Sarah Gainsforth, “Oltre il turismo”

Quello del turismo è diventato un tema parecchio complesso, in modi per certi versi paradossali. Considerato a lungo, e giustamente, uno degli aspetti più positivi nei riguardi dei luoghi che ne sono meta – fin dai tempi del Grand Tour e fino a quando rimase una pratica certamente ludico-ricreativa ma su basi sostanzialmente culturali – dal boom economico del secondo Novecento in poi si è sempre più adeguato ai modelli consumistici viepiù imperanti, diventando esso stesso un modello in tal senso sempre più esasperato – basti pensare ai frequenti casi di iperturismo, o overtourism, contemporanei. Al punto che, da ambito virtuoso e benefico per i luoghi, viene sempre più definito un problema, una criticità, qualcosa che addirittura si vorrebbe respingere – vedi le scritte “Tourists go home” che ormai di frequente appaiono nelle località più frequentate.

Insomma, il turismo non è più solo l’attività che sottintende il viaggio di piacere e la vacanza ricreativa ma s’è fatto tema articolato, denso, come detto parecchio complesso, che comprende in sé numerosi elementi economici, sociali, culturali, ambientali, antropologici, politici, finanche filosofici, per molti versi poco amalgamati, sovente in contrasto. Un tema per nulla facile da comprendere, ormai.

Con Oltre il turismo. Esiste un turismo sostenibile? (Erin Edizioni, 2020, nuova edizione 2024) Sarah Gainsforth, ricercatrice romana che opera negli ambiti delle trasformazioni urbane, dell’abitare, delle disuguaglianze sociali e del turismo, offre un ottimo compendio del tema, delle sue caratteristiche fondamentali, dell’evoluzione che lo ha portato alle manifestazioni attuali, del loro portato nei territori turistici e di come cercare di evitarne le conseguenze più deleterie. Il tutto in sole 62 pagine di un volume dal formato realmente “tascabile”: un testo compresso per un tema complesso – permettetemi il gioco di parole – ma che riesce a fornire un quadro ben esplicativo della sua realtà fornendo le nozioni necessarie a capirne le dinamiche principali, soprattutto di carattere sociale []

(Potete leggere la recensione completa di Oltre il turismo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Il paesaggio è un libro che certi “analfabeti” non sanno (più) leggere

[Qualche primavera fa, sulle montagne sopra casa.]
Tantissime volte, durante i miei vagabondaggi montani, mi ritrovo ad osservare paesaggi e panorami di assoluta spettacolarità, epifanie di bellezza naturale che di colpo m’incantano e emozionano al punto da restare immobile ad ammirarle per lunghi istanti e ad ascoltare la narrazione universale del paesaggio che mi raccontano, con tutto ciò di sorprendente che sa svelare.

[Immagine di freepik.]
Invece qualcuno, di fronte a vedute così eccezionali, probabilmente penserebbe senza troppi indugi di piazzarci una panchina gigante, una passerella panoramica o qualche altro giocattolone simile. Che invece, nel caso, rivela quanto poco o nulla si percepisca e comprenda del paesaggio, e quanto invece lo si pensi uno spazio da riempire perché altrimenti vuoto di senso e di valore. Ma se non si sa leggere e comprendere il testo di un libro perché si è analfabeti, non si possono certo imputare colpe al libro al punto da volersene vendicare anche a scapito di chi lo sappia leggere!

[Foto tratta da www.percorsipanchinegigantivallidilanzo.it.]
Panchine giganti, passerelle panoramiche e amenità simili rappresentano da un lato una dichiarazione di mera ignoranza e dall’altro di rozza prepotenza nei confronti del paesaggio. Un’offesa alla sensibilità di chi sa apprezzare e comprendere la bellezza di certi luoghi imposta da chi quella sensibilità l’ha dimenticata o preferisce trascurarla. Inoltre, e soprattutto, un’offesa al paesaggio e al suo valore culturale che è patrimonio di tutti, non bisogna dimenticarlo. Un delitto, ribadisco una volta ancora, che va contrastato in ogni modo civile, innanzi tutto con l’intelligenza che il paesaggio stesso ci insegna, quella della Natura e della relazione armoniosa dell’uomo con essa.

Un vostro punto di vista sul turismo

Cari amici, vi sottopongo un quesito al quale chiedo di rispondere (se ne avete voglia, ovviamente) rimarcandomi il vostro punto di vista al riguardo:

Esiste il turismo sostenibile?

O, per dirla in altra forma:

Il turismo può essere realmente sostenibile?

So bene che prima dovremmo stabilire cosa intendere con l’aggettivo «sostenibile», ma è pur vero che il naturale parametro di riferimento sono le circostanze della realtà che riscontriamo intorno a noi le quali in effetti “definiscono” il valore corrente dell’aggettivo, nel bene e nel male nonché al netto di accezioni tanto “ideali” quanto poco o nulla diffuse.

Grazie di cuore per le risposte che vorrete fornire!

Se il turismo non rafforza i territori ma ne sviluppa le diseguaglianze

Progettare un futuro equo richiede il contrasto degli interessi dei potenti e la redistribuzione le risorse, togliendole a coloro che hanno beneficiato del sistema per generazioni; il perseguimento di un modello di crescita economica guidata dal turismo è, al contrario, il percorso di minore resistenza e permette ai potenti di mantenere i propri privilegi. Infatti la pianificazione del turismo tende a rafforzare proprio queste disuguaglianze.

[Sarah Gainsforth, Oltre il turismo, Eris Edizioni, 2020, pagg.60-61.]

In questo passaggio del suo bel libro, del quale vi dirò presto, Gainsforth cita Samuel Stein, geografo e urbanista americano autore di alcuni ottimi libri sui temi della pianificazione territoriale (come Capital City: Gentrification and the Real Estate State, purtroppo non tradotto e pubblicato in Italia ma che ad esempio a Milano dovrebbero leggere tutti) e, attraverso le sue parole spiega bene perché da un lato la politica sostenga e investa molto sul turismo e, dall’altro, perché non sia affatto una risorsa tanto fondamentale come molti luoghi comuni sostengono ma, anzi, se gestito male o non gestito affatto (ciò che generalmente accade in Italia) finisce per provocare disequilibri e danni economici e sociali ai territori che ne sono oggetto.

Questo, ovviamente, non significa che il turismo non rappresenti un’economia estremamente importante per un adeguato sviluppo territoriale: lo è ma, come tutte le cose, è tale se viene integrata armonicamente nel tessuto socioeconomico locale e, appunto, gestito con adeguate competenze e avveduto buon senso. Altrimenti è un maglio che può rapidamente distruggere luoghi e comunità prima che queste se ne rendano conto – anche di esserne complici: e di casi al riguardo ormai ce ne sono molti.

 

Fin dove pensiamo si possano sfruttare le montagne?

Quanto pensiamo ci si possa spingere avanti nella turistificazione dei territori montani?

Dov’è il limite della trasformazione delle montagne in parchi divertimento ad uso prettamente turistico?

E dov’è il punto di equilibro tra presenze turistiche e comunità locale?

A volte, di fronte a certi progetti, opere, infrastrutture proposte e realizzate in montagna, legate all’industria turistica, forse restiamo perplessi ma poi tendiamo a soprassedervi: perché si tratta di opere “piccole”, magari pure “carine”, perché vengono proposte in località già ampiamente sfruttate, perché «non si può dire sempre di no», perché «che sarà mai!», eccetera.

Così una prima volta, poi una seconda, poi una terza e una quarta… e alla fine le località in questione vengono infrastrutturate, sfruttate, cementificate, asfaltate, consumate come la periferia di una grande città e soprattutto degradate nella loro bellezza e nell’identità che un tempo le rendeva peculiari e piacevoli da frequentare.

Con queste modalità, del tutto funzionali agli interessi del turismo massificato e da esso indotte – quel turismo che ragiona solo in termini di quantità e mai di qualità, soprattutto nei confronti del territorio coinvolto nelle proprie iniziative – stiamo lasciando che le nostre montagne si riempiano di non luoghi tali e quali a quelli urbani: località prive di anima, defraudate delle loro specificità, totalmente assoggettate ai modelli turistici imperanti, svendute a turisti-clienti come beni di un centro commerciale.

Dove pensiamo che sia il limite di tutto questo?

O, ancora prima: pensiamo che ci debba essere un limite a tutto questo?

Ce le poniamo qualche volta tali domande, di fronte alla trasformazione di certe località montane e al rischio che altre subiscano modalità simili?

Forse sì, probabilmente non a sufficienza. O lo facciamo con superficialità, senza il necessario approfondimento, senza che le citate perplessità diventino azioni concrete, materiali e immateriali, che diano risposte altrettanto concrete a quelle domande e a favore delle nostre montagne.

In molte località montane il processo avvenuto è proprio quello a cui ho accennato lì sopra: da alcuni piccoli interventi, il cui reale impatto si è trascurato o ignorato, si è arrivati ai megaparcheggi, ai condomini di venti piani come nelle periferie metropolitane, alle discoteche all’aperto a 2000 e più metri di quota, alle ostriche e champagne per avventori benestanti alla faccia delle tradizioni e delle identità locali oltre che di tutti i veri appassionati di montagna.

Da luoghi speciali a non luoghi, ribadisco.

Da località montane dalle peculiarità uniche e pregevoli a spazi anonimi esclusivamente vocati al divertimento, simili gli uni agli altri perché così dev’essere, non conta più il contenitore ma il contenuto, non conta più il luogo e ciò che offre ma a che prezzo ciò che offre sia vendibile e sfruttabile.

Quindi? Fin dove pensiamo di poterci spingere, con il destino delle nostre montagne? Fino a che punto possiamo accettare silenti la loro trasformazione?

Perché, è bene rimarcarlo, si fa presto a consumare il paesaggio ma poi spesso ci voglio decenni e generazioni per ripristinarlo. Siamo disposti ad accettare questa cosa, oppure no?