Una cosa alla quale noi animali-umani dovremmo assolutamente ambire

Credo che una delle cose fondamentali che noi esseri umani – noi cosiddetti Sapiensdobbiamo perseguire per poterci dire realmente tali e giustificare quell’attributo auto-assegnatoci, è il più alto livello possibile di empatia nei confronti delle altre creature viventi, in primis degli animalitutti gli animali, non soltanto quelli più vicini a noi e graditi.

D’altro canto la parola “empatia” viene dal greco en-páthos, «sentire dentro», principalmente in riferimento alle emozioni altrui, ma che si potrebbe riferire anche al fatto che siamo animali pure noi umani, sebbene ce lo dimentichiamo spesso (strano per la creatura più “evoluta” sul pianeta!), dunque ciò che si sentiamo dentro ha un’origine simile a quello che ogni altro animale elabora dentro di sé.

Una relazione compiutamente empatica con le altre razze animali che insieme a noi vivono su questo pianeta non è solo una manifestazione di sensibilità e rispetto verso la Natura – della quale siamo pienamente parte, ribadisco – ma è anche un esercizio di considerazione e consapevolezza verso noi stessi: perché poche altre cose (forse nessun’altra?) può darci tanto e insegnarci moltissimo come un rapporto di autentica empatia con gli animali.

[Immagine tratta da www.compassion-contagion.com/fieldnotes/animalspeople.]
Solitamente si disserta su quanto gli animali, in particolar modo quelli domestici ovviamente, sappiano essere empatici con noi umani. Ma viceversa? Quanto sappiamo esserlo noi con loro? In maniera autentica e complessa, s’intende, non in forza dei semplici comandi grazie ai quali interagiamo con essi o dell’affetto che ci lega.

Be’, lo ribadisco: credo sia una delle massime aspirazioni alla quale noi umani dovremmo ambire, una condizione la cui comprensione dell’importanza fondamentale dovrebbe essere di default nella nostra intelligenza. Quelli più edotti al riguardo forse la definirebbero un esercizio di ecosofia; gli altri, tra i quali me, la possono pure indicare come una manifestazione della più nobile, compiuta e olistica umanità.

Bisogna imparare a riconoscere e a rispettare negli altri animali i sentimenti che vibrano in noi stessi.

[John Oswald, The Cry of Nature; or, An Appeal to Mercy and to Justice, on Behalf of the Persecuted Animals, 1791.]

Bisogna togliere cose dalle montagne, invece di continuare ad aggiungerne!

Per risolvere l’iperturismo sulle montagne bisogna cominciare a togliere “cose” dalle montagne stesse invece di continuare ad aggiungerne – nuovi impianti e piste, nuove attrazioni turistiche (ponti sospesi, panchine giganti, passerelle panoramiche, parchi giochi), nuovi resort, nuove strade, nuove trovate promozionali e di marketing… – e così rigenerare la più consona e naturale dimensione montana e la sua conseguente fruizione consapevole da parte di chi è veramente interessato alla montagna e non a tutto il resto che vi viene forzatamente piazzato in base al modello del divertimentificio alpino e a favore del turismo di massa.

Ecco, questa è in buona sostanza la proposta che mi (ci) sottopone l’amico Luigi Casanova, Presidente di Mountain Wilderness Italia, compiutamente articolata nel documento che trovate lì sotto (cliccate sull’immagine per scaricarlo); io l’ho solo integrata con alcune altre mie considerazioni. Una proposta che qualcuno riterrà “provocatoria” e in effetti lo è, lo vuole essere. Ma solo nella forma apparente, a mio parere: perché di contro, nella sostanza e a pensarci bene, quante innumerevoli cose di ogni genere e sorta si continuano a piazzare sulle montagne, sempre (o quasi) funzionali a qualcuno per ricavarci guadagni e mai (o quasi) contestuali al territorio e realmente utili ai residenti?

In fin dei conti: più cose si aggiungono per attirare turisti, più ne arriveranno, più ci si lamenterà per la loro “invasione”. Che senso ha tutto ciò?

[Nelle immagini: vedute della passerella panoramica dei Piani Resinelli, attrazione turistica inutile – si veda l’immagine in alto, quando non c’era: il panorama si vedeva comunque benissimo! – e impattante che ha degradato la zona del Monte Coltignone ove è installata.]
Così Casanova, introducendo il documento di Mountain Wilderness Italia,  riassume il nocciolo della questione:

Si parla tanto di overturismo, meglio, eccesso di turismo, monocultura. In troppi ormai parlano, pontificano. Privi di coerenza, siano questi operatori economici o, peggio ancora, politici.
Si vuole affrontare il fenomeno? Ci si fermi, si tolga, il verbo dominante deve essere togliere, specialmente dalle montagne. Errori freschi e antichi. E basta aggiungere. Invece, quanti parlano del fenomeno il giorno stesso provvedono a aggiungere. Portate impianti, nuove strade, nuovi alberghi in vetta, musei, idiozie come percorsi tematici o downhill, guide, pubblicità, anche gratuita – vedasi la RAI pubblica, pagata da noi cittadini.
Per questo motivo, come detto a Passo Tonale all’inizio della Carovana dei ghiacciai, Mountain Wilderness rilancia: basta aggiungere, si tolga invece, cominciando dalle Dolomiti fino agli Appennini!

Buon relax a tutti!

Nelle prossime due settimane il blog non andrà in “vacanza” ma, visto il periodo, terrà ritmi più blandi di pubblicazione degli articoli. Ugualmente, dunque, vedrete meno post di rilancio degli articoli sulle pagine social; sappiate però che, come detto, qui nel blog troverete comunque contenuti nuovi e, lo spero, sempre interessanti tanto quanto stimolanti.

Vi auguro di cuore le più belle e rilassanti vacanze; se le avete già fatte, un rigenerante riposo; se invece lavorate, conto che il periodo consenta anche a voi meno stress e più tranquillità. Ma se lavorate e il vostro lavoro non vi impone stress e affanni di sorta nemmeno nel resto dell’anno, beh… ditemi dove devo inviare il curriculum!

Buon agosto a tutti! 😉

Nell’immagine: Walter Risch (1892-1966), di St. Moritz, e Christian Klucker (1853-1928), della Val Fex, due delle più celebri guide alpine engadinesi, sui monti della Val Bregaglia intorno al 1910.

“Il Geopoeta”, a settembre: un libro fondamentale, da non perdere

Nei primi giorni di settembre uscirà per Meltemi Editore la nuova edizione de Il Geopoeta, nelle terre della percezione, l’ultimo libro di Davide S. Sapienza. O forse dovrei meglio dire “il” libro di Davide Sapienza, il manifesto fondamentale di un pensiero che scaturisce da una vita di esplorazioni della Natura e dei paesaggi, che raffigura e fissa nero su bianco nelle sue pagine una visione – un’idea, una teoria che s’è già fatta pratica, una filosofia fatta di tanti assunti quanti sono i passi mossi nelle geografie del mondo – relazionale e esperienziale che è propria di Davide ma organica a chiunque altro si dimostri sensibile al mondo che lo circonda: la lettura del libro – consigliatissima, inutile dirlo – ve lo dimostrerà fin dalle prime pagine, facendovi sentire per così dire “autori”, voi stessi, delle parole che in quel momento starete leggendo e leggerete.

Davide, con il quale mi lega un’amicizia ormai di lungo corso, mi ha concesso l’enorme privilegio di scrivere la prefazione de Il Geopoeta. Un compito che nei momenti successivi alla sua proposta mi era parso superiore alle mie possibilità oltre che troppo ragguardevole. «La prefazione ad un testo importante come Il Geopoeta, io? Naaaa…!» D’altro canto ho sempre ben vividi nella mente gli innumerevoli insegnamenti che Davide mi ha continuamente donato, di persona e attraverso i suoi libri, e che da sempre coniugo al mio vagabondare per i paesaggi e alle visioni che ne traggo, e subito dopo tale considerazione ho pensato di come io concepisca Davide come a una sorta di mappa, anzi, un uomo-mappa, un narratore che non solo ha raccontato e racconta luoghi, nature, paesaggi, idee, visioni, utopie, ma li rappresenta in una rete di connessioni pienamente e profondamente geopoetiche che posso veramente immaginare come quelle che uniscono le località di una carta geografica, la cui consultazione e conoscenza sa dare una direzione, un’indicazione precisa e comunque utile a capire dove si è, cosa si ha intorno e verso dove ci si può dirigere, ma sa dare pure un senso culturale, estetico, antropologico profondo al nostro essere/stare nel luogo in cui stiamo, sia esso uno spazio geografico e materiale oppure un dominio mentale, spirituale e immateriale.

[Cliccate sull’immagine per scaricare il pdf.]
Anche per questo alla fine mi sono detto: be’, forse non sarò in grado di scrivere una prefazione degna di tal nome e di cotanto libro, ma voglio comunque provare a mettere per iscritto le sensazioni, le percezioni e le nozioni che posso trarre dal viaggio attraverso quel luogo letterario che è Il Geopoeta e l’uomo-mappa che l’ha pensato, elaborato, composto. Dunque sì, Il Geopoeta che uscirà per Meltemi ai primi di settembre ha la mia prefazione, cioè una sorta di piccolo ma intenso diario del viaggio personale attraverso il libro, il suo autore, Davide Sapienza, e il suo fondamentale pensiero geopoetico.

[Un estratto della mia prefazione.]
In ogni caso, a prescindere dalla mia prefazione (d’altro canto il libro regala ai suoi lettori anche la videoopera “Contrafforte Pliocenico” di Marco Mensa per Ethnos, e le mirabili illustrazioni di Vittorio Peretto), sappiate che Il Geopoeta è uno dei libri più importanti, forse il più importante, usciti in Italia sul tema della nostra relazione con il mondo, i paesaggi, la Natura, il tempo che viviamo nel frattempo. Una lettura realmente imperdibile, tenetene ben conto.

Gianni Berengo Gardin

[Paesaggio agricolo, altipiano del Renon, 1968. Immagine dall’Archivio Touring, tratta da qui.]
Sono state spesso presenti, le montagne, nella visione del paesaggio che ci ha donato Gianni Berengo Gardin, il grande fotografo ligure scomparso mercoledì.

Una visione profondissima anche perché assolutamente antropologica, capace di rivelare le relazioni tra luoghi e persone, tra geografie esteriori visibili e interiori intuibili, tra lo spazio del mondo vissuto e il tempo di chi lo viveva (e lo vive tutt’oggi). D’altro canto era lo stesso Berengo Gardini a sostenere che «Il mio lavoro non è assolutamente artistico e non ci tengo a passare per artista. L’impegno stesso del fotografo non dovrebbe essere artistico, ma sociale e civile».

[Gran Sasso d’Italia, 2007. Immagine tratta da www.artsy.net.]
Un impegno i cui frutti ora devono diventare patrimonio culturale collettivo del paese, affinché la mancanza del suo sguardo così profondo e narrante non sia troppo intensa.

RIP.