Lina Wertmüller

[Foto di Augusto De Luca, da www.flickr.com, CC BY-SA 2.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Sa, io lavoro sempre. Scrivo. Qualche volta quello che metto su carta diventa un film, altre volte no. Però scrivo sempre. La chiave di tutto è il racconto.

[Da un’intervista a Maurizio Di Fazio di martedì 22 settembre 2015 su trovacinema.repubblica.it.]

Ecco, il racconto: che, quando fatto ad arte come Lina Wertmüller sapeva fare, illumina la realtà, indaga e scopre la verità delle cose, genera consapevolezza e riflessione, crea preziosa memoria. Gli italiani sono stati grandi maestri del racconto, ora temo lo siano meno o lo siano in un modo assai meno efficace di un tempo e, forse, più sterile. Per questo un’artista così capace di raccontare qualsiasi cosa come lei, libera, ribelle, ironica, sagace, vitale, anarchica nonché donna meravigliosa, all’Italia mancherà certamente molto.

Sette colli de monnezza (e non solo)

«La domenica andavamo al mare su queste nostre spiagge italiane che tutto il mondo ci invidia ma che sono una grande zozzeria: catrame, gatti morti, cinti erniari… guanti de Parigi!… Signor Presidente, ma lei lo sa che a Roma due esseri che si amano nun sanno dove mettere piede, perché è tutto una montagna de monnezza! Sette colli, sette colli de monnezza! È la città più zozza d’Europa!»

(Oreste Nardi/Marcello Mastroianni in Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) di Ettore Scola, 1970. Citato da Christian Caliandro in Il senso delle macerie sul grande schermo, su Artribune nr.41.)

A riprova di come l’Italia, per strategia mirata e consolidata da decenni, “risolva” (o ritenga di “risolvere”) i propri problemi rendendoli la normalità. Era il 1970 quando Mastroianni/Scola denunciavano la zozzeria di Roma (e, inutile dirlo, il luogo non conta, quantunque particolarmente emblematico): dopo 50 anni è cambiato qualcosa? Ovvio che no. Ovvio che è ormai la norma che Roma sia sporca, ovvio che innumerevoli altri gravi problemi italiani siano tali e irrisolti da lungo tempo al punto da diventare normalità, appunto, esattamente come lo stato istituzionale del paese.

È “normale” tutto ciò? Ovvio che no – ma in Italia sì, evidentemente.