Un supermercato in mezzo alle montagne

P.S.Pre Scriptum: ringrazio da subito le testate locali che hanno pubblicato l’articolo seguente, come “Valsassina Oggi” e “ValsassinaNews”. Mi auguro sia chiaro il senso di questo scritto (e se non lo è lo sia, da ora) il quale non è contro qualcuno o qualcosa ma a favore di una riflessione generale, centrata sul caso in questione, riguardo l’abitare, il vivere e il fare comunità sulle nostre montagne, il loro presente e il futuro, l’identità e l’anima che le contraddistingue.

[Immagine tratta da www.sagradellesagre.it.]
Fino a qualche tempo fa non ne ero al corrente, ma quando poi ho saputo che nella piana di Pasturo, tra i monti della Valsassina (provincia di Lecco), sorgerà un supermercato da 1500 mq di una nota catena della grande distribuzione, un acuto senso di rammarico e pure un certo disgusto mi hanno subito attanagliato l’animo.

La piana di Pasturo, in vista di alcune delle più note e belle vette delle montagne lecchesi – il Grignone in primis – è uno dei luoghi più belli della Valsassina, anche per come appaia, sia provenendo dal Colle di Balisio e da Lecco, sia da oltre la stretta di Baiedo e dalla bassa valle, come una sorta di inaspettato “miracolo” geografico in mezzo a versanti montuosi più o meni ripidi, la più ampia area planiziale della Valsassina. La cui rinomata fertilità ha probabilmente conferito il nome al comune nel cui territorio si trova – Pasturo, toponimo che ha una probabile origine latina da pastorium in rapporto con pastura, “il pascere, il brucare”, da cui il lombardo pastura nonché l’italiano pastura, “il pascolare, il luogo dove trovano da nutrirsi le bestie” – ma che parimenti è stato già parzialmente urbanizzato e cementificato proprio in forza della favorevole geomorfologia. Ciò non toglie che la piana resti un angolo del paesaggio locale di grande bellezza e importanza: ci si rende bene conto di ciò soprattutto se la si attraversa a piedi o in bicicletta, a ritmo lento, lungo la ciclovia della Valsassina, che qui inizia e attraversa la piana in direzione della Rocca di Baiedo.

Detto ciò, e tornando alla questione del nuovo supermercato, sono certo – o quanto meno non posso non augurarmelo – che il punto vendita verrà realizzato secondo tutti i crismi della sostenibilità ambientale, che non consumerà suolo in quanto edificato su un’area industriale dismessa e in una zona peraltro giù urbanizzata, come detto, che amplierà l’offerta commerciale locale, che darà lavoro a gente del posto e migliorerà la viabilità circostanze… ok, tutte cose buone e giuste. Ma a che prezzo? O, per meglio dire: a prezzo di quali e quante conseguenze che si manifesteranno non subito ma tra qualche tempo inesorabilmente? E con quale impatto culturale sulle comunità locali?

Io posso anche apparire un ingenuo o un illuso se rimarco la speranza, ormai svanita, che certi modelli consumistici tipicamente metropolitani se ne debbano restare lontani dai territori rurali e dalle montagne, lì dove le comunità dovrebbero ancora essere animate da modus vivendi collettivi e da una socialità concreta, pur tra mille variabili e restando inevitabilmente al passo con i tempi e le mode. In parole povere: in montagna non si vive come in città e questo è un grande pregio; diviene un difetto nel caso l’abitare tra i monti non venga sostenuto da adeguate politiche socioeconomiche, cosa purtroppo assai diffusa in Italia. E se nelle città grandi e piccole i negozi di quartiere e le piccola attività commerciali sono ormai pressoché scomparsi, sostituiti dai grandi supermercati ormai diffusi in gran numero ovunque, ma vi è la possibilità che la loro valenza di aggregazione sociale possa essere sostituita da altri luoghi, nei piccoli paesi spesso se chiude un negozio viene meno la gran parte della socialità, anche perché – ribadisco – purtroppo in passato tanti comuni non hanno salvaguardato gli altri centri di ritrovo per la propria comunità, giovane e meno giovane.

D’altro canto il timore che molti in Valsassina hanno manifestato, cioè che l’apertura del nuovo supermercato provocherà la chiusura di tanti piccoli negozi, non è affatto un timore o un’illusione ma una certezza: sì, tanti negozi in zona chiuderanno, inesorabilmente: è accaduto ovunque in circostanze simili e la Valsassina non si trova su Marte. Chiuderanno anche qui, garantito. Dunque, a fronte dei posti di lavoro che il supermercato offrirà, quanti ne farà perdere nei piccoli paesi del circondario? E con quali impatti sulla quotidianità delle loro comunità, soprattutto della componente più attempata?

[Foto di Maupao70, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Tuttavia non c’è solo una questione socioeconomica alla base di tutto ciò, ve ne sono anche di natura culturale, non meno importanti e impattanti. Ne cito solo alcune.

La prima: il modus vivendi al quale risulta funzionale un supermercato che lavora e guadagna su logiche consumistiche, anche laddove offra prodotti di qualità, è ammissibile e integrabile in una dimensione vitale e residenziale comunitaria come quella della montagna? In altre parole: il modello culturale che il supermercato porta con sé è conciliabile con la cultura del vivere in montagna, la quale avrà numerose criticità ma anche innumerevoli pregi? Oppure la vita in montagna si deve conformare sempre di più a quella di città, livellando ogni differenza e dunque inevitabilmente deprimendo le sue specificità?

[Nel cerchio giallo è lo stabile che è stato demolito per fare spazio al supermercato in costruzione.]
La seconda: checché se ne dica, e nonostante il nuovo supermercato di Pasturo sia edificato su una zona ex industriale recuperata senza consumare altro suolo naturale, tale circostanza in loco sancisce un precedente. Molto pericoloso, dal mio punto di vista. Se hanno dato la licenza a quella società della grande distribuzione, perché ad altre non dovrebbero concederla? Chi può garantire – nei fatti, non a parole – che ciò non accadrà, da qui al futuro? La piana peraltro è vasta, di spazio ce n’è ancora e sappiamo bene come in Italia la destinazione d’uso dei terreni possa variare rapidamente e facilmente, quando ve ne sia la convenienza per qualcuno di influente. Ma pure se eventuali altri supermercati dovessero nascere in altri luoghi della valle, i pericoli e le potenziali conseguenze fin qui delineate sarebbero comunque moltiplicate.

[Foto di Ago76, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
La terza: e il paesaggio? Anche se viene proclamato e assicurato che il nuovo grande edificio verrà integrato e armonizzato con il paesaggio, si tratta comunque di un nuovo manufatto antropico che viene inserito – comunque a forza, inevitabilmente – in un paesaggio di gran pregio e bellezza come quello della piana, che sarà altrettanto inevitabilmente meno bella, meno naturale, meno montana e un po’ più simile a una qualsiasi periferia di città. Con conseguenze in tal caso culturali e ancor più identitarie, ovvero impattanti sull’identità, sull’anima del luogo e su quella di chi lo abita, dato che il paesaggio, lo sancisce la relativa Convenzione Europea, è fatto dall’insieme di elementi naturali e elementi antropici per come vengono percepito e culturalmente interpretato da chi vi interagisce, innanzi tutto dai suoi abitanti. In pratica, quel nuovo parallelepipedo di cemento e vetro sarà edificato anche sul carattere e sull’anima dei valsassinesi, con altrettanto inevitabili conseguenze.

Per carità, magari queste mie sono solo fisime e invece hanno ragione i proponenti del nuovo supermercato, gli amministratori pubblici che l’hanno consentito, i valsassinesi che se ne dicono contenti e si sentiranno più “comodi” nel fare la spesa. Ma giusto di recente ho letto un articolo di Serena Milano, direttrice di Slow Food Italia, che in relazione alla chiusura dell’ultima bottega di un piccolo comune dell’Appennino Ligure, così ha scritto: «Lo spostamento a valle è andato di pari passo con la corsa verso il grande: si costruiscono scuole più grandi, ospedali più grandi, impianti sportivi più grandi. È un processo di sviluppo che genera disuguaglianze sociali.» Un processo che, come si può ben vedere, è presente anche nel commercio al minuto: chiudono i piccoli negozi dei paesi e si aprono supermercati sempre più grandi: una disuguaglianza sociale, economica, culturale, antropologica che ora rischia di manifestarsi anche in Valsassina. Conviene veramente? Forse sì. O forse… chissà.

La “grande” montagna più vicina al centro di Milano

Un amico, sapendo della mia “conoscenza”* riguardo montagne e geografie alpine, mi ha chiesto quale sia la vetta di quota maggiore di 2.000 metri più vicina a Milano, intendendo con quella cifra tonda altitudinale una sorta di linea al di sopra della quale si possa intendere che cominci la montagna “vera”. È un quesito che forse molti altri si saranno posti.

La risposta è piuttosto facile ovvero immaginabile: è la Grigna Meridionale, o Grignetta, la cui vetta alta 2177 o 2184 metri (questo dubbio sulla corretta quota permane inopinatamente da decenni!) si trova a circa 53,7 chilometri di distanza in linea d’aria da Piazza del Duomo e a 50 chilometri esatti dalla circonvallazione esterna, l’anello di strade che racchiude il vero e proprio “centro” di Milano [1].

Peraltro, aggiungendo solo 3,5 chilometri si arriva ancora più in alto, ai 2410 metri di quota della Grigna Settentrionale o Grignone. Il che rappresenta uno dei motivi principali – e forse il più immediato, non solo geograficamente – per i quali i rilievi montuosi tra Lecco e la Valsassina siano considerati da sempre le “montagne di Milano”: sono talmente vicine alla città che in pratica i loro versanti cominciano a elevarsi poco oltre il suo hinterland (del quale in pratica fanno parte, per come in fondo ne rispettino la definizione), rimarcando la stretta relazione – non soltanto geografica, ribadisco – tra i due ambiti.

[1] Distanze rilevate con il relativo strumento di misura offerto dalle mappe digitali nel sito web dell’Ufficio Federale Svizzero di Topografia.

*: in realtà, pur sapendo più di altri, credo di non saperne mai a sufficienza, ma ciò è sicuramente uno sprone costante a studiare il tema sempre di più.

Lecco e le sue montagne, una relazione profonda ma a volte complicata

Pietro Corti è una delle figure di riferimento del mondo della montagna lecchese. Storico dell’alpinismo, scrittore, estensore di guide del settore, curatore del sito “Larioclimb”, conosce la dimensione montana di Lecco come pochi altri, sia nella sua evoluzione passata che nella realtà contemporanea e nello sviluppo prossimo futuro. Lecco, città geograficamente alpina come poche altre, con le pareti verticali che sorgono appena oltre le ultime case e una storia alpinistica e di antropizzazione montana più unica che rara, in effetti appare emblematica nella relazione intessuta con i propri monti, sovente straordinaria e affascinante ma nella quale non mancano zone d’ombra e una sorta di costante e latente trascuratezza riguardo il suo valore e l’importanza. Di tutto ciò ne ho chiesto conto a Corti, che tratteggia una fotografia della Lecco montana particolareggiata e alquanto significativa: l’intervista completa è su “L’AltraMontagna, di seguito ne trovate un’anteprima.

[Panorama serale di Lecco con il Monte Coltignone, il Monte Due Mani e il Resegone con il suo celeberrimo profilo dentellato.]
Qual è, oggi, il rapporto tra Lecco e le sue montagne? Come e quanto i lecchesi sono legati, o sono indifferenti, al paesaggio montano che hanno intorno e al patrimonio storico-culturale che lo contraddistingue?

Il legame tra Lecco e le montagne che la circondano, un contesto ambientale e paesaggistico pregevolissimo, si traduce in situazioni particolari. In certi rioni collinari, subito fuori dalla porta di casa salgono ripidi pendii che vanno a infrangersi contro pareti di roccia verticali. Mentre in altre zone, alle spalle di arterie molto trafficate, basta attraversare il quartiere e si è subito in montagna. Un legame presente nella popolazione, non foss’altro perché in molte famiglie c’è almeno un escursionista, o uno scalatore. A Lecco si parla di montagna anche attraverso le numerose associazioni, che coinvolgono qualche migliaio di persone e sono profondamente radicate in città. La nostra storia alpinistica è piuttosto sentita, come dimostrato dalla partecipazione a certi eventi commemorativi. Ultimo, quello del cinquantesimo della parete ovest del Cerro Torre.
Intravedo tuttavia il rischio che il lecchese dia per scontata questa felice situazione, e non si allarmi troppo se la gestione del territorio non mette al primo posto (o almeno in posizione prioritaria) la sua conservazione.

[Le Grigne – la settentrionale o Grignone a sinistra, la meridionale o Grignetta a destra – viste dalla Brianza lecchese.]
Lecco potrebbe essere definita una delle capitali mondiali dell’alpinismo, sia in senso storico che per le opportunità di pratica dell’arrampicata e dell’escursionismo che le sue montagne offrono. Tuttavia a volte sorge l’impressione che la città non ne sia pienamente consapevole e, dunque, fatichi a sfruttare le innumerevoli potenzialità non solo turistiche che tale circostanza presenta. Le cose stanno effettivamente così? Qual è il suo pensiero al riguardo?

Vivendo in prima persona e studiando le vicende alpinistiche lecchesi, confermo che abbiamo una storia strepitosa al riguardo, che va oltre i confini della città.  L’alpinismo lecchese è profondamente legato a quello milanese, ed affonda le radici negli ultimi decenni dell’800 con l’Abate Antonio Stoppani ed i pionieri del CAI Lecco. Una storia che prosegue fino ai nostri giorni con una grande vivacità, di personaggi e di imprese. Senza dimenticare che dai primi anni ’80 del Novecento si è affiancata l’arrampicata sportiva. Per quanto riguarda le opportunità di escursioni e scalate sul territorio, si tratta di patrimonio notevolissimo. Rimango tuttavia piuttosto freddo quando sento definire Lecco “capitale mondiale dell’alpinismo”. Se Lecco ha certamente espresso personaggi in grado di influenzare lo sviluppo dell’alpinismo mondiale, ritengo che oggi si debbano potenziare le azioni concrete per a meritare questa definizione e dare a Lecco una concreta dimensione di “capitale dell’alpinismo”, che ad oggi non vedo. Bisogna conoscerne a fondo la storia e il territorio, e bisogna crederci. Investendo risorse sull’aspetto culturale, sostenendo le ricerche storiche e la divulgazione con strumenti al passo con i tempi. Intervenendo per favorire la fruizione outdoor dei dintorni della città, con informazione, segnaletica, parcheggi e trasporti ad hoc, oltre alla manutenzione dei numerosissimi itinerari presenti. C’è da divertirsi!
Non mi piace lamentarmi con il «qui non fanno mai nulla!», perché non è vero. A parte il costante impegno di alcune associazioni, negli ultimi anni è aumentata la consapevolezza delle Amministrazioni rispetto a queste tematiche, e sono state realizzate diverse iniziative. Penso però sia necessario fare un salto qualitativo e quantitativo. Intravedo pure splendide opportunità per le nuove generazioni per re-inventare il territorio (anche) in questa direzione, con un impegno culturale, pratico e politico.

[Il Rifugio Azzoni, posto poco sotto la Punta Cermenati, vetta massima del Resegone.]
Vivere la montagna, oggi, non significa più soltanto praticare l’attività alpinistica-escursionistica o trascorrerci le vacanze ma anche, e per molti versi soprattutto, tutelarne l’ambiente e il paesaggio. Qual è la situazione in tal senso a Lecco, anche in considerazione di alcune iniziative recenti delle quali la stampa ha dato notizia, come il progetto della nuova strada per i Piani d’Erna, il “balcone panoramico” della città?

Trascurare la tutela di un ambiente-paesaggio come il nostro sarebbe come segare il ramo su cui si è seduti. L’idea della strada per i Piani d’Erna (“L’AltraMontagna” ne ha parlato qui), a questo proposito, a mio parere rappresenta l’esatto opposto di quanto bisogna fare per prendersi cura delle nostre specificità. Anche in vista di un finalmente concreto sviluppo economico grazie, anche, ad un turismo outdoor di qualità. Che non è il turismo dei balconi naturali raggiunti dalle strade, delle passerelle a sbalzo e dei ponti tibetani. Il nostro territorio merita ben di più. I Piani d’Erna sono una località eccezionale, tra l’altro neanche troppo isolata, visto che c’è una funivia. Ma che destino può avere, portandoci una strada (con le illusorie, “rigidissime” regolamentazioni promesse) in una regione dove è consentito il transito ludico di moto e motobici su sentieri e strade agro-silvo pastorali di montagna? A discrezione dei singoli Comuni, scaricando la responsabilità sulle Amministrazioni, che possono cambiare colore politico e sensibilità ambientale ad ogni tornata elettorale.
La sintesi di questo ragionamento è espressa nel cartello all’ingresso del Vecchio Borgo di Erna (se c’è ancora): «La scelta di unire Erna a Lecco con una funivia anziché con una strada ha permesso di preservare quasi intatto l’ambiente di Erna. L’apertura di una strada avrebbe sicuramente causato conseguenze gravi per l’equilibrio naturale della zona». E, aggiungerei, determinerebbe il totale snaturamento di una delle fragilissime località che fanno di questo nostro amatissimo territorio lecchese un ambiente unico… [continua su “L’AltraMontagna”, cliccate sull’immagine qui sotto.]


P.S.: tutte le immagini presenti nell’articolo sono tratte dalla pagina Facebook “Lecco Tourism“.

Da oggi “Uomini e montagne”, il nuovo podcast di Orobie (e ci sono anch’io!)

Da oggi, 15 gennaio, sul sito di “OROBIE” e sulle principali piattaforme potete ascoltare “Uomini e montagne”, il nuovo podcast curato da Davide S. Sapienza con la regia e il sound design di Damiano Grasselli: un’affascinante immersione per voci e suoni tra vette che toccano il cielo e storie che sfidano il tempo, da scoprire, esplorare, conoscere lascandosi guidare un passo dopo l’altro fin nel cuore e nell’anima della montagna.

Il primo episodio si intitola “L’intelligenza dei piedi” ed è dedicato a uno degli angoli più spettacolari e emblematici delle Grigne, la parete Fasana del Pizzo della Pieve, alla cui storia si intreccia quella di un figura fondamentale per le montagne e l’alpinismo: Vitale Bramani, primo salitore con Eugenio Fasana della parete e inventore delle suole “Vibram”, negli anni Trenta rivoluzionarie e a tutt’oggi tra le più utilizzate in assoluto da chiunque vada per monti e vette.

[Immagine tratta da “Orobie Extra” del 07/01/2025. Cliccate qui per vedere la puntata.]
Nel podcast ci sono anche io: cercherò di raccontarvi il Genius Loci della parete Fasana e la relazione speciale, geografica, antropologica, culturale che lega la parete e il Pizzo della Pieve con la Valsassina, la sua gente e con chi da turista o escursionista vi passi alle sue pendici e volga lo sguardo verso l’alto cogliendone l’imponenza e la referenzialità per l’intero territorio valsassinese.

Dunque, vi invito calorosamente all’ascolto di “Uomini e montagne” e, nel caso, fatemi sapere che ne pensate!

Un nuovo podcast “montano” da non perdere

Nell’ultima puntata di “Orobie Extra”, in onda da martedì 7 gennaio scorso e condotta al solito da Cristina Paulato (cliccate sull’immagine qui sopra per vederla), gli amici Ruggero Meles e Davide Sapienza hanno presentato alcune delle novità che caratterizzeranno la rivista “OROBIE” appena rinnovatasi con il numero di gennaio in edicola: il primo reportage della serie “Uomini e montagne”, dedicato ad alcune grandi e emblematiche pareti delle Alpi lombarde – apre la serie il Pizzo della Pieve e la sua parete Fasana, la più alta delle Grigne, raccontata da Meles – e un ciclo di podcast curato da Davide Sapienza con la regia di Damiano Grasselli, drammaturgo e fondatore del Teatro Caverna, che accompagnerà i reportage ampliandone e arricchendone tanto i contenuti quanto le visioni.

Il primo, quello sulla parete Fasana, si intitola “L’intelligenza dei piedi” e ci sono dentro anche io: lo potrete ascoltare dal 15 gennaio sul sito di “OROBIE” e sulle principali piattaforme.

Ringrazio di cuore Davide – che di podcast dedicati alla Natura è ormai uno degli autori più apprezzati – per avermi coinvolto in questa bella e affascinante novità (e Meles che l’ha sostenuta), che rappresenta un modo non solo innovativo di raccontare le montagne ma pure di dare ancora più senso, sostanza e valore a molto di ciò che rappresentano per i territori, le geografie, i paesaggi e le comunità che abitano alle loro pendici, oltre che per l’identità culturale che rende peculiare la loro vita lassù nel tempo e ancor più nel prossimo futuro.

Dunque, appuntamento al prossimo 15 gennaio!