Cosa ne pensate delle vie ferrate?
Per quanto mi riguarda, ammetto che (attenzione, spoiler!) non ne penso affatto bene. Trovo che siano una delle infrastrutture montane a scopo ludico-ricreativo più subdole in assoluto. Antitetiche al basilare principio del salire i monti «by fair means» e alla più ragionevole etica alpinistica, degradano anche il valore culturale del senso del limite che è da sempre un elemento intrinseco alla frequentazione della montagna dacché consentono di superare difficoltà e raggiungere sommità anche a chi non ne abbia le capacità materiali, evitandogli pure di affrontare la cosa più logica in questi casi ovvero un buon corso di alpinismo che almeno parte di quelle capacità può conferire. Che senso alpinistico ha il superamento di una parete rocciosa altrimenti inaccessibile senza le adeguate doti arrampicatorie solo grazie a catene, pioli e maniglie avendo solo cura di sapersi assicurare lungo l’apposito cavo? Non si è in grado di salire da questa parte senza la via ferrata? Bene, si salirà da un’altra parte e comunque la sommità la si potrà raggiungere; se proprio non si è in grado di farlo amen, di altre vette raggiungibili ce ne sono a milioni. Punto. Perché manifestare una tale arrogante prepotenza nei confronti delle montagne?
Anzi, dirò di più: a me la via ferrata pare niente meno che una sorta di bizzarro doping alpinistico, solo che le relative “sostanze” sono di consistenza metallica e non le assume l’escursionista ma vengono fatte assumere a forza alla montagna. Peraltro non ci trovo nemmeno così tanta differenza con un ordinario impianto di risalita anch’esso di consistenza metallica, una seggiovia ad esempio, se non nella modalità pratica d’uso e nel differente sforzo fisico conseguente. Anzi, la seconda è per molti aspetti meno subdola e più “onesta”, a suo modo: almeno non viene spacciata per alpinismo, quantunque a sua volta spesso serva per arrivare in cima a una montagna!
Tutto ciò ovviamente al netto delle vie ferrate storiche/storicizzate e di quelle “obbligate”, senza le quali l’ascesa inevitabile al monte per altra via non attrezzata risulterebbe troppo lunga e laboriosa: ma è un caso ben raro, questo, nel novero delle vie ferrate di recente realizzazione, il cui principio di fondo mi pare resti meramente e biecamente ludico, neanche avvicinabile a qualsivoglia idea di alpinismo. Il caso mostrato nell’immagine lì sopra è emblematico (è la ferrata Walserfall nel comune di Baceno, Verbania; cliccateci sopra per leggerne i dettagli nel sito di Mountain Wilderness Italia). Che bisogno c’è di salire proprio da quella parete, se non per un divertissement del tutto mero e artificiale, ben diverso da quello prettamente alpinistico? Perché prendersi gioco in tal modo del talento e dell’impegno di chi invece riesce a conseguire nel tempo le capacità alpinistiche per superarla con i propri mezzi?
Per tutto questo capisco perfettamente le azioni messe in atto al fine di protestare e ove possibile contrastare la realizzazione delle vie ferrate. Peraltro, poste tali mie opinioni – che sono personali, ribadisco: ognuno la può pensare come vuole al riguardo – credo che la miglior protesta possibile verso queste opere, oltre a quelle suddette mirate alle nuove realizzazioni (oggi, guarda caso, quasi sempre progettate da enti pubblici che mostrano gravi incompetenze culturali in tema di montagne), sia semplicemente quella di non frequentarle. A partire – mi sia consentita la piccola nota polemica – da chi lo fa spesso attraverso le proprie gite sociali pur appartenendo a un sodalizio, il Club Alpino Italiano, il quale al punto 12 del proprio “Bidecalogo” afferma che «è, e resta, contrario all’installazione di nuove vie ferrate e/o attrezzate. Si adopera, ovunque possibile, per dismettere le esistenti, con la sola eccezione di quelle di rilevante valore storico […]». Questione di coerenza, di etica alpinistica e di lealtà verso se stessi, di rispetto verso la montagna e le sue peculiarità… di fair means, appunto.

Quand’ero ragazzino, coi genitori passavo le vacanze d’agosto in una località di montagna posta sul confine con la Svizzera. Un giorno – avrò avuto nove o dieci anni – con mio padre e un amico di famiglia effettuai un’escursione fin su una sella a oltre 2000 m di quota oltre la quale la vallata scendeva in territorio elvetico. Su quella sella era dunque posto il confine e, giunti in prossimità di esso, mio padre mi raccomandò di stare attento a non andare oltre, per evitare eventuali “guai” e ripercussioni di sorta. Allora non erano ancora in vigore gli accordi di Schengen, le dogane lungo i collegamenti stradali erano attive, i controlli scrupolosi, e sui rischi legati all’oltrepassare il confine seguendo le vie secondarie giravano leggende metropolitane – o “metroalpine”, potrei dire – d’ogni genere: dalle guardie confinarie a cavallo acquattate dietro le rocce che bloccavano all’istante chiunque lo superasse, alla detenzione altrettanto immediata, addirittura ai colpi d’arma da fuoco legati soprattutto al fenomeno degli spalloni, i contrabbandieri che per buona parte del Novecento commerciavano illegalmente beni italiani con merci svizzere. Era come se lassù, su quell’ampia sella tra i monti, vi fosse realmente un muro invalicabile, una linea rossa tracciata sul terreno esattamente come sulle mappe che generasse un “di qua” e un “di là” inequivocabili, una demarcazione netta e indiscutibile. Ovvio che io stavo ben attento a non trasgredire le raccomandazioni paterne, quantunque il fascino dell’andare oltre, dell’infrangere le prescrizioni dettate dalle regole era forte. Ma, metti caso che quelle leggende fossero vere…






