Una “grande diga” in Brianza?

[Una veduta della Brianza, con il primo piano il Lago di Pusiano, dalla sommità del Monte Cornizzolo, Immagine tratta da www.trekkinglecco.com.]
Forse non tutti sanno che (cit.) anche in Brianza esiste una grande diga.

«In Brianza? Com’è possibile? In Brianza non ci sono che dolci e piatte colline e nessuna vallata come quelle montane!» forse qualcuno di voi esclamerà.

È possibile, invece: si tratta del Cavo Diotti, una “grande diga” che regola le acque del Lago di Pusiano, il maggiore dei laghi briantei, sita a Merone a sud ovest del bacino lacustre.

Ma devo fare una premessa, al riguardo: una «grande diga» è, per definizione di legge, «uno sbarramento di ritenuta (diga o traversa fluviale) di altezza superiore a 15 m o che realizza un serbatoio artificiale di volume superiore a un milione di metri cubi di acqua». Lo sbarramento del Cavo Diotti è alto poco più di due metri e largo una decina scarsa, tuttavia è in grado di regolare ben 15 milioni di metri cubi delle acque del Lago di Pusiano, che in totale ne contiene 81 milioni di metri cubi. È dunque, tecnicamente e idrologicamente (nonché per legge, appunto), una «grande diga» in piena regola ma, viste le sue dimensioni, la si potrebbe tranquillamente definire la più piccola grande diga d’Italia!

Non solo: il Cavo Diotti è considerata anche la più antica diga italiana ancora in attività, essendo entrata in servizio nel 1812 – ma con ideazione originaria ancora precedente, nel 1793 – grazie all’intuizione dell’avvocato Luigi Diotti e con l’idea di costruire un emissario artificiale del lago di Pusiano in modo da regimentare le piene e disciplinare il flusso delle acque del fiume Lambro, di vitale importanza per l’economia briantea dell’epoca. In tal senso rappresenta anche uno dei primi esempi in assoluto di opera di prevenzione contro il dissesto idrogeologico: da più di due secoli la diga assume il fondamentale ruolo di rilasciare l’acqua del Lago Pusiano nei tempi e nei modi previsti dall’uomo, per garantire incolumità alle persone e salvaguardia del territorio mitigando le potenziali ondate di piena.

Negli anni Ottanta del Novecento il manufatto, fino ad allora mai restaurato, fu dismesso ma le piene dei primi anni Duemila ne dimostrarono e riaffermarono l’utilità strategica – peraltro crescente, vista la realtà climatica in divenire e le sue conseguenze meteorologiche. Così nel 2016, dopo due anni di lavori di manutenzione straordinaria, il Cavo Diotti ha riaperto, tornando a proteggere la Valle del Lambro settentrionale e il territorio brianzolo contiguo dagli eventi idrici estremi.

Posta la sua piccola taglia dimensionale, è pure una diga “nascosta”, difficile da trovare senza adeguate indicazioni; di contro è un bene inserito nei “Luoghi del Cuore” del FAI ed è visitabile anche giungendovi in navigazione dal lago: un’esperienza particolare che consente di scoprire la diga e esplorare la bellissima area dell’emissario naturale del lago, dal quale ad un tratto devia l’emissario artificiale – il “Cavo” vero e proprio –  che infine conduce allo sbarramento.

Per saperne molto di più (e ammirare numerose immagini, dalle quali provengono quelle che vedete qui) su questa sorprendente piccola/grande diga brianzola potete leggere questo bell’articolo dal sito web del Lake Pusiano Eco Team, meritoria associazione che opera in vari modi nella tutela dell’ambiente del Lago di Pusiano e nella sensibilizzazione collettiva al riguardo.

Era (è e sarà) un bellissimo posto

Ultima domenica prima del Natale, impellenza diffusa di fare gli acquisti del caso, strade trafficate verso il centro delle città o i luoghi dello shopping, festoni e luminarie ovunque, eccetera.

Io e Loki, il segretario personale a forma di cane, ce ne andiamo in montagna alla ricerca di quiete e silenzio, certi di poterli trovare piuttosto facilmente oggi. Anche in un luogo altrimenti ben vivo, quando la stagione e il clima sono propizi e non sopravvengono distrazioni d’altro genere: a Era, magnifica piccola conca prativa in Val Meria, il profondo e spesso rude solco percorso dall’omonimo torrente che dalle rive deliziose di Mandello del Lario, sul ramo lecchese del Lago di Como, sale verso le Grigne e in particolar modo raggiunge i versanti di Releccio e di Val Mala, biforcato dai possenti pilastri del Sasso dei Carbonari e soprattutto del Sasso Cavallo, la big wall per antonomasia di queste montagne.

L’Alpe d’Era è uno di quei luoghi così idilliaci che chiunque se la ritrovi davanti, salendo dal suggestivo sentiero che da Somana, sobborgo alto di Mandello, taglia gli articolati versanti degli “Zuc” che caratterizzano il lato destro della Val Meria (transitando da un altro luogo sublime, Santa Maria), ne resta sicuramente affascinato. La conca alpestre che appare quasi d’improvviso, sospesa sulle forre del fondovalle, le piccole baite, quasi tutte ben ristrutturate, sparse sui prati a dare forma a un minuscolo, fiabesco villaggio, i fitti boschi d’intorno, le rupi sovrastanti che anticipano l’imponente dominanza del Grignone, il torrente qui assai placido prima di agitarsi gettandosi a capofitto tra innumerevoli cascate nel dirupo, i ponticelli in legno che lo scavalcano… Se salire quassù in stagioni più favorevoli è sempre qualcosa di piacevolissimo per la mente, il cuore e l’animo, arrivarci in una giornata come domenica scorsa, con la neve che ammanta tutto, le case inanimate, la quiete assoluta che permea il piccolo villaggio, l’assenza di altri viandanti, dona l’impressione vivida di entrare in una dimensione sospesa nello spazio e nel tempo. Ci sembrava di essere in un luogo lontanissimo da ogni altra presenza umana e urbana, nascosto e protetto da montagne incognite che pare lo proteggano come tra due palmi di mani silvestri e dove non possano udirsi altri rumori che quelli naturali e dai nostri, e invece eravamo a tre chilometri in linea d’aria dalla “civiltà” in preda, non tutta ma certa parte sì, alle compulsioni natalizie (nonché da una delle strade più trafficate e rumorose di questa parte delle Alpi, la strada statale 36 che porta in Valtellina).

Sedersi sui gradini di una casa di Era ad ascoltare il silenzio è stato bellissimo, rigenerante, ancor più dopo essere ridiscesi dalla stretta e ombrosa Valle di Prada, che io e Loki abbiamo esplorato e nella quale il fitto bosco di questi tempi rende la luce e il tepore solari una sostanziale chimera (e dove abbiamo intuito le uniche altre presenze della giornata: caprioli, probabilmente, le cui orme freschissime hanno incrociato le nostre e il cui vago rumore abbiamo anche sentito, senza però vederli). A Era invece il Sole, fino a quel momento appannato da un’insistente velatura nuvolosa, ci ha concesso la sua compagnia e reso ancor più piacevole e affascinante la sosta, in un momento così speciale, in una dimensione così privilegiata dacché rara, così preziosa per poter apprezzare un luogo del genere anche quando la vita ritornerà e lo rianimerà allegramente.

D’altro canto i posti come l’Alpe d’Era sono talmente belli che è sempre un gran piacere viverli: nella bella stagione o nelle ombre invernali, animati o meno, rumorosi o silenti, nelle giornate più radiose o col cielo ingombro di nubi. Basta intessere con essi la giusta relazione, diventando parte del loro meraviglioso paesaggio e in armonia con ogni altra cosa che contiene. Ovvero, basta poco o quasi nulla, a ben vedere, per essere e “avere” una tale bellezza.