Embé? Tutti a fare ‘sto #tenyearschallenge e io no?
Ecco.
(Uhm… non pensavo di essermi così scolorito, in soli 10 anni terrestri. Porca miseria!)
P.S.: messaggio per il facebook: alieno sì, coglione no!
Embé? Tutti a fare ‘sto #tenyearschallenge e io no?
Ecco.
(Uhm… non pensavo di essermi così scolorito, in soli 10 anni terrestri. Porca miseria!)
P.S.: messaggio per il facebook: alieno sì, coglione no!
Leggo su Cultora che in meno di una settimana Grey (50 sfumature… dal punto di vista del protagonista maschile) ha venduto più di 100mila copie in Italia (costa 19 euro – non proprio il prezzo di un caffé – e sempre che si voglia credere a tali dati diffusi dagli editori). “L’ennesimo esempio di libro me too. Visto che il la trilogia delle sfumature ha venduto 125 milioni di copie nel mondo ed è stato tradotto in 52 lingue, perché non continuare a riproporlo all’infinito?” chiosa l’articolo con comprensibilissimo sarcasmo – che tale già ora temo non sia per l’editore ma precisa strategia commerciale, almeno finché il fondo del barile non verrà del tutto raschiato dalle sfumature in esso presenti…
Ma, personalmente, a leggere cotanta notizia mi viene da pensare un’altra cosa.
Grey, un “libro”; 50 sfumature… un “libro”, e così via con altre produzioni editoriali simili.
Un libro?
Penso, dunque, che considerare oggetti come questo un “libro” nel senso classico del termine, è come ritenere un panino McDonald’s cibo di qualità, e solo perché lo si mangia come un prodotto DOP o di alta cucina. Se cominciassimo – tutti noi che teniamo ai libri, alla lettura e alla VERA letteratura – a non chiamarli più in quel modo e a non considerarli come parte della produzione letteraria? Trovate una recensione di un suddetto panino McDonald’s (o di qualche altro prodotto industriale) in un sito o un blog di buona cucina o una citazione in un libro di gastronomia? E allora, perché farlo con un non-libro come questo, e come altri di simile natura? E perché proprio con un oggetto che scimmiotta lo strumento culturale per eccellenza, quale è il libro quando sia frutto di autentica arte letteraria?
Che abbiamo scritto in fronte, noi amanti della letteratura? “Giocondi” – o qualche termine pure peggiore?
Quelli non sono libri, punto. Quella non è letteratura, stop. Liberissimo chiunque di leggerla, di godersela per quanto leggerà, di farne ciò che vuole. Ma se mangiate un panino McDonald’s, non venite poi a parlare di buona cucina con chi ce l’ha veramente a cuore e, magari, se ne intende anche. E se dopo un po’ siete pure più grassi, col diabete fuori controllo ovvero incapaci di riconoscere i buoni libri da quelli scadenti, beh, con tutto il rispetto, ve la siete cercata. Ecco.
Forse l’avrete già vista, in giro sul web, la copertina della nuova edizione Mondadori de Il piacere, di D’Annunzio. E forse, dunque, avrete già letto qualcosa di critico sulla questione.
Ben venga il proposito di riproporre in una chiave la più contemporanea e dunque gradevole possibile al lettore di oggi i grandi classici del passato, opere meravigliose che tuttavia agli occhi (superficiali) di tanti possono dare di sé un’immagine polverosa, di roba vecchia, di storie fuori dal tempo, pesanti e noiose. Ovviamente chi ha un minimo di cultura letteraria sa bene che non è così ma, ribadisco, il proposto è nobile e utilissimo.
Posto ciò, se si mette il pennello che serve per ridare vita ai colori di un capolavoro a un incapace che prima di ora l’unico rapporto con la pittura lo ha avuto ridipingendo la porta del proprio bagno, inesorabilmente il danno è fatto. Paragonare, anzi, legare a doppio filo un’opera come Il Piacere, estetizzante, decadente, letterariamente possente, per quei tempi innovativa se non addirittura sovversiva, con un prodotto meramente industriale, di valenza narrativa artificiosa e letteraria nulla come Cinquanta sfumature di grigio, la cui nuova copertina de Il Piacere smaccatamente – e pure cafonescamente – rimanda, è cosa da arresto immediato, oltre che prova di ignoranza letteraria, editoriale e culturale tremenda. Le due opere non c’entrano nulla di nulla, e non è che il titolo di un’opera classica che rimanda a un qualcosa che, secondo alcuni (?) viene trattato con gran quantità di pessimo gusto in una storia contemporanea, possa giustificare qualsivoglia legame. Anzi.
Inoltre, temo pure che il proposito virtualmente nobile dell’editore, che ho riassunto in principio di articolo, possa in verità trasformarsi in un boomerang, per come una copertina così artificiosa – e pure brutta, diciamocelo chiaramente – del tutto svincolata dalla vicenda narrata e, soprattutto, dal senso generale dell’opera, rischi di confondere, irritare e allontanare chi – ingenuamente quanto si vuole ma tant’è, ogni editore ha i lettori che si merita! – non sia affatto preparato allo stile dannunziano e, in generale, alla letteratura classica italiana. Ci può essere qualche lettore delle Cinquanta sfumature che, attratto da quella copertina, leggerà e si innamorerà di D’Annunzio? Me lo auguro vivamente. Ci sarà qualche lettore delle Cinquanta sfumature che, attratto dalla suddetta copertina, leggerà D’Annunzio convinto di trovarci qualcosa di simile al suo libro preferito e invece no, ci troverà una storia dotata d’un lessico “conforme al comportamento e all’educazione da esteta di Andrea Sperelli: pregiato, quasi artefatto, aulico e molto elaborato, in particolar modo nella descrizione degli ambienti e nell’analisi degli stati d’animo. Si prendano ad esempio l’uso di troncamenti, o le forme arcaiche e letterarie, come nel caso di articoli e preposizioni articolate. Anche se l’eloquenza e la ricercatezza tendono ad appiattire il registro verbale, come succede per l’uso di metafore e comparazioni che talvolta complicano ed intensificano momenti carichi di tensione. La sintassi è prettamente paratattica, in grado di rafforzare la tendenza all’elencazione, alla comparazione, all’anafora, e la prosa è ricca, allusiva e musicale, tanto da assumere una funzione espressiva più che comunicativa. Inoltre, l’autore usa fare riferimenti a opere letterarie e artistiche per conferire un tono più elevato al romanzo, senza prescindere da vocaboli in inglese, greco, tedesco, francese e latino.” (dall’articolo Il piacere (romanzo) di Wikipedia) – insomma, trovandoci qualcosa di a dir poco antitetico al tomo grigiamente sfumato, finendo per restarne disgustato e diffondendo in giro tale sua impressione? Non me lo auguro affatto, ma lo temo assai.
Infine: in copertina, d’Annunzio con la “d” minuscola. Non è preposizione di origine nobiliare (come Lorenzo de’ Medici o Honoré de Balzac) ma iniziale del cognome, ergo va scritta maiuscola, nonostante a volte lo stesso Vate si firmasse con la minuscola. Beh, altro che arresto: siamo prossimi al patibolo, con questa superficialissima scelta (non mi vengano a dire che sapevano che D’Annunzio si firmasse con la minuscola, che non ci crede nessuno!), e alla prova probante che i cosiddetti “grandi” editori italiani, al giorno d’oggi, sono quanto di meno capace di maneggiare la vera letteratura vi sia in circolazione. Purtroppo per la letteratura stessa, per la lettura, la cultura, e per noi tutti.