori protagonisti (i “grandi” editori, già!) d’aver ridotto la letteratura a mero business anche grazie alla diffusione di pessimi libri che rendono quanto affermato da Thoreau – leggere soprattutto bei libri, non ignobile fuffa – una necessità vitale per il lettore ma anche per l’autentica e buona letteratura, appunto soffocata da libroidi di valore letterario nullo?

No, ovviamente no. E’ solo una mia congettura assai polemica, una specie di acido vaneggiamento.
Però…

Gli “intelligenti” ignoranti (Douglas Adams dixit)

La parola “naturale”, che spesso dobbiamo utilizzare nel senso di “non strutturato”, descrive in effetti forme e processi che appaiono così impenetrabilmente complessi da renderci impossibile la percezione del lavorio di semplici leggi naturali.
Sappiamo tuttavia che la mente è capace di comprendere queste cose in tutta la loro complessità e in tutta la loro semplicità. Una palla che vola nell’aria risponde alla forza e alla direzione con la quale è stata lanciata, all’azione della gravità, all’attrito dell’aria per superare il quale deve consumare la propria energia, la turbolenza dell’aria attorno alla propria superficie e la velocità e la direzione della rotazione della palla.
E tuttavia, anche chi dovesse avere difficoltà a calcolare coscientemente il risultato di 3 x 4 x 5, non avrebbe problemi a fare un calcolo differenziale e tutta una serie di operazioni collegate con una velocità così sorprendente da riuscire effettivamente a prendere una palla al volo.
Chi lo chiama “istinto” non fa altro che dare un nome al fenomeno, senza assolutamente spiegarlo.

(Douglas Adams, Dirk Gently, agenzia investigativa olistica, Mondadori 2012, pagg.176-177. Traduzione di Andrea Buzzi)

cop_dirk-gentlyIn questo passo del grandissimo umorista inglese scomparso nel 2001 – che parrebbe tratto da un saggio scientifico ma, vi assicuro, Dirk Gently è invece da uno spassoso e sagace romanzo che riflette bene il classico stile di Adams – in questo passo, dicevo, vi è una indiretta (ma mica tanto, poi) riprova tanto semplice e ovvia quanto ineluttabile di come l’ignoranza di molta (troppa) gente non è affatto dovuta a scarsità intellettuale, dacché ogni individuo di intelletto buono ne avrebbe da vendere, al punto da saper compiere perfettamente un’azione così complicata quale è il prendere una palla al volo, come spiega perfettamente Adams. No no, l’ignoranza, intesa nell’accezione peggiore possibile e, ahimè, più diffusa, è veramente e concretamente una colpa. Grave, per giunta: quella di avere una testa pensante e decidere di non utilizzarla. Una testa capace di risolvere in pochi istanti complicati calcoli matematici eppure di contro incapace di non far compiere a molta (troppa, ribadisco) gente azioni talmente stupide, rozze, incivili, maleducate, barbare, efferate tanto da essere ignobili persino per il più feroce e selvaggio animale. Al quale, tanto, l’uomo si sentirà sempre e comunque superiore, essendosi autoproclamato essere più intelligente del pianeta. Lo sarebbe, probabilmente, se attivasse il proprio cervello non solo quando debba semplicemente prendere una palla al volo…

P.S.: e a breve, come intuirete, la recensione del romanzo in questione…

In lode e gloria del racconto (Joe R. Lansdale dixit #2)

Scrivere romanzi mi piace, ma non ho mai nascosto di preferire i racconti. Intanto perché mi consentono di sperimentare a volontà. Certo, coi romanzi tento di fare lo stesso, ma è nei racconti che posso spaziare come e quanto desidero. Le opportunità sono maggiori, così come il tempo necessario a scriverne uno è di gran lunga inferiore a quello di un romanzo, anche se dal punto di vista economico sono le grandi dimensioni a fornire un miglior rapporto tempo/benefici, cosa che dalle mie parti è molto apprezzata.
Ciò detto, non è che i racconti siano più facili da scrivere per via della loro brevità e del minor dispendio di tempo. Qualcuno – non ricordo chi – ha sostenuto a ragion veduta che un romanzo costituisce la scappatoia più conveniente per scrivere un racconto.
Niente mi attizza di più di una bella raccolta di racconti, e se c’è una cosa che mi ha sempre stupito, dato l’impatto che il lavoro e gli impegni familiari esercitano oggi giorno sulle nostre vite, è come il racconto non sia diventato il genere letterario più diffuso, invece di quei mallopponi capacissimi di schiantare un bue, se gli cadono addosso. Sulla carta, per come la vedo io, non dovrebbe esserci niente di più piacevole della comoda lettura di un buon racconto, anche soltanto uno al giorno, piuttosto che essere costretti ad aspettare le vacanze estive o un viaggio in aereo per spararsi, una o due volte l’anno, un romanzo di ragguardevole stazza.
Data la mia professione, immagino che ogni anno potrei farmi fuori senza grossi problemi un non esiguo numero di romanzi e raccolte di racconti; ma se amate la lettura, e il fattore tempo ha la sua fondamentale importanza, perché non dovreste prendere in considerazione il racconto invece del romanzo?
A casa mia, negli Stati Uniti, parrebbe in atto una certa rinascita del racconto, ma in confronto alla popolarità del romanzo si tratta ancora di un fenomeno di scarso rilievo. Però è anche vero che il sottoscritto non ha ancora capito bene come funziona il forno a microonde…

(Joe R. Lansdale, introduzione a Altamente esplosivo, Fanucci Editore 2010, traduzione di Luca Conti, pagg.9-10)

Un efficace e ovviamente prestigioso assenso – anche se indiretto – da parte del celebre (e celebrato) scrittore americano al mio post sulla stessa questione di qualche tempo fa…
(E a breve, qui nel blog, la recensione di Altamente esplosivo…)

Opere letterarie immortali vs. pacche sul culo… (Joe R. Lansdale dixit #1)

Ogni volta che uno scrittore o una scrittrice si accinge al suo lavoro, dovrebbe farlo pensando che magari è l’ultima volta che gli sarà concesso di tenere la penna in mano, o che forse quella sarà l’unica sua opera destinata a raggiungere i posteri. Questa non è garanzia automatica di successo ma di sicuro è sempre meglio che schiaffare su carta la prima cosa che vi passa per la testa e spedirla in circolazione, come si dice, in brache di tela, al massimo con una semplice pacca sul culo e un augurio di buona fortuna.

(Joe R. Lansdale, introduzione a Altamente esplosivo, Fanucci Editore 2010, traduzione di Luca Conti, pag.11)

Chissà perché, ma ultimamente quella pacca sul culo citata da Lansdale mi pare piuttosto in voga, tra gli aspiranti scrittori…
(E a breve, qui nel blog, la recensione di Altamente esplosivo…)