“Ciaone”, e altri orrori del lessico d’oggi

immagini_parole-orrende-3Ciaone”, “apericena”, “fammi un chiamino”, “piacerissimo”, “mi faccio un’insalatona”, “selfie” (e tutti i suoi derivati) “ma-anche-no”, “ti lovvo”, “troppo bellissimo”, “app”, “closing”, “petaloso” (che, per fortuna, pare già estintasi)…

Parole e formule orrende vecchie e nuove, una vera e propria piaga linguistica che da qualche tempo pare non conoscere limiti – e che colpisce chiunque, con (forse) rarissime eccezioni. Vincenzo Ostuni da tempo le raccoglie in una “collezione dell’assurdo lessicale contemporaneo” (la definizione è mia), e di ciò ne parla in questo articolo su Dailybest del tutto interessante – anzi, necessario. Una collezione fatta sia da neologismi parecchio demenziali e sostanzialmente privi di senso linguistico (e forse per questo così graditi da tanti!), sia da termini in fondo corretti ma usati scorrettamente o a sproposito, i quali potrebbero anche far pensare a una costante vitalità della lingua italiana – il che è vero a prescindere da essi, senza dubbio – ma, di contro, a come nell’era contemporanea alla quantità linguistica non corrisponda un’adeguata qualità, con la prima che risulta ben più considerata da molte persone rispetto alla seconda, assai più trascurata (se non ormai dimenticata).

Insomma, leggete l’articolo, che merita.
E, beh… ovviamente mipiacete questo mio post!

H

H hSi, è la lettera “H quella lì sopra, maiuscola e minuscola.
Vi chiedo di partecipare con me a un grande esercizio di… ehm, civiltà, ecco. Copiate quella lettera e condividetela ovunque notiate che ve ne sia bisogno – e sono certo che troverete innumerevoli occasioni per poterla, anzi, doverla condividere. Su svariati siti web, sui social (un sacco, qui), nelle mail che riceverete – persino, come è capitato a me, nei comunicati stampa relativi a concorsi letterari (!!!)
Veramente c’è in giro un sacco di gente – non conta poi quanta sia: è sempre e comunque troppa – che evidentemente non la conosce o s’è scordata della sua esistenza, e non si rende conto di quanto fondamentale sia conoscerla, quella lettera, e usarla nel modo corretto. Veramente ‘sta gente non si rende conto che, al contrario, darà sempre di sé un’immagine parecchio brutta, indegna quasi – dacché è facile la considerazione, quantunque gratuita, che se uno non la usa o la usa male, l’H, chissà quante altre cose non saprà usare (mi vien da dire la testa in primis, ma non voglio sarcasmeggiare troppo!)
Ergo, ribadisco: copiate e condividete il più possibile. Aiutiamola, questa gente: magari non lo merita – in effetti è irritante constatare che non ci arrivino da soli, a risolvere tale mancanza – e per di più il nostro aiuto sarà di natura totalmente gratuita (magnanimità assoluta, già). Certo, potreste pensare che viceversa bisognerebbe fargliela pagare – sempre in senso linguistico-metaforico, eh! – ma vorrei di nuovo rimarcare la matrice civica di una tale donazione. Un civismo grammatico contro un drammatico stato di fatto, ecco.  Il quale civismo, poi, inevitabilmente ha e avrà ricadute positive su chiunque e qualsiasi cosa, statene certi – sui miei nervi in primis, senza dubbio!
Ah, ci sarebbe pure uno slogan bell’e pronto, per quanto sopra: “Usatela e correttamente, l’H, non mandate l’italiano in vacca!” Potreste scriverlo nel biglietto d’auguri per un bel dono natalizio di “H”, ecco. Forse chi riceverà il regalo non capirà cosa sia e a cosa serva, ma c’è da sperare che col tempo saprà rendersi conto di che dono assolutamente prezioso gli avrete fatto – e avrete fatto, ancor più, a chiunque leggerà le sue cose scritte.
Se invece in risposta al suddetto dono vi dirà qualcosa del genere “grazie, ma non o capito che regalo è”, beh, allora… passate pure alle vie di fatto. Per quanto mi riguarda, non avrò visto e sentito nulla.

Magnanimità. Quantunque. Facezia.

astruso1Inopinatamente.
Obsolescenza.
Concupiscenza.
Crocchio.
Voluttà.
Arrovellarsi.
Mercede.
Marmaglia.
Ordunque.
Pindarico.
Inane.
Inetto.
Peripatetica.
Obnubilare.
Cupidigia.
Ameno.
Virente.
Dacché.
Avvenente.

E potrei andare avanti ancora per ore, se non giorni (ovvio, magari con l’aiuto d’un buon dizionario) a citare innumerevoli bellissime parole in lingua italiana che oggi non si usano più, o quasi.
Il problema, io credo, non è tanto quello dell’invasione di lemmi esteri, in qualche modo inevitabile e per certi aspetti anche comprensibile, semmai è che siamo noi i primi a lasciar impoverire la nostra lingua, a debilitarla eliminando da essa tantissime parole – molte delle quali affascinanti e capaci di dire molto, spesso più di quelle parole contemporanee che le hanno sostituite, logicamente o meno (sempre che ve ne siano in sostituzione!) – e a ridurla ad un corpus di poche parole, frequentemente vuote di senso semantico e di relativa espressività pratica e a volte usate a sproposito, con in più, infilati quei e là, termini stranieri a loro volta non di rado del tutto inutili. Inutile dirlo: non si tratta di continuare a parlare (e scrivere) come ai tempi di Manzoni o D’Annunzio, ma nemmeno di esprimerci come peggio non farebbe nemmeno un bambino di seconda elementare!
Di questo passo, non solo si perde la propria (identificante) ricchezza lessicale, ma di contro si smarrisce anche la comprensibilità linguistica reciproca. Provate a dire a una ragazza – ovviamente scrivo dal mio punto di vista maschile – “Sei molto avvenente!” o “Quanta voluttà mi susciti!” piuttosto che i soliti “bella f**a!” o altro del genere (scusate se uso questo esempio, ma lo faccio per restare ad un livello massimamente quotidiano del parlato comune), e rischierete non solo di non essere capiti, ma pure di beccarvi una sberla perché quella crederà che le avete detto chissà quale insulto.
Peccato. In fondo, basterebbe dire a quella ragazza “Sei una f**a voluttuosa!” per prendere due piccioni con una fava ed essere cool (eh eh!) senza diventare sempre più an-alfabeti. Cioè senza più un “alfabeto linguistico” identificante, appunto, caratterizzante e supportante al meglio qualsiasi nostra volontà espressiva.
Ah, a proposito: prendere due piccioni con una fava. Chi la usa più ‘sta espressione così simpatica e (apparentemente) strana?

P.S.: le parole che ho elencato lì sopra sono tra quelle che io, nelle cose che scrivo, cerco ancora – con orgoglio ostinato e forse un po’ ottuso – di utilizzare comunemente. A costo di essere considerato anacronistico, già.

Dello scrivere “ha” senza h e molto altro, ovvero dell’Italia che s’è fatta ma s’è “sfatto” l’italiano…

Vi avrebbero dato la patente se non aveste saputo dove fosse la leva delle frecce sull’auto? E al corso di sci, vi avrebbero promosso se aveste curvato bene verso destra ma male verso sinistra? Oppure – giusto per fare un altro esempio random – al corso di pasticceria, se nel provare a fare la pasta frolla vi fosse venuta una schifezza?
Sì, forse sì. In fondo, non sarebbe stata del tutto colpa vostra se chi vi doveva insegnare come fare bene certe cose magari non l’ha saputo fare, ma è anche vero che le eventuali evidenti lacune potrebbero essere adeguatamente colmate in autonomia, con solo un poco di impegno e applicazione. A meno che tali lacune vi siano invisibili e/o vengano ignorate, convinti viceversa di essere pressoché perfetti nel fare ciò che fate, e di poterlo tranquillamente presentare al prossimo, magari pure con un certo vanto, ricavandone di contro delle figuracce terribili che probabilmente pochi avranno il coraggio di rimarcarvi per mera cortesia e/o commiserazione, però lasciandovi così crogiolare in quel suddetto ingiustificato vanto.
Sia chiaro, mi sto riferendo a un soggetto indefinito, non certo a voi che state leggendo questo post! – beh, “indefinito” forse sì, però assai diffuso…
Il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani dotati d’alti e forti caratteri. E pure troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani” sostenne Massimo D’Azeglio ne I miei ricordi. Beh, a ‘sto punto, vedendo e leggendo un po’ ovunque in giro come scrivono molti, anzi, troppi italiani – soprattutto sul web, il quale temo abbia indirettamente peggiorato la situazione – sovente in posizioni e mansioni che invece richiederebbero una più che buona conoscenza della propria lingua madre e a volte seppur dotati di un grado di istruzione superiore, bisognerebbe mutare quel celebre motto del D’Azeglio in s’è fatta l’Italia, ma non s’è fatto l’italiano – ovvero, versione alternativa, s’è fatta l’Italia ma s’è sfatto l’italiano!
Ecco: detto ciò, ritengo sia ormai indispensabile istituire con urgenza un comitato di difesa e H-Rescuesalvaguardia strenua per ciascuno di quei tanti diseredati elementi, oggi e sempre di più, della nostra lingua. In primis, quella poveraccia della lettera “H”, credo la più bistrattata del nostro alfabeto, eppoi il congiuntivo, della cui drammatica realtà ho disquisito qui sul blog poco tempo fa, oppure la punteggiatura, altra reietta maltrattata troppo di frequente in modo inaccettabile, o ancora gli accenti, l’apostrofo e molti altri – inutile rimarcarlo, tanti piccoli/grandi esempi di una questione assai più grande e, sotto molti aspetti, grave, come è da tempo cosa lampante.
Voglio dire: meglio uno che non scriva correttamente “ha fatto” dimenticando l’h piuttosto che dimentichi l’onestà, la lealtà, il senso civico o altri valori necessari al buon vivere sociale (affermazione populista, forse, ma pragmatica); tuttavia, sarà che, per ciò che faccio e dunque essendo quotidianamente a contatto con la lingua e la scrittura nonché occupandomi di frequente negli ultimi tempi di tematiche linguistiche, sono particolarmente sensibile a tale questione – che poco o tanto coinvolge tutti, sia chiaro, perché purtroppo di una certa incuria verso la nostra lingua, parlata e scritta, ben pochi non sono colpevoli! – ma d’altronde sono convinto che effettivamente, se si è fatta l’Italia ma gli italiani ancora no, è anche perché non s’è mai del tutto fatto ovvero, appunto, si è troppe volte sfatto l’italiano: e se un popolo non è in grado di padroneggiare per bene la propria lingua, non sarà di sicuro mai in grado di generare quegli alti e forti caratteri nazionali invocati dal D’Azeglio (e da un naturale buon senso, a ben vedere) che fanno il popolo stesso. E se non c’è questo, nemmeno ci può realmente essere l’Italia, qualsiasi cosa essa sia.

A proposito di congiuntivo: imparate a usarlo, o f…!!!

Visto che ne ho parlato giusto qualche giorno/post fa riprendendo un articolo sul merito di Gian Luigi Beccaria, ecco un altro di quei “pittoreschi” quadri linguistici della serie Impara… o fottiti, dedicato impara-a-usare-il-congiuntivo-o-fottitiproprio al famigerato modo congiuntivo.
Scommetto che in tanti prenderanno questi risoluti ausili linguistici come cose simpatiche, divertenti o forse superflue, ma anche per questo ne apprezzo la risolutezza, dacché un popolo che non conosca e, peggio, sappia parlare bene la propria lingua è veramente quanto di più assurdo vi possa essere. Sarebbe come assistere a una gara di automobilismo nella quale i piloti partecipanti non avessero la patente e sapessero guidare le proprie auto in modo del tutto dozzinale!
Ma certo – e lo si sostiene pure nel quadro – se molta gente leggesse più libri, forse il tanto bistrattato congiuntivo se la passerebbe un poco meglio…
Cliccate sull’immagine nell’articolo per ingrandire il quadro, mentre qui trovate il post di qualche tempo fa nel quale avevo presentato altri due quadri della suddetta serie. Sarebbe bene diffonderne qualche milione di copie in giro, io credo…