“Difendiamo la Montagna”: un coordinamento per la tutela e lo sviluppo equilibrato dei monti lecchesi (e non solo)

Martedì 2 dicembre scorso è stato presentato a Lecco con una conferenza stampa il Coordinamento “DIFENDIAMO LA MONTAGNA”, un nuovo soggetto che intende operare a favore dei territori montani della provincia di Lecco e delle loro comunità residenti mettendo in dialogo costante le istituzioni, l’associazionismo di montagna e ambientale, esperti e studiosi dei temi legati alle terre alte e la società civile.

Il Coordinamento è nato su iniziativa di alcune persone che si occupano a vario titolo di cose di montagna, oltre a esserne tutti quanto degli assidui frequentatori – Emilio Aldeghi, Arianna Cecchini, Paolo Galli, Ruggero Meles, Giovanni Ponziani, Silvia Tenderini e lo scrivente – e si è strutturato attraverso frequenti interlocuzioni con l’associazionismo di montagne e di tutela ambientale lecchese durate due anni, nel corso delle quali sono emersi vari temi e motivi che hanno supportato la decisione di costituire il Coordinamento – a cui hanno già aderito alcune associazioni mentre se ne attendono altre.

[Il servizio sulla conferenza stampa andato in onda nel TG di “UnicaTV” il 3 dicembre. Cliccate sull’immagine per vederlo, il servizio parte a 19’05”.]
Innanzi tutto la realtà del territorio montano lecchese, dotato di grandi valenze paesaggistiche, turistiche, culturali, identitarie oltre a rappresentare una cerniera prealpina fondamentale, non solo dal punto di vista geografico, tra la parte più antropizzata della Lombardia, quella a nord di Milano, e l’area prettamente alpina, quella retica e valtellinese. Valenze numerose e importanti delle quali però a volte la popolazione locale non ha piena consapevolezza, come si evince quando vengano proposte particolari iniziative di sviluppo turistico verso le quali il territorio, poste le suddette specificità, si presta molto.

Di contro, tanto in queste circostanze quanto in generale, è spesso carente se non del tutto assente il dialogo tra i decisori politici e istituzionali e la società civile, il che rende indispensabile la tessitura di una interlocuzione costante e consapevole tra istituzioni e comunità locale riguardo i processi decisionali e gli interventi proposti nei territori. Per questo il Coordinamento non nasce contro qualcuno o qualcosa ma proprio per diventare un media tra istituzioni, territorio montano, comunità e ulteriori soggetti funzionali al miglior sviluppo possibile della montagna lecchese.

[Il centro di Lecco con sullo sfondo il Resegone, insieme alle Grigne le montagne lecchesi per eccellenza. Immagine tratta da https://leccotourism.it.]
Dunque gli obiettivi di “DIFENDIAMO LA MONTAGNA”, oltre a quanto già ben intuibile nel nome e nel “sottotitolo” del Coordinamento sono quelli di (far) conoscere, analizzare, riflettere, informare, dialogare, se è il caso di contrastare ma innanzi tutto contribuire a mantenere sempre al centro territorio, paesaggio e comunità ovvero salvaguardia del territorio, sviluppo economico, sociale e turistico, bisogni e istanze della comunità nell’ottica già rimarcata del miglior sviluppo possibile per le montagne lecchesi.

“DIFENDIAMO LA MONTAGNA” è un Coordinamento assolutamente aperto, nel senso al netto di chi vi aderisce che chiunque – associazione, ente, gruppo sociale, soggetto privato – vi si può appoggiare stabilmente oppure in occasione di determinate circostanze e azioni, nella più totale libertà reciproca di movimento e opinione; anche per questo è stato definito in quel modo e non come “Comitato” o altro titolo del genere. Parimenti, il Coordinamento intende creare una rete di azione civica a favore delle montagne con le altre realtà simili che operano sulle Alpi italiane, nella certezza che «l’unione fa la forza» e fa anche massa critica a sostegno della tutela dei territori montani e in sostegno delle loro comunità.

[La home page del sito web del Coordimamento. Cliccateci sopra per visitarlo.]
Tutto quanto rimarcato finora è stato compendiato in un “Manifesto”, che indica le linee guida sulle quali si muoverà l’azione del Coordinamento. Inoltre è già attivo il sito web https://difendiamolamontagna.it/ nel quale si potrà trovare ogni cosa elaborata e messa in atto dal Coordinamento, la documentazione utile a conoscere i fatti di montagna lecchesi, la rassegna stampa, le iniziative organizzate oltre ovviamente allo stesso Manifesto e ai contatti, che si possono utilizzare da subito per qualsiasi comunicazione relativa all’attività del Coordinamento o segnalazione, richiesta, istanza, necessità e per ogni altra cosa che chiunque possa cogliere nel vivere, abitare e frequentare le montagne della provincia di Lecco.

Tocca restare impotenti di fronte alle moto che scorrazzano sui sentieri?

«Questa mattina andando verso il Cimone di Margno insieme a mio figlio siamo stati raggiunti e passati da due moto da trial puzzolenti e rumorose.
In queste situazioni chi e come si può allertare? Mi sono sentito totalmente impotente.
Un cordiale saluto.»

Ciò è quanto mi ha scritto, con un messaggio privato, un conoscente che si è recato sulla montagna citata, una delle più frequentate della Valsassina in provincia di Lecco.

Questo messaggio, e le risposte alla domanda posta, mi danno l’occasione di rimarcare alcuni aspetti importanti del tema spinoso dei transiti motoristici impropri e/o non autorizzati lungo le vie rurali, verso i quali ci si sente pressoché impotenti, appunto. Me ne sono occupato di frequente in passato ma repetita iuvant, assolutamente.

Dunque, come è ormai evidente e risaputo, i motociclisti (salvo rari casi) sui sentieri fanno quello che vogliono perché sanno benissimo di essere difficilmente perseguibili. Purtroppo in questi casi ciò che in buona sostanza vale è la flagranza di reato: ma quando mai si vedono sulle nostre montagne pattuglie di Carabinieri Forestali o di altre Forze dell’Ordine a fare i controlli che dovrebbero fare? D’altro canto sono troppo pochi, privi di risorse e, appunto, spesso depotenziati da assurde normative vigenti come quelle presenti in Lombardia, che a parole vietano il transito sulle vie rurali ma di fatto lasciano ai comuni la facoltà di regolamentare e autorizzare il passaggio attraverso i propri regolamenti locali. Così, nel caso di sindaci consenzienti, poco sensibili oppure distratti, la libertà di transito è (palesemente o tacitamente) garantita e parimenti lo è ancora di più la percezione da parte dei motociclisti di poter passare ovunque, a prescindere dall’esistenza o meno di regolamenti comunali e dai confini amministrativi.

D’altro canto sulla rete viabilistica rurale i divieti di transito spesso ci sono e ben validi, basta constatare la presenza dei relativi cartelli all’inizio dei percorsi di montagna: se ne vedono ovunque, magari vecchiotti e arrugginiti ma ci sono. Tuttavia, come detto, in presenza di normative ambigue come quelle lombarde (similmente presenti in altre regioni) e in assenza di chi è deputato a vigilare e formulare contravvenzioni al riguardo, i motociclisti si sentono intoccabili e liberi di fare ciò che vogliono praticamente su qualsiasi sentiero, anche in orari di ordinario transito pedestre.

[Immagine tratta da https://valdarno24.it.]
Tuttavia, posta tale (deprecabile) situazione, almeno una cosa importante si può (e si deve) fare, che forse non ha effetti giuridici immediati ma nel tempo li può certamente far maturare anche per come rappresenti un’azione pienamente civica, di cittadinanza attiva e, dunque, detenga pure un valore politico: scattare una o più foto dei motociclisti che si trovano a scorrazzare sui sentieri a loro vietati e inviarla ai comandi locali dei Carabinieri Forestali (e, magari, anche ai comuni nei cui territori ci si trova) chiedendo espressamente di attivare specifici controlli nelle zone indicate e, in generale, sulla rete di percorsi rurali locale. Ciò perché se ci si lascia vincere dallo scoramento e nemmeno si segnalano le violazioni motoristiche a cui si assiste, la situazione resterà immutata e, anzi, peggiorerà inevitabilmente perché nulla potrà impedire una sua evoluzione ulteriore a favore dei motociclisti in assenza di testimonianze concerete delle loro violazioni. Se invece ai comandi locali delle Forze dell’Ordine preposte al controllo territoriale cominciano a pervenire le segnalazioni, e sperabilmente le più numerose possibili, si alimenta un obbligo sostanziale a loro carico di intervenire – e si alimenta pure la più consona sensibilità culturale diffusa al riguardo e in generale sulla salvaguardia dei territori naturali. In fondo per arginare fenomeni del genere la repressione non basta, serve anche e soprattutto la sensibilizzazione: se la prima ha qualche effetto immediato ma senza alcuna garanzia di efficacia concreta e duratura (altrimenti sulle strade non vi sarebbe più infrazioni al Codice della Strada!), è la sensibilizzazione delle persone che frequentano i sentieri di montagna ad alimentare la consapevolezza, il rispetto verso di essa e la cultura che serve per viverla nei modi più armonici possibile.

Ad esempio, per la zona citata nel messaggio dell’amico, indico di seguito i recapiti dei Carabinieri Forestali che hanno giurisdizione sulla Valsassina e sulle montagne lecchesi – che sono anche quelle a me più vicine, per giunta:

  • Nucleo Carabinieri Forestale Lecco: 0341/494668, casella mail Pec: flc43204@pec.carabinieri.it
  • Comando Stazione Carabinieri Nucleo Forestale Barzio: 0341/996393
  • Comando Nucleo Carabinieri Forestale Margno: 0341/840059

Unità superiori:

Alle caselle mail indicate, che sono delle Pec e dunque le cui comunicazioni hanno valore legale, vanno inviate le segnalazioni scritte e le immagini raccolte delle violazioni constatate. Meglio inviare le segnalazioni a tutte le Pec indicate, così da dare loro maggior forza e mettendo in conoscenza anche il comune locale, come detto, in quanto primo ente amministrativo di riferimento che per tale motivo non può ritenersi disinteressato o mostrarsi inerte a tali segnalazioni.

[Immagine tratta da www.voceapuana.com.]
Riguardo qualsiasi altro territorio italiano, per trovare i comandi locali dei Carabinieri Forestali ai quali inviare le segnalazioni e le denunce basta una semplice ricerca sul web e si può anche consultare il sito web dell’Arma; oppure ci si può rivolgere ai comandi delle Polizie Locali nonché ai comuni competenti – insistendo nel caso si mostrino poco sensibili o sfuggenti, cosa che a volte accade.

Ecco, questo è quanto si può fare, in attesa che la crescita dell’attenzione e della sensibilità diffuse su questo tema, effettivamente tra i più inquietanti e irritanti che concernono le nostre montagne, convinca i legislatori locali e nazionali a diventare a loro volta più attenti e attivi alla tutela dei territori montani e naturali. «La speranza è l’ultima a morire» si dice, no?

Il bivio sulla strada per il futuro dei Piani d’Erna. Considerazioni attorno a un caso emblematico di sviluppo (o di rovina) di un luogo montano peculiare

[Uno scorcio dei Piani d’Erna, con dietro i monti del Triangolo Lariano e le Alpi occidentali sullo sfondo. Immagine tratta da “La Provincia-UnicaTV“.]
L’inizio dei lavori per le riqualificazioni delle stazioni a valle e a monte della funivia per i Piani d’Erna, meravigliosa la località sopra Lecco alle falde del Resegone che rappresenta uno dei luoghi principali per lo sviluppo turistico del territorio locale previsti dalla giunta comunale lecchese in carica è stato l’occasione per rimarcare, da parte della stessa giunta, quale siano gli obiettivi pensati.

«Abbiamo già realizzato in quota interventi per l’organizzazione di eventi e manifestazioni – ha dichiarato il sindaco di Lecco Mauro Gattinonima anche per consentire le necessarie opere di manutenzione del territorio, lo sviluppo delle microeconomie che siano commerciali o agricole, secondo anche uno studio predisposto da Legambiente. A monte sarà creato uno spazio di accoglienza per il pubblico, locali di ricovero, ma anche sale per eventi e conferenze». L’assessore comunale agli eventi Giovanni Cattaneo ha aggiunto che «L’aspettativa, inoltre, è quella di avviare una collaborazione con le varie associazioni, quale premessa per lo sviluppo. Quello che presentiamo oggi è un cantiere fisico ma ce n’è anche uno di idee.»

[L’attuale funivia che sale ai Piani d’Erna.]
Uno dei punti nodali del progetto di sviluppo turistico dei Piani d’Erna è la nuova strada agrosilvopastorale, parecchio discussa e contestata da vari soggetti dell’associazionismo di montagna e ambientale ma per la quale il Comune ha già previsto uno stanziamento di un milione e 300 mila euro. Il sindaco Gattinoni, riferisce la stampa locale, ha nuovamente assicurato che si tratterà solo di una strada di “servizio”. Non sarà percorribile nemmeno da residenti ed esercenti ma avrà solo scopi di sicurezza, utilizzabile in casi di emergenza e per facilitare gli interventi di manutenzione in quota.

Di questa strada, come detto già ampiamente contestata e da molti ritenuta un rischio per la salvaguardia della bellezza e dell’integrità ambientale dei Piani d’Erna, ho già ricostruito la vicenda in questo articolo dello scorso marzo. La situazione di fatto è la stessa di allora, dunque anche le riflessioni che ne possono scaturire. Che la nuova strada possa generare vantaggi e utilità per lo sviluppo sostenibile non turistico (per questo c’è già la funivia) dei Piani è vero; che tali potenziali vantaggi debbano essere messi a confronto con gli altrettanto potenziali rischi derivanti è inevitabile. Che in base a tali aspetti si possa elaborare un punto di equilibrio è tutto da vedere, e comunque ciò dovrà essere un elemento imprescindibile nel caso che veramente la strada venga realizzata.

[Una cartolina degli anni Settanta, quando ai Piani d’Erna si sciava.]
Dal mio punto di vista, dalla questione e dal suo stato di fatto possono scaturire due evoluzioni sostanziali.

La prima: la nuova strada agrosilvopastorale non viene realizzata. Si perde la possibilità di sviluppare ai Piani quelle forme di economia locale legate alla silvicoltura, alla pastorizia e alla conseguente attività casearia (sempre che le potenzialità in tal senso siano effettivamente confermate) già indicate nel progetto “BeyondSnow” curato da Legambiente, il quale ha avuto nei Piani d’Erna una delle aree-pilota in forza del suo passato sciistico, nonché si limita fortemente la possibilità di organizzare eventi artistici di una certa portata (per la cui sicurezza una via di accesso alternativa ai Piani è resa necessaria dalle leggi vigenti) oltre che la mobilità dei residenti, stanziali o periodici – seppur, come visto, il sindaco di Lecco abbia assicurato che la transitabilità sulla nuova strada non sarebbe concessa nemmeno a residenti e esercenti. Di contro, si salvaguarda la peculiarità più unica che rara (almeno in questa parte delle Prealpi lombarde) del “balcone di Lecco” quale località priva di accesi motorizzati, attorno alla quale può essere rielaborata e rilanciata una conseguente strategia turistica legata alla frequentazione del tutto ecosostenibile del luogo e facendone un laboratorio di buone pratiche al riguardo, il tutto a due passi dalla iperurbanizzata area metropolitana lecchese. Inoltre, si eviterebbe il rischio che la nuova strada diventi una pista per transiti motoristici illegali (ma ovunque pressoché impuniti) e si risparmierebbe sulle inevitabili spese di manutenzione di un tracciato comunque ostico e potenzialmente soggetti a dissesti, visto il territorio nel quale si sviluppa e i danni sempre più frequenti legati al divenire della crisi climatica.

La seconda: la nuova strada agrosilvopastorale viene realizzata. Si consente lo sviluppo di tutte le attività sopra elencate e di contro ci si espone ai rischi indicati, soprattutto riguardo transiti motorizzati non consentiti (posto che i controlli della forza pubblica in loco non sarebbero così semplici) e a dissesti lungo il tracciato, che necessiterebbe di una manutenzione pressoché costante al fine di mantenere la transitabilità decente e priva di pericoli oggettivi, con relativi ingenti costi da mettere obbligatoriamente a bilancio. Di contro, si perde quella sostanziale, rara e peculiare caratteristica dei Piani d’Erna di località priva di mezzi a motore, raggiungibile solo con la funivia (nonché, usufruendo di treno e bus, senza nemmeno utilizzare l’auto), il che le dona il privilegio di una dimensione già prettamente alpestre e ambientalmente di pregio a pochi minuti dal centro di Lecco e del suo territorio iperantropizzato. Con il rischio oggettivo che, in mancanza di una precisa regolamentazione giuridica sulla fruizione della strada, che sia permanente nel tempo senza possibilità di deroghe, il transito motorizzato da e per i Piani d’Erna diventi in breve ingente e incontrollato, deteriorando completamente la dimensione alpestre prima citata.

[Un’altra veduta dei Piani d’Erna, con la città di Lecco ai suoi piedi e in lontananza la Brianza lecchese e comasca.]
Ora: tra queste due possibilità e ciò che sostanzialmente comportano, considerandone gli aspetti contrapposti in modo sovente incompatibile, si può trovare un compromesso? Ad esempio: si realizza la strada ma la si regolamenta in maniera giuridica e chiara tramite clausole invariabili nel tempo, si trova il modo di impedire efficacemente qualsiasi transito non autorizzato e si garantisce in maniera altrettanto giuridica la presenza nel bilancio del Comune di Lecco di un fondo permanente mirato alla manutenzione ordinaria e straordinaria del tracciato. Oppure: non si realizza la strada e si potenziano, nel prossimo futuro, le infrastrutture esistenti ovvero la funivia e soprattutto la teleferica per il trasporto di materiali, ferma da tempo, così da garantire a chi risiede e lavora ai Piani una plausibile accessibilità di persone e cose. Sono solo ipotesi che propongo così su due piedi, sia chiaro, tra tante altre che potrebbero essere formulate.

D’altro canto, qualcuno potrebbe pure ritenere inammissibile la necessità di un compromesso, schierandosi senza possibilità di mediazione a favore dell’una o dell’altra possibilità prima rimarcate. Di sicuro, qualsiasi scelta si compia intorno al destino dei Piani d’Erna, è indispensabile e inderogabile che al centro di tutto vi sia il luogo, la sua anima peculiare, la valenza che possiede, la bellezza del suo ambiente e del paesaggio, la consapevolezza del patrimonio che rappresenta per Lecco e per la sua comunità nondimeno che per i forestieri che amano frequentarla e lo fanno con pari atteggiamento consapevole. Molte volte, in circostanze similari, sembra che tali evidenze più che ovvie sfuggano ai decisori ovvero vengano ignorate e dimenticate a favore di mere utilità, vantaggi e tornaconti particolari: c’è da augurarsi che ciò non accada ai Piani d’Erna, ne oggi ne mai.

Le moto sui sentieri, impunite come sempre

Ancora una volta, durante un’escursione sulle montagne di casa, ho assistito al girovagare di numerosi motociclisti lungo tracciati rurali e agro-silvo-pastorali sui quali il transito di mezzi motorizzati non autorizzati è interdetto, come segnalato dai cartelli ben evidenti all’inizio di questi tracciati. Ovviamente i motociclisti (i quali come al solito girano ben bardati e con la targa rivolta verso l’alto per non essere identificati) si fanno beffe delle interdizioni: sanno benissimo di restare impuniti visto che quasi mai vi sarà qualche membro delle forze dell’ordine a vigilare, che questi senza la flagranza di reato possono fare ben poco e che certa politica sta dalla loro parte, depotenziando con decisioni ad hoc le leggi vigenti: la Lombardia è da anni un pessimo esempio al riguardo, ma pure altre regioni italiane ormai non sono da meno.

Nel mentre che “ringrazio” i suddetti motociclisti per avermi concesso il privilegio di respirare i loro gas di scarico e di odorarne la puzza nonché di aver allietato la mia camminata con il sottofondo sonoro dei loro mezzi, mi rivolgo direttamente alle istituzioni competenti e alle forze dell’ordine e chiedo: visto la situazione in essere e posta la costante impunità dei soggetti motorizzati rispetto alle leggi vigenti, che facciamo? Passiamo direttamente alla giustizia privata?

Ovviamente no, ci mancherebbe, sarebbe qualcosa degno solo di un paese incivile e barbaro (ed è inutile osservare che certi atti di cui a volte si legge sulla stampa quali il piazzare chiodi i tirare fili d’acciaio lungo i sentieri sono inequivocabilmente ignobili). Ma altrettanto incivile e barbaro è il non agire per far che certe leggi di elementare buon senso vengano rispettate e che i trasgressori siano adeguatamente puniti. Perché un paese è civile quando poggia la convivenza collettiva su un diritto, detto appunto civile, che richiede di essere rispettato affinché non perda valore, tanto il diritto con le sue norme quanto il paese. Il quale altrimenti finirà sempre più in mano agli incivili, sui sentieri di montagna e nei consessi amministrativi della politica.

[Questa “locandina” la elaborai ormai parecchi anni fa; purtroppo è ancora del tutto valida.]
Nel frattempo sarebbe bene continuare a impegnarsi contro questa cronica abitudine motoristica, a denunciare ogni episodio riscontrato alle forze dell’ordine (nonostante la loro sostanziale impotenza), a sensibilizzare tramite la stampa, il web e i social, a fare pressione sulla politica. A fare massa critica, insomma. Che d’altro canto, in questa e in ogni altra circostanza similare, è una delle più potenti manifestazioni di democrazia che un paese realmente civile può contemplare.

Le gare di trial dentro un torrente, in Valsassina

Leggo del successo di organizzazione e di pubblico, oltre che agonistico, della tappa italiana della Coppa del Mondo di Trial, svoltasi lo scorso fine settimana in Valsassina (provincia di Lecco), territorio montano che tra l’altro esprime uno dei motociclisti più forti del circuito. Al punto che la federazione internazionale avrebbe già chiesto agli organizzatori valsassinesi di bissare la tappa mondiale anche l’anno prossimo.

Posto ciò, ho personalmente trovato poco gradevole che uno dei campi di gara allestiti fosse dentro il torrente della Valle dei Mulini, una delle zone naturalisticamente più pregiate – e pubblicizzate – della Valsassina. Certamente c’erano tutti i permessi del caso, sicuramente il tratto interessato dalle gare era all’inizio della vallata in una zona già antropizzata, senza dubbio ci sarà stata massima attenzione al ripristino dell’area dopo la competizione. Fatto sta che vedere delle motociclette dentro l’acqua di un torrente di montagna – già nell’ambito del Parco della Grigna Settentrionale, come indicano i cartelli in loco – non è affatto bello e comunque farebbe pensare a una scarsa attenzione e sensibilità verso l’ambiente naturale locale, oltre a far temere che qualche trialista decida di emulare i campioni in gara qui o in qualche altro torrente della zona, forte della solita assenza di controlli al riguardo e del benaltrismo imperante sui temi della salvaguardia ambientale. Inutile rimarcare che i corsi d’acqua di montagna sono tra gli elementi del territorio naturale che più abbisognano di cura e tutela, come è unanimemente risaputo.

Ovviamente queste mie osservazioni verranno prese da qualche appassionato della specialità come un affronto da “ambientalista da salotto” se non da “solito rompicogl…”: amen, d’altro canto credo che evitare quanto sopra sarebbe un bel segnale da parte dei soggetti promotori e organizzatori, nel caso che le gare siano replicate anche l’anno prossimo, nei confronti delle proprie montagne e della loro bellezza naturalistica, che sicuramente dà pregio alla Valsassina ben più di una competizione motociclistica di due giorni, per la quale di campi di gara consoni e ben più in grado di dare lustro alla valle se ne potranno trovare a iosa. Basta un poco di sensibilità in più, appunto.

P.S.: qui trovate una bella descrizione dell’escursione in Valle dei Mulini, tratta dal sito web di Trekking Lecco. Le immagini delle gare sono invece tratte da “Valsassina News”.