Cosa deve essere la letteratura? Una riflessione sul senso della scrittura e sul mestiere di scrittore, oggi.

Sono da sempre convinto che chiunque scelga di proporre qualcosa di sua creazione ad un pubblico, piccolo o grande che sia – scrittore, artista, cineasta… – debba necessariamente, anzi, inevitabilmente farsi domande sul senso di quanto produce (e presenta). E non soltanto, ciò, riguardo una mera questione qualitativa, che poi non può non legarsi ad un discorso soprattutto commerciale, ma anche e soprattutto riguardo al valore culturale – in accezione generale – del suo lavoro.
Personalmente, proponendo io cose scritte, mi sono dunque ritrovato più volte a chiedermi cosa debba essere la letteratura, che valore, che funzione debba avere, oggi. E credo che una risposta del genere “deve far divertire chi legge” possa essere ovviamente accettabile e comprensibile ma assolutamente parziale – quantunque già il saper scrivere una storia che piaccia e diverta il lettore non è affatto cosa da poco, visto certe scempiaggini che si possono trovare sugli scaffali delle librerie, non-libri che, nel caso, possono divertite solo non-lettori!
Di recente, a farcire la personale riflessione, è giunta la lettura di questa affermazione del grande scrittore americano di science fiction Harlan Ellison:

Non so come vedete voi la mia missione di scrittore, ma per me non significa essere tenuto a riconfermare i vostri miti consolidati e i vostri pregiudizi provinciali. Il mio lavoro non è cullarvi con una falsa sensazione di bontà dell’universo. Questa meravigliosa e terribile occupazione che consiste nel ricreare il mondo in un altro modo, ogni volta nuovo e straniero, è un atto di guerriglia rivoluzionaria. Smuovo le acque. Vi do fastidio. Vi faccio colare il naso e lacrimare gli occhi.

(Da Terrori mortali, introduzione a Idrogeno e idiozia, traduzione di Umberto Rossi, postfazione di Valerio Evangelisti, collana AvantPop n.7, Fanucci Editore, 1999.)

Immediatamente, dopo aver letto queste parole, mi è tornata in mente un’altra citazione, che ricordavo legata ad una questione artistica ma che, a ben vedere, è assolutamente adatta anche all’ambito letterario qui in dissertazione:

L’arte o è plagio o è rivoluzione.

E’ di Paul Gauguin, il fondamentale pittore francese… Eppoi ne ho ricordato un’altra ancora, a sua volta validissima qui, questa volta proveniente dal cinema ovvero dal celebre regista russo Andrej Arsen’evič Tarkovskij:

L’arte si rivolge a tutti nella speranza di essere, prima di tutto, sentita, di suscitare uno sconvolgimento emotivo.

Insomma: punti di vista che in qualche modo supportano un’ottima risposta, io credo, alla suddetta domanda sul senso della letteratura, la quale sono convinto si leghi pure a doppio filo alla questione relativa alla bontà della produzione letteraria contemporanea, soprattutto nostrana ma non solo, che ho già trattato qui nel blog.
L’opera letteraria, infatti, non può limitarsi al mero intrattenimento – non deve farlo, perché nel caso verrebbe meno al proprio primario scopo culturale, o meglio socioculturale, ma deve invece riconoscersi il diritto/dovere di smuovere il pensiero, la coscienza, l’animo e lo spirito del lettore. Suo massimo risultato deve essere il saper raggiungere il più ampio pubblico possibile e, al contempo, di suscitare emozioni nel maggior numero di lettori, proprio come dice Tarkovskij – e si intende buone emozioni, quelle che restano nella mente e nell’animo e divengono energia per il pensiero, nuova consapevolezza, ampliamento, per così dire, della nostra visione e comprensione del mondo e della realtà.
L’opera letteraria di valore deve saper rivoluzionare la letteratura stessa dalla quale scaturisce, anche in minimissima parte – o deve quanto meno tentare di farlo. E’ ovvio che non tutti i libri editi possono essere dei capolavori, delle pietre miliari al punto da influenzare la produzione letteraria successiva, ma ogni singolo libro deve provare a proporre qualcosa di nuovo: nella storia, nei temi, nello stile, nel linguaggio… – in qualsiasi cosa faccia parte di esso e lo componga. Se ciò non accade, facilmente ha ragione Gauguin: si finisce per scopiazzare cose già fatte, molto probabilmente deprimendone il valore originario (come succede quasi sempre quando si imita qualcosa). Non solo, il risultato generale è anche peggiore: una massa di opere edite che si accontentano di riproporre quanto già fatto/scritto in passato non otterrà altro che una sostanziale involuzione del panorama letterario del quale fanno parte – una eventualità forse già in accadimento, dalle nostre parti.
Sia chiaro: non sto nemmeno affermando che ogni libro edito debba essere avanguardia pura o sperimentazione esasperata, e d’altro canto è cosa inevitabile che, in presenza di un libro di valore e di successo, molti altri tentino di riprodurne le sue migliori peculiarità: ma se ciò avviene perseguendo un primario fine letterario, ciò alla lunga probabilmente continuerà il processo evolutivo generale; se invece avviene per meri fini commerciali, sfruttando lo stile e la “moda” di un certo testo per produrne innumerevoli altri, quasi sicuramente ci si infilerà in un vicolo cieco dal quale uscirne risulterà a dir poco improbabile. Ribadisco: non si pretendono rivoluzioni letterarie epocali, ma quanto meno il tentativo di proporre qualcosa di nuovo, o almeno di non ordinario, non la solita minestra cotta e ricotta solo perché vende – ma che alla lunga ingozza il lettore, che di sorbirne ancora non ne vorrà più sapere.
C’è da tornare al senso stesso del mestiere di scrittore, in fondo, proprio come afferma Ellison: bisogna essere guerriglieri rivoluzionari della parola scritta, della realtà descritta e poi dal lettore letta, dunque della sua (e di noi tutti) realtà, quella effettiva. E ciò non significa stupire con effetti speciali, con narrazioni iperboliche ed eccessive: non si deve cercare il sensazionalismo – per carità, mica che pure la letteratura finisca per accodarsi all’idiozia sensazionalistica della TV e dei media generalisti! (visto che, ahinoi, già più volte è accaduto!) – si deve cercare il senso, l’essenza della realtà (pure se si scrive le storie più fantastiche che si possano immaginare) che quasi sempre è qualcosa di assolutamente rivoluzionario e sconvolgente per il solo fatto che, con uguale frequenza, ci viene tenuta nascosta, per come altrimenti da’ fastidio.
Lo scrittore è – o deve essere – colui in grado di immergersi nel corpo della realtà e delle sue cose fino a raggiungere il nucleo centrale di esse, di aprircelo, di squarciarcelo e di mettercelo davanti agli occhi e all’animo con le sue parole. Anche – lo ripeto ancora – anche quando scrive una storia leggera e divertente. La questione non è ciò che si scrive, ma come lo si scrive e perché lo si scrive: il senso dell’opera letteraria è strettamente legato al senso del lavoro di scrittura da cui è scaturita e dunque – non può essere altrimenti – al senso dell’attività letteraria che l’autore si è prefisso di perseguire e portare avanti.
Ecco, per me questa è letteratura, questo significa l’essere scrittori, ciò deve essere affinché un libro non sia paragonabile ne più ne meno a un videogioco, a un talk show televisivo o a una partita di calcio – si intendano queste cose per come vengono proposte oggi, in un modo ormai totalmente avulso dal loro senso e scopo originario e, sempre più spesso, per altri fini alquanto opinabili. Il libro è l’oggetto culturale per eccellenza, non mi stancherò mai di denotarlo: in quanto tale, se rinuncia a trasmettere buona cultura, ovvero a sollecitare il pensiero – a smuoverlo, a sconvolgerlo, a rivoluzionarlo, appunto – se perde questo suo senso fondamentale, insomma, beh, non diviene altro che una scatola vuota. E di scatole vuote in forma di libri (o presunti tali, libroidi per dirla con Gian Arturo Ferrari) le librerie già traboccano: è un caso, secondo voi, che pur con tutti ‘sti libri in circolazione, spesso esaltati come “capolavori” dai loro editori, di gente che legge ce ne sia sempre meno?
Per me no, ovvio.

(In testa al post: particolare da René Magritte, La battaglia delle Argonne, 1959, olio su tela cm.50×61)

Lettura, vizio precoce (Gesualdo Bufalino dixit)

Lettura, vizio precoce: da ragazzo raccattavo i giornali unti di pesce che trovavo per strada, li facevo asciugare, li leggevo di notte.

(Gesualdo Bufalino, Il malpensante. Lunario dell’anno che fu, Bompiani, 1987.)

Con la speranza che, se così è, un tale vizio, giammai cattivo, sia come quello del lupo

La letteratura, perversa come il diavolo (Andrzej Żuławski dixit #2)

Avevo una moglie, un letto caldo. Le donne gobbe, signore, hanno un temperamento duro, ma volevo Julia così tanto che mi distesi sul tappeto erboso bagnato e lo scavai col mio corpo. Solo l’uomo può essere così perverso, come il diavolo o la letteratura.

(Andrzej Żuławski, C’era un frutteto, Alpine Studio, 2013, pag.184. Traduzione di Marina Fabbri)

Se così è, se la letteratura perverte l’uomo come lo sa fare il diavolo attraverso la passione amorosa, beh… Mi auguro si diventi tutti quanti bramosamente, perversamente, diabolicamente lettori di libri.
QUI potete leggere la recensione al romanzo di Żuławski, ergo: buona lettura, in ogni senso.

La scrittura dev’essere rapida e discreta (Andrzej Żuławski dixit #1)

Una scrittura rapida, discreta, così dev’essere. Montaigne ha scritto che senza gioia non gli piace fare – scrivere – niente. Perfino le macchine da scrivere – quelle umane – come Trollope, che aveva preso a levarsi alle sei di mattina e a produrre – scrivere – duecentocinquanta parole ogni quarto d’ora, giorno dopo giorno, a prescindere dall’ispirazione e dai postumi di una sbronza, perfino quelle macchine affermano che niente dona tanta gioia quanto la compagnia della propria scrittura. Dall’altra parte, la vulnerabilità di Kafka – “se mi uccidi sarai un assassino”, detto al medico sul suo letto di dolore, agonizzante per un cancro alla gola – e la non elastica vulnerabilità della letteratura del dopoguerra, scaturita dalla sua cristallina coscienziosità. Probitas – come si dice in polacco?

(Andrzej Żuławski, C’era un frutteto, Alpine Studio, 2013, pag.11. Traduzione di Marina Fabbri)

E a breve, qui nel blog, la recensione del romanzo…

Per una vera “Rivolta dei Libri”: alcuni punti (di tanti altri) messi nero su bianco, di getto, e qualche riflessione di contorno…

Qualche settimana fa ho pubblicato un post, qui nel blog, intitolato E se invece si facesse scoppiare una rivolta dei libri?, per rimarcare come in Italia ci sia forse bisogno di una autentica e profonda rivolta culturale, soprattutto, prima che meramente politica – come quelle più o meno forconate che si sono manifestate nelle scorse settimane, che hanno avuto lo stesso effetto di uno starnuto durante un uragano.
Tra i vari commenti ricevuti a quel post, voglio citare quello di Guido Mura per come abbia ragione scrivendo: Tra regionalismi, elitarismi, rimasticature di fenomeni culturali della dominante cultura statunitense, la letteratura italiana non sa bene dove andare. Come potrebbero ribellarsi i nostri libri, se anche loro sono figli del sistema e della sottocultura in cui ci dibattiamo? Vogliamo proporre qualcosa di nuovo, facendolo nascere dalle nostre ceneri italiane e mitteleuropee? Bene. Ma troveremo imprenditori in grado di comprendere la forza rivoluzionaria e costruttiva di una tale operazione? Come ho sempre sostenuto, il problema di fondo del nostro paese è una classe dirigente e imprenditoriale inadeguata e timorosa, a sua volta non incoraggiata nel suo agire da una classe politica ottusa.
E’ vero, appunto: non è detto che una pur buona rivoluzione culturale – che per me è sinonimo di rivoluzione del pensiero anche per come i libri e la lettura siano la migliore palestra per la libertà e l’emancipazione di esso, sotto ogni punto di vista – non venga soffocata dal sistema di potere vigente talmente deviato e marcio da non poter essere nemmeno un poco raddrizzato e purificato. E’ un’osservazione concretamente realistica e pragmatica, quella di Guido. Tuttavia, forse ingenuamente, forse utopisticamente, forse ottusamente, resto convinto che solo nella cultura – e con la cultura – si possa costruire un vero cambiamento, dacché solo la cultura può possedere in sé l’impulso, la forza, il raziocinio e insieme la creatività politico-sociale (oltre che, bisogna dirlo, l’intelligenza) per metterlo in atto. Non vedo, altrimenti, quale altro settore della società e della vita pubblica possa ottenere ciò, senza nel caso creare forse ancora più danni di prima. Come osserva Guido, ciò significa anche che lo scrittore – ovvero il letterato e l’intellettuale in generale – deve sobbarcarsi un diritto/dovere fondamentale: quello di rivendicare la propria totale autonomia e libertà rispetto al sistema e alla sua sottocultura (nonché al potere politico che con essi domina: cosa sottintesa ma che è bene comunque precisare), e comprendere che un’opera letteraria deve – e ribadisco, deve – avere in sé e ottenere anche uno scopo culturale, dunque sociale e politico, non solo di intrattenimento. E ciò non vuol dire che non si debbano più scrivere libri leggeri, ci mancherebbe, non è questo il punto, ma semmai che la cultura, quella vera, deve tornare a rappresentare il primo mattone per la costruzione della società, ergo che chi produce cultura deve porsi tale responsabilità, dovere, diritto, fine – chiamatelo come volete – come imprescindibile.

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Posto ciò, ho pure provato a pensare come realizzare una rivolta dei libri partendo dal basso, da azioni – credetele necessarie, possibili, improbabili, folli, fate voi: ho solo appuntato, e di getto, pensieri che mi frullavano in testa – che chiunque potrebbe mettere in atto, individualmente o in gruppo, esattamente come si è visto in TV certi individui scendere nelle strade e bloccarle con un forcone in mano, ottenendo alla fine, lo ribadisco, meno di nulla – anzi, probabilmente danneggiando altri cittadini senza invece nemmeno sfiorare il potere, che dai suoi palazzoni dorati se la rideva e se la ride. Alla fine io credo, ne sono fermissimamente convinto, che un libro sia un’arma miliardi di volte più efficace di qualsiasi altra: per questo ho appuntato questo elenco…

– Facciamo capire in modo chiaro e inequivocabile al potere dominante che noi non siamo il popolo pecorone facilmente assoggettabile e dominabile che esso vuole, che noi la mente ce l’abbiamo attiva e funzionante, rifiutando le sue imposizioni, le sue ipocrisie, illuminando le sue falsità, mettendolo davanti alle sue responsabilità e colpe, in primis quelle etiche, civili e sociali!

Scendiamo nelle piazze e blocchiamole ma non commettendo atti di violenza, semmai leggendo libri seduti sull’asfalto, sui selciati, sui marciapiedi! E’ già stato fatto, ma sono state manifestazioni estemporanee di pochi: facciamole diventare di migliaia, decine di migliaia!

“Imprigioniamo” i politici dentro i loro palazzi del potere bloccando le uscite con muri di libri! Se ne dovranno uscire abbattendoli, dimostrando così anche materialmente come per essi la cultura non conti nulla!

Contrapponiamo alle parole vuote e inutili dei politici le parole piene di senso e di cultura dei più grandi letterati, degli scienziati, dei pensatori, degli intellettuali di pregio, traendole dalle loro opere e traendone per noi insegnamenti e riflessioni per nuove idee, nuove azioni!

– Combattiamo una volta per tutte la strategia di istupidimento mediatico che il potere porta avanti, rifiutando quanto ci viene propinato da TV e giornali ovvero da ogni altra cosa simile di così offensivo per la nostra intelligenza!

– Facciamo della cultura, in senso generale, il motore primario del paese, il propellente fondamentale per il pensiero comune e l’opinione pubblica! Il futuro si costruisce sulla cultura, sul buon senso civico, sull’intelligenza, la conoscenza e la consapevolezza diffusa, non sul denaro, non sul potere politico e finanziario, non sul consumo di beni inutili che arricchiscono pochi e inebetiscono tanti!

Riportiamo al centro della società l’essere pensante e che esiste in quanto tale, non quello che appare e pretende di esistere in modo imposto e artificioso. Sono le idee, le parole e le azioni individuali a determinare il valore di una persona, non l’immagine esteriore!

– E, ancor di più, riportiamo al centro di tutto il pensiero libero, ovvero la prima e più grande libertà che l’uomo possieda!

Sto soltanto vaneggiando, forse, credendo alla possibile realtà di una mera utopia. Eppure sono convinto che spesso l’utopia è soltanto una realtà che nessuno ha ancora avuto il coraggio di realizzare.