Gli Appennini e le loro montagne sempre più ammalianti

Sarò che divento sempre meno giovane (!) e con ciò sempre più sensibile (almeno spero) a cogliere certi aspetti del mondo in cui vivo, ma ogni volta che mi trovo davanti un’immagine degli Appennini, io che vivo sulle Alpi e delle loro altezze, delle verticalità e delle arditezze mi sono ampiamente nutrito (da alpinista mediocre, sia chiaro), sento nell’animo un moto di fascinazione e attrazione sempre più intenso, al pari della vivida sensazione di bellezza che la mente percepisce.*

Sono montagne relativamente basse, quelle appenniniche, carenti di vette che puntano dritte al cielo come molte alpine e sovente arrotondate, docili, ampiamente boscose più che rocciose e senza più ghiacci, in genere dalle morfologie meno scenografiche – o meno instagrammabili, come oggi si usa dire – di quelle delle Dolomiti o del Monte Bianco… insomma, apparentemente destinate a perdere qualsiasi gara di “montanità” con la catena alpina.

Già, ma solo se non si considera l’anima profonda del loro paesaggio e la manifestazione insuperabile di accoglienza che (mi) suscitano le loro vallate, le vaste foreste, le lunghe dorsali e le sommità che, senza potersi vantare di altitudini sensazionali, come detto, donano sensazioni di immensità potenti e ammalianti. Senza parlare dei meravigliosi borghi sospesi nel tempo, tra le cui case respiro un’aria ben più vitale, nonostante i silenzi e le immobilità, di quella presente in tante località scintillanti e iper-turistiche la cui energia mi sembra semmai quella di un elettroshock, non altro.

A volte mi duole avere tra casa e l’Appennino molta distanza e la Pianura Padana sempre troppo trafficata, inevitabilmente da attraversare per giungere al di là, su quei monti che dai miei vedo emergere lontani dalle cappe di nebbia e di smog che nascondono quasi perennemente il grande piano eridaneo. Ho vagabondato per tutte le Alpi in lungo e in largo, spero nei prossimi anni di poterlo fare anche con l’Appennino, almeno quello più prossimo alla valle del Po. È un mondo alpestre troppo bello e affascinante da permettersi di non conoscerlo più a fondo.

*: ovviamente quanto ho scritto non significa che quelle appenniniche siano montagne “da vecchi”, tanto più che sono più giovani di quelle alpine. Semmai che suscitano sensibilità meno immediate e più ponderate, anche più profonde per molti versi.

Gli Appennini, montagne grandi

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Noi che abitiamo sulle Alpi, le frequentiamo e identifichiamo il termine e l’idea di “montagna” con immagini e visioni quasi sempre attinenti alla catena alpina, forse tendiamo di contro a considerare gli Appennini montagne «figlie di un dio minore»: vuoi perché meno elevate, vuoi perché prive di certe spettacolari morfologie che si ritrovano sulle Alpi o di ghiacciai e di altri elementi che nell’immaginario alpino diffuso identificano le “alte quote”. Invece gli Appennini offrono innumerevoli angoli, luoghi e paesaggi straordinari – nel senso letterale del termine, cioè fuori da quell’“ordinario montano” che ho appena tratteggiato il quale sconta l’influenza di certi convenzionalismi geografici ingiustificati.

L’immagine lì sopra, mirabilmente realizzata dall’amico Marco Lanzavecchia (che ringrazio di cuore per avermela concessa) nella quale è visibile un meraviglioso scorcio del territorio in prossimità dei Piani di Castelluccio di Norcia prospiciente il Monte Vettore (la sommità più alta visibile nella foto è la Cima del Redentore, 2.448 m, una delle vette del monte) trovo che sia assolutamente significativa riguardo ciò che voglio dire. Non ci sono punte e torri acuminate, grandi pareti o creste vertiginose come sulle Alpi, ma la morfologia assolutamente particolare, l’ariosità della visione, la grandiosità della geografia e dunque la potenza pienamente alpestre che si coglie da una tale visione rappresentano delle peculiarità non soltanto spettacolari alla percezione e emozionanti alla considerazione, ma pure in grado di identificare un paesaggio di bellezza e valore culturale rari, con il quale l’instaurare una relazione da parte di chi lo visita e lo vive è una pratica necessaria tanto quanto naturale, come se questi luoghi potessero risultare per vari motivi oltre modo accoglienti, e non solo per il corpo e la mente ma pure per l’animo e lo spirito.

In veste invernale, poi, con la neve al suolo e cielo sereno (non solo in tali condizioni, ma certo con esse in modo più evidente) la luce che emanano luoghi e paesaggi così aperti, intensi e profondi è a dir poco speciale, forse unica, come in effetti la definì Vincenzo Cardarelli in Sera di Gavinana:

Ma come più rifulge, nell’ora che non ha un’altra luce, il manto dei tuoi fianchi ampi, Appennino.

Anche per questo, le geografie dei luoghi degli Appennini si fanno facilmente geografie dell’anima, e paesaggi interiori capaci di suscitare sensazioni di grande armoniosità per certi versi più di quanto sappiano fare le Alpi, a volte troppo morfologicamente rudi e dunque formalmente meno accoglienti. Viene più semplice relazionarsi, con queste montagne, ma d’altro canto viene anche più spontaneo perdersi in esse – consapevolmente, intendo dire – per lasciare che la scoperta e l’emozione conseguente crescano e s’amplino passo dopo paso senza che vi siano sommità troppo “marcanti”, troppo georeferenziali che potrebbero riservare soprattutto ad esse l’attenzione del viandante distraendolo da altri luoghi meritevoli. Ma le montagne d’Appennino sono comunque grandi, in un ordine dimensionale che contempla meno la mera altitudine e più la vastità e la complessità delle proprie orografie, con ciò donando la sensazione di una potenza alpestre, come scrivevo poco sopra, assolutamente compiuta e affascinante. E in effetti dell’intrico morfologico appenninico e di quanto fosse intrigante se n’era già accorto Goethe a inizio Ottocento, il quale annotò le sue impressioni al riguardo nel celeberrimo Viaggio in Italia:

Gli Appennini sono per me un pezzo meraviglioso del creato. Alla grande pianura della regione padana segue una catena di monti che si eleva dal basso, per chiudere verso sud il continente fra i due mari. Se la struttura di questi monti non fosse troppo scoscesa, troppo elevata sul livello del mare e così stranamente intricata; se avesse potuto permettere al flusso e riflusso di esercitare in epoche remote la loro azione più a lungo, di formare delle pianure più vaste e quindi inondarle, questa sarebbe stata una delle contrade più amene nel più splendido clima.

Viva gli Appennini, insomma, montagne eccezionali che mi auguro di poter esplorare e conoscere negli anni prossimi ben più di quanto abbia fatto finora.