London, a (different) story – pt.3 and over…

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The London Series: #3, Ta(s)te of flight, dal blog LucaRotaImages.

Una grande città, Londra, narrata attraverso visioni inconsuete, per raccontarne la realtà e l’essenza in un modo diverso dal solito.
Qui, ora, e il racconto completo, poi, su LucaRotaImages.

London, a (different) story – pt.1

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The London Series: #1, Whiteness, dal blog LucaRotaImages.

Una grande città, Londra, narrata attraverso visioni inconsuete, per raccontarne la realtà e l’essenza in un modo diverso dal solito.
Qui, ora, e il racconto completo, poi, su LucaRotaImages.

Il racconto è figlio d’un dio (letterario) minore? Giammai, anzi, è ben più “sublime” di quanto molti credano…

Non di rado, quando si chiacchiera tra “colleghi” e/o “sodali” – scrittori, autori, editori, operatori del mondo editoriale… – il discorso cade sulla considerazione generale di cui il racconto in quanto forma letteraria gode, sia da parte del pubblico dei lettori che da parte degli autori e degli editori, e puntualmente o quasi viene riaffermato, più o meno direttamente, il suo status di “figlio di un dio (o di una musa) minore”. Come un giocatore di basket basso o un polinesiano sugli sci oppure una danzatrice classica con la quinta di seno (!), il racconto è ancora considerato da parecchia gente un qualcosa di “bislacco”, una specie di quasi-genere letterario che può essere sì bello, affascinante, profondo, magari pure compiuto, stilisticamente perfetto ma comunque mai come il romanzo. E, viceversa, può anche essere che un romanzo sia pessimo sotto ogni punto di vista però appaia sempre più compiuto rispetto al racconto, come se questo abbia in ogni caso da scontare una penalizzazione fin dal principio, e se non si possa non considerare, dal punto di vista letterario, un esercizio “leggero”, una corsa breve e poco faticosa rispetto alla dura maratona di un romanzo – ma suppergiù le stesse considerazioni si possono fare dal punto di vista del lettore che si dimostri “critico” verso il racconto, per il quale la brevità di esso pare non possa che proporzionalmente sminuire anche il valore della lettura.
Tuttavia anche tra gli addetti ai lavori del mondo letterario/editoriale il racconto gode spesso di una fama piuttosto grigia, eppure, come faccio in quelle prima citate chiacchierate e parimenti ora, qui, ancora una volta voglio invece difendere, e pure con vigore, il racconto quale forma letteraria non solo completa e importante, ma pure di scrittura niente affatto semplice.

Dino Buzzati, senza dubbio uno dei più grandi autori italiani di racconti.
Dino Buzzati, senza dubbio uno dei più grandi autori italiani di racconti.
Proprio su questa evidenza vorrei ora disquisire, dacché a mio parere, se il bravo scrittore è in grado di scrivere un capolavoro sia in forma di romanzo che di racconto, è ben più facile scrivere una gran schifezza sottoforma di racconto che di romanzo. Il racconto – quello “vero”, che comprime nel minor numero di pagine possibili narrazioni di considerabile senso letterario (dunque da non confondersi con la novella, solitamente più leggera e scanzonata nei temi e nel senso) – deve necessariamente essere, per sua natura e per suo destino, un testo pulsante, fremente, ricco fin dalle prime righe di spessore, denso d’un valore letterario che non può permettersi momenti di pausa, proprio perché la pagine a disposizione sono poche. Il romanzo, anche quello più movimentato, può permettersi qualche pagina di “quiete” narrativa, perché appunto avrà poi tutto il tempo, lo spazio e le parole per recuperare; il racconto no, deve definirsi da subito, delineare la propria “personalità” immediatamente, prendere il lettore e portarlo subito dentro la storia narrata senza troppi tentennamenti, e anche per questo, per imporre una tale vigoria al lettore che, inevitabilmente, si aspetterà che essa non scemi e anzi che la conclusione sia degna di tutto il resto, deve restare così denso e carismatico fino all’ultima riga. Non si tratta solo di scrivere una storia “corta”, che magari non sia sufficiente per occupare il numero di pagine che farebbero un romanzo oppure che non sia abbastanza intensa, non troppo ispirata, troppo leggera o altro del genere. No, tutt’altro, anzi: il racconto è una storia che, nel complesso, non può avere nulla di meno rispetto a un romanzo, a parte che il numero di battute o di pagine. Deve essere compiuto, completo di ogni necessaria peculiarità letteraria, accurato, deciso (anche se dovesse trattare di temi “pacati”), capace di lasciare nel lettore, una volta terminata la lettura, la netta sensazione d’aver – per così dire – percorso una strada completa, dall’inizio alla fine, e non solo un tratto.
Per questo ho scritto poco fa che non è assolutamente semplice scrivere un bel racconto. Chi si impegna a scriverlo non può e non deve prenderlo sottogamba, non può considerarlo un lavoro minore, appunto, meno prestigioso e, magari, meno “responsabilizzante”. E’, secondo me, l’esatto contrario: il racconto è un possente e sublime esercizio di alta letteratura, in grado di narrare storie con rara intensità e capace di rivelare molto della bontà e della qualità di uno scrittore. Ecco perché di racconti ben scritti e compiuti, nel senso che ho qui delineato, ce ne sono in giro pochi – ovvero pochi bravi autori ci sono capaci di scriverli, e spesso, appunto, per generale sottovalutazione del genere e del suo valore.
Invece io credo che considerare il racconto una forma letteraria minore sarebbe come ritenere che un capolavoro pittorico debba necessariamente essere di grande formato, e che invece una piccola tela non possa esserlo. Ma, di contro, tutto quanto ho scritto non deve suonare come un invito tout court a scrivere racconti, semmai quasi il contrario! Ovvero, facendolo solo con piena e profonda consapevolezza del suo completo valore letterario, e sperando che pure il pubblico dei lettori possa esserne altrettanto e sempre più consapevole, e dunque pienamente apprezzante!