Come ho scritto in questo articolo del blog, il 19 marzo scorso a Formazza è stata presentata la “Carta dei Valori Walser”, un documento nato dal lavoro delle comunità Walser italiane, oggi riunite nell’associazione Südwalserverein, con il quale viene elaborato un nuovo approccio al rispetto del territorio alpino (afferente alla zona di residenza delle comunità walser ma non solo) ed al rapporto tra turismo e comunità residenti.
La Carta non è soltanto un documento che contiene considerazioni, princìpi e proposte di notevole valore per il presente e il futuro delle montagne che la secolare cultura Walser, forte della propria storia, offre a beneficio di tutte le comunità alpine, ma rappresenta pure una lettura bellissima, profonda pur nella necessaria sintesi dei temi toccati, balsamica e illuminante per chiunque ami le terre alte e abbia a cuore il loro futuro.
Della Carta, che tra le altre cose punta a garantire un’esperienza indimenticabile ai visitatori/ospiti ed un futuro sostenibile all’ambiente montano e ai suoi abitanti, ne ho parlato per “L’AltraMontagna” con il fotografico, scrittore, padre del “Sentiero Italia”, “collega” nell’Officina Culturale Alpes e, in questo caso, curatore della “Carta” Riccardo Carnovalini:
Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo. Le fotografie in testa al post, ove non diversamente indicato, sono di Riccardo Carnovalini.
[Veduta di Riale, la frazione più settentrionale del comune di Formazza. Foto di Ruggero Domenichini su Unsplash.]Oggi 19 marzo a Formazza, nell’omonima valle delle Alpi Lepontine (provincia del Verbano-Cusio-Ossola), viene presentata la Carta dei Valori Walser, un documento che costituisce un nuovo ed importante riferimento per la salvaguardia delle Alte Terre, un elenco di indicazioni e riflessioni che prende spunto dalla storia del popolo Walser ed è rivolto a chi si avvicina alla montagna e a chi già vive in montagna e di montagna.
Realizzata dall’Associazione Sudwalserverein – Walser del Sud delle Alpi, che riunisce le associazioni culturali delle Comunità Walser piemontesi di Formazza, Premia, Baceno, Macugnaga, Campello Monti, Rimella, Carcoforo e quelle valdostane di Gressoney-Saint-Jean e Gressoney-La-Trinité, e curata da Riccardo Carnovalini, la Carta rappresenta a mio parere una meravigliosa e esemplare attestazione di attenzione, consapevolezza, sensibilità, cura, visione e amore non solo verso i territori montani storicamente abitati dalla comunità Walser italiana ma nei confronti di tutte le nostre montagne, condensata in un documento composto da «10 riflessioni e qualche suggerimento per vivere e salvaguardare i territori montani prendendo spunto dalla cultura e dalla storia Walser».
Come si legge nella presentazione della Carta, è un decalogo pensato per abitanti e ospiti, dove l‘ospite è sia colui che accoglie e sia chi viene accolto. Ecco perché, in alcuni punti della Carta, le comunità e gli ospiti sono affiancati, in un “botta e risposta“ che coinvolge entrambi per un futuro in cui ambiente, cultura ed economia convivano armoniosamente.
[Veduta di Ponte, nucleo principale del comune di Formazza. Immagine tratta da www.distrettolaghi.it.]La Carta dei Valori è il frutto di 7 incontri delle Comunità Walser, oltre 20 ore in presenza e online, con la partecipazione di 200 persone e 2000 chilometri condivisi: l’esito di un lavoro collettivo di raccolta di idee, stesura, revisione e messa a punto perché possa accogliere e rappresentare la visione di tutte le Comunità – rappresentando a sua volta, aggiungo io, il risultato concreto dell’interlocuzione costante tra gli abitanti della montagna che risulta la base fondamentale per la miglior gestione possibile delle terre alte nella realtà in divenire, ovvero la manifestazione di quel senso di comunità in costante costruzione e evoluzione che come niente altro dà vita e vitalità alle nostre montagne, ovunque si trovino.
Con la Carta dei Valori – si legge invece nella premessa – le Comunità Walser che hanno a cuore il proprio futuro vogliono contribuire a salvaguardare il patrimonio culturale e paesaggistico originato nel XIII secolo dalle migrazioni progressive dall’alto Vallese, e arrivato fino a oggi con l’importante ricchezza delle conoscenze e dei valori che sono tuttora attuali e utili per affrontare le sfide del nostro tempo.
[Il paragrafo 05 della Carta. Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]Non è un ritorno al passato, non più riproducibile né auspicabile nella realtà di oggi, ma è la cultura Walser che diviene guida per il riconoscimento dei limiti ambientali e degli equilibri col territorio, e per le qualità e le aspirazioni delle persone e delle Comunità.
Sono tanti i valori di fondo del passato Walserda coniugare col presente, tra i quali l’adattamento, la resistenza, la frugalità, il rispetto, la collaborazione, la cooperazione, la solidarietà, la familiarità, l’accoglienza, la responsabilità, la consapevolezza, la conoscenza, la creatività, la qualità, la durevolezza, la bellezza, la salvaguardia, la sostenibilità.
È necessario salvaguardare il patrimonio culturale e paesaggistico per il futuro delle Comunità Walser perché:
– è lo specchio della nostra identità e del modo di vivere ad alta quota, adattandoci in ambiente avverso e aiutandoci nelle difficoltà, tra una breve stagione buona e il lungo inverno di sopravvivenza con le scorte accumulate;
– contribuisce a contrastare lo spopolamento e a favorire la resilienza delle Comunità;
– preserva la biodiversità e la qualità delle valli;
– custodisce il nostro paesaggio storico, che è l’esito dell’armonizzazione tra esigenze umane e ambiente alpino;
– è fondamentale per lo sviluppo sostenibile che non esaurisce le risorse ed è in grado di generare economia di pace per le generazioni presenti e future;
– dà forma all’ospitalità delle terre Walser.
Ecco: intuirete già compiutamente quanto emblematica e illuminante sia la Carta dei valori, e quanto risulti esemplare per la capacità di indicare un’efficace strategia, ben radicata nel passato ma assolutamente contemporanea tanto quanto protesa al futuro, per la vita nelle terre alte e per il benessere armonico dei territori e delle genti che li abitano. Un modello prezioso da studiare, comprendere e al quale ispirarsi contestualizzandolo nel caso in ciascun territorio di montagna che voglia e sappia manifestare una simile sensibilità culturale, sociale, civica, politica, ambientale.
[La cascata del Toce, in località Frua. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Un documento di grandissimo valore, insomma. Ringrazio di cuore l’amico Riccardo Carnovalini che me lo ha fatto conoscere in anteprima e mi ha donato il privilegio di studiarne l’importanza facendone uno “strumento didattico” prezioso riguardo la realtà attuale e futura dei territori montani. Mi auguro che tale possa esserlo anche per moltissimi altri abitanti, residenti e frequentatori più o meno assidui, ma comunque appassionati e consapevoli, delle nostre montagne.
Per leggere e scaricare (in pdf) la Carta dei Valori Walser cliccate sull’immagine in testa all’articolo.
Martin Vairoli ha 28 anni e da un anno fa il guardiano di dighe. Lo abbiamo incontrato alla diga di Morasco in val d’Ossola, nel nord del Piemonte, non lontano da quella di Vannino dove svolge la sua attività professionale. […]
Probabilmente ci sono lavori che hanno a che fare con qualcosa di ancestrale. Cento anni fa il nonno di Vairoli faceva lo stesso mestiere, e forse non è un caso che oggi lui trascorra due settimane al mese a oltre duemila metri di altitudine, con un collega con cui divide il lavoro e l’obbligo di solitudine. «Per me lavorare in una diga ha a che fare con la mitologia. È una condizione estrema, certo. Stare quassù potrebbe anche causare dei problemi legati al carattere delle persone: essere soli per 24 ore al giorno per 7 giorni consecutivi, in mezzo alla natura, senza nessun altro essere umano se non il tuo collega, è fantastico se si è in pace con sé stessi, ma se uno ha dei problemi la situazione può solo peggiorarli».
“Il Post” dedica un bell’articolo pubblicato lunedì 13/12 e firmato da Claudio Caprara al mestiere del guardiano di dighe e alla sua “mitologia”: termine niente affatto esagerato se si contestualizza tale particolare professione, dal sapore apparentemente “vetusto”, alla nostra contemporaneità e alle sue caratteristiche techno/smart/social/eccetera.
I “guardiani di dighe” (definizione la quale ha già in sé un che di “romanzesco”, quasi) stanno isolati sui monti per settimane, a volte anche per periodi maggiori e pure nella stagione invernale, in territori sovente aspri e climaticamente estremi, in relazione con – ma potrei pure dire in ascolto di – un manufatto gigantesco formalmente alieno al territorio in cui si trova eppure a sua volta in relazione con il paesaggio. Un intreccio di “sfide” che tuttavia di pugnace non hanno nulla, anzi, il cui senso primario è la ricerca di “armonie ambientali”: tra i due guardiani isolati sui monti accanto alla diga, tra di essi e la diga stessa, tra la diga e la montagna che la ospita, tra la presenza forzata del grande e rude muro di calcestruzzo con l’acqua che trattiene e con tutti gli altri elementi dell’ambiente naturale in loco quindi, di conseguenza, tra la visione del manufatto antropico e quella del paesaggio naturale nonché, non ultima, tra lo sfruttamento industriale delle risorse della montagna e la loro salvaguardia ecologica. Una presenza apparentemente banale e ovvia, quella delle dighe sui monti, invece decisamente complessa e ricca di temi, sfaccettature, implicazioni, effetti, sensi, valori. Personalmente l’ho conosciuta bene e parecchio approfondita, questa presenza, per un testo sul tema che ho scritto di recente sul quale mi auguro di potervi dare liete notizie editoriali tra non molto.
Potete leggere l’articolo de “Il Post” cliccando qui; ringrazio molto Claudio Caprara per avermi concesso l’assenso alla citazione dal suo articolo sopra pubblicata.
P.S.: in tema “guardiani di dighe”, c’è un bel libro di qualche tempo fa che raccoglie l’esperienza al riguardo di Oreste Forno, alpinista di notevole fama che in età meno giovane si è convertito a tale professione. Si intitola significativamente Guardiano di dighe. Il lavoro più bello del mondo e ne trovate la mia personale “recensione” qui.